(foto Ansa)

Oltre la cipria

Cinquantatré minuti di Meloni ricordano che per sfidare la destra l'anti populismo non basta più

Claudio Cerasa

A Milano alla leader di Fratelli d'Italia è sfuggito qualche riferimento di troppo. Ma il suo tentativo di smacchiare il giaguaro populista merita una risposta diversa da parte degli avversari

C’è la retorica del vittimismo. C’è il complesso delle catacombe. C’è la demagogia contro i poteri forti. E c’è poi tutta la fatica della destra post fascista che tenta in tutti i modi di presentarsi con il profilo di chi la destra più impresentabile d’Italia non la vuole rappresentare ma non la vuole nemmeno perdere quando si tratta di conteggiare i voti. Ma al netto di questo, il discorso conclusivo di Giorgia Meloni alla conferenza programmatica di Fratelli d’Italia merita di essere ascoltato con attenzione e senza presunzione per due ordini di ragioni. La prima ragione ha a che fare con un esperimento messo in campo da Meloni che riguarda il tentativo di smacchiare il suo giaguaro populista. La seconda ragione ha a che fare con un problema altrettanto interessante che riguarda invece gli avversari di Giorgia Meloni, in primis il Pd, che presto o tardi, in una stagione politica in cui anche i partiti populisti cercano di superare il populismo, si dovranno rendere conto di quanto rischi di andarsi a esaurire la rendita di posizione generata dall’essere unicamente un partito argine contro tutti i populismi. Nel corso del suo intervento, Meloni ha tentato in tutti i modi di togliere dall’abitacolo di Fratelli d’Italia alcune sirene in grado di far risuonare all’orecchio di un qualsiasi osservatore la melodia populista. E così nessun accenno all’euro, a Trump, ai vaccini, a Orbán, alla Brexit.

Nessuna critica esplicita a Draghi, tranne che sul catasto. Molti riferimenti alla necessità di essere “ancorati” alla Nato e di avere l’Europa come “gigante politico” e di difendere con tutte le forze possibili l’Ucraina dall’“aggressione” della Russia. Siamo una destra “vincente, seria, rispettata, che non si è fatta mettere all’angolo”, che “non è figlia di un dio minore”, che “non ha padroni”, che “non prende ordini”, che “costringe la sinistra a uscire dai suoi schemi comodi”, ha detto Meloni domenica a Milano, aggiungendo che “noi siamo qualcuno non perché ce lo dicono i francesi, gli americani, i tedeschi, noi siamo qualcuno perché siamo italiani”, qualsiasi cosa significhi questa frase. Il passaggio da destra a vocazione identitaria a destra a vocazione maggioritaria è un passaggio che si indovina nel lessico di Meloni in tutte le occasioni in cui nel suo discorso cerca di non far suonare campanelli d’allarme. Ma ogni tanto, fra un tentativo di moderazione e un altro, il lessico populista a Meloni sfuggiva via, come succedeva al mitico Dottor Stranamore, il protagonista del film di Stanley Kubrick che aveva una mano che sembrava vivere di vita propria non seguendo ciò che avrebbe dovuto fare.

E così ecco che la sinistra diventa complice degli extracomunitari che vogliono impoverire l’Italia a colpi di agevolazioni fiscali sui money transfer. Ecco che l’immigrazione non va governata ma va fermata con un blocco navale. Ecco che gli immigrati che arrivano dall’Africa diventano tutti automaticamente clandestini fino a prova contraria. Ecco che le rivoluzioni politiche devono essere fatte sempre contro l’establishment. Ecco che l’Europa gigante politico deve essere però un’Europa “confederale” all’interno della quale cioè gli stati devono lavorare ad alleanze flessibili e non a integrazioni vincolanti. E così ecco che il green pass va abolito e non sospeso perché non vogliamo vivere come in Cina ignorando il fatto che è anche grazie al green pass e alle vaccinazioni favorite dalle regole legate al green pass che l’Europa e l’Italia vivono oggi il Covid in un modo diverso dalla Cina.

Il populismo resta sempre lì, ma il tentativo di passare a una stagione di post populismo esiste, e la sfida più interessante lanciata da Meloni non è a Salvini ma è al Pd: in una stagione politica in cui anche i  populisti cercano di superare il populismo, i partiti abituati a campare di rendita anti populista sono pronti a entrare in una dimensione diversa dove essere anti populisti potrebbe non essere più sufficiente per definire la propria identità? La sfida del futuro è questa: conviene farsi trovare pronti.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.