La visita

Per Biden, Draghi è "l'uomo che ha unito l'Europa e la Nato". Torna l'atlantismo

Carmelo Caruso

Il premier viene ricevuto dal presidente americano che lo definisce "amico e alleato". Ed entrambi concordano che "la guerra ci ha unito". Dopo l'Italia "della seta" e "della vodka" la poltica estera non sbanda

Roma. Siamo tornati atlantisti e Mario Draghi è per Joe Biden “l’uomo che ha unito l’Europa e la Nato”, il “benvenuto amico e grande alleato”. Siamo a favore dell’invio delle armi in Ucraina ma per Draghi “dobbiamo pensare a cosa possiamo fare per portare la pace e mettere fine a violenza e massacri”. Siamo l’occidente ricevuto alla Casa Bianca, l’Italia che prima era vicina all’America ma ora “ancora più vicina”. E infatti Mario Draghi, di fronte al presidente americano non era “little premier” e non si è presentato per prendere ordini “dallo zio Sam”, questa idea scioperata propagandata dai nuovi procuratori di Putin, quelli che dicono che “si sa che noi siamo i camerieri di Biden” nient’altro che la “loro colonia white stripes”.

 

Alle 17.10, ora italiana, l’aereo del premier è atterrato a Washington per la prima sua prima visita di stato in America. Su Twitter, che oggi sarebbe lo sky di Volare, il blu sfrenato che promette Elon Musk, Biden, ed erano le 16.55, salutava Draghi perché “non vedo l’ora di riaffermare l’amicizia e la forte collaborazione tra le nostre due nazioni e di discutere del nostro continuo sostegno all’Ucraina”. Si scrive con sei ore di fuso orario pochi minuti dopo il saluto, le brevi dichiarazioni alla stampa, concordate, tra Biden e Draghi, lontanissimi da quella porta, quella dello studio Ovale, che è lontana pure per chi è vicino.

 

La novità è che dopo i governi della seta e della vodka, gli esecutivi italiani delle bevute ideologiche con Putin e Xi, si cena adesso a base di atlantismo ed europeismo, il cibo della tradizione: si mangia a Parigi, Roma, Londra e Berlino, Madrid, Atene. Seduti come due vecchi compagni di college, con dietro un camino spento, Biden e Draghi hanno riacceso la fiammella italo-americana-europea: “La vostra cooperazione è fondamentale”. Diceva Biden. E Draghi: “La guerra ha reso i nostri legami ancora più forti”.


Erano circa le 20 quando Draghi e Biden si incontrati, seduti, sorrisi. Ed è vero che si sono lusingati a vicenda ma senza le pacche. Draghi, ad esempio, ha dichiarato che bisogna riflettere su come mettere fine a “questa carneficina” e che per farlo servono “negoziati credibili”. E sarebbe dunque questo il premier che, secondo Giuseppe Conte, alimentava un “vetero atlantismo, di stampo fidesitico, unito a un oltranzismo bellicista”? Biden che lo laureava architetto del ponte Europa-Nato non dimenticava le sue vecchie critiche: “A volte l’Europa è sembrato un club commerciale”. Nessuno può davvero raccontare cosa si sono detti Draghi e Biden, ma si conoscono i dossier che hanno esaminato. Il contrasto alla pandemia, la sicurezza alimentare ed energetica, il cambiamento climatico. Sulla sicurezza energetica l’Italia come tutta l’Europa gira la testa. Ora gli basta l’Atlantico. E’ stato scelto, non a caso, l’aggettivo “fondamentale”, nella nota congiunta, per descrivere il contributo che l’America riuscirà a fornire all’Italia in termini di diversificazione energetica.

 

Si crede spesso che questi viaggi, questi colloqui, siano momenti di simpatia quando invece sono solo passaggi finali di trattative lunghissime, accordi laboriosi, intese economiche. L’America aumenterà la quantità di Gnl, il gas liquefatto con ulteriori 15 miliardi di metri cubi. E prima che Draghi si allontanasse con Biden si sapeva già che a Biden sarebbe stato chiesto di promuovere, insieme all’Italia, l’istituzione di un price cap. Si può strappare in sede europea solo con la promessa americana di rilasciare ulteriori barili. E’ il solo modo per calmierare i prezzi del petrolio. Da oggi siamo in pratica, in politica estera, un po’ meno Calimero e molto più che un paese “a rimorchio”.

 

 

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  • Carmelo Caruso
  • Carmelo Caruso, giornalista a Palermo, Milano, Roma. Ha iniziato a La Repubblica, ha scritto otto anni per Panorama occupandosi di politica, cronaca, cultura. Nel 2018 a Il Giornale. Oggi in redazione a Il Foglio.