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Meloni da Milano lancia la sfida di governo. Ecco Giorgia e i suoi fratelli

Simone Canettieri

Sono i colonnelli del primo partito nei sondaggi. Con la Capa hanno condiviso tutto, dirigono una forza che non conosce minoranze, mozioni, mugugni. Ma alla convention brillano le divisioni nel centrodestra

Milano. “La patria è la prima madre”. “L’obiettivo gender è la scomparsa della donna in quanto madre”. “E’ ora che le donne guadagnino il giusto posto nella società”. Tutti si aspettano che Giorgia Meloni le suoni un po’ al centrodestra. Sta sul piedistallo del partito leader della coalizione (ammesso che esista ancora) e del paese (così dicono le rilevazioni). Invece la Capa di Fratelli d’Italia, nel discorso di un’ora che apre la conferenza programmatica qui a Milano, non cita mai Matteo Salvini, che ora vorrebbe imbucarsi per un saluto, né Silvio Berlusconi, con il quale i rapporti restano cordiali. La foresta rimane pietrificata. Tuttavia per la politica interna c’è tempo. Bisognerà aspettare le parole di chiusura di domenica 1° maggio, subito dopo il contro-concerto del direttore d’orchestra (tiene a essere chiamata così) Beatrice Venezi. E quindi Meloni – pantaloni blu e blazer navy dell’amata griffe italiana Seafarer  – punta sulla donna, temo caro alla sinistra e poco in voga a destra, nonostante ora comandi lei. Certo, fa capire che se ha organizzato tutto questo ambaradan è “perché siamo pronti”. Ovviamente a governare.

  

Il discorso non regala sorprese o cose inedite. E’ iper atlantista. Dice che va sostenuta l’Ucraina perché altrimenti arrivano i comunisti cinesi. Propone compensazioni per le imprese italiane colpite dall’effetto delle sanzioni. Rilancia il presidenzialismo. Annuncia che se arriverà a Palazzo Chigi “trasformerà questa epoca infame in un nuovo risorgimento italiano”. Sprona i ragazzi del sud a ribellarsi contro il Reddito di cittadinanza. Smonta la retorica grillina dell’uno vale uno. Standing ovation. Cita Prezzolini, che sta nel largo pantheon di FdI (come Longanesi, Flaiano, Giovanni Paolo II, Scruton, Sarfatti, Ferrari e pure Pasolini: tutti immortalati fuori dalla sala). Meloni avvisa che l’alta quota non deve dare alla testa. Non ci sono musiche celtiche ad accoglierla, ma Rino Gaetano e Francesco Guccini (“L’avvelenata”). Luci blu, fumo sparato per creare l’effetto convention Usa. Lo stato maggiore del partito è rapito. Sono tutti uomini. Giorgia e i suoi fratelli? Sì. Eccoli.

    

Dicono di avere armi difensive. Anche se alla fine sperano in un negoziato con Salvini e il Cav. Vogliono il centrodestra unito, ma l’aria non è delle migliori. La Lega non ha mandato i capigruppo di Camera e Senato, Molinari e Romeo, per protesta, al contrario di Forza Italia, rappresentata dal duo Barelli-Bernini. Poi Salvini ci ha ripensato, vorrebbe passare per un saluto, ma nessuno vuole dargli il benvenuto. Qui si sogna “il governo M”. Nel senso di Meloni, certo. I pezzi da novanta di FdI si vedono già ministri fra un anno. O al limite sottosegretari. Se non ora quando? Meglio tacere, però.  Tutti conoscono l’effetto Dorando Pietri, da queste parti. E poi manca un anno alle elezioni. Intanto davanti ai tre grattacieli di City Life – metafora della coalizione perché sono chiamati “il dritto, lo storto e il curvo” – sono arrivati gli oltre 4 mila delegati del partito. Sono scesi da auto, aerei, treni, pullman e, a momenti, navi ong. Bandiere tricolori in mano. Aspettano lei, intanto parlano e braccano loro: i colonnelli. Un saluto. Un sorriso. Una pacca sulle spalle. “Hai detto a Giorgia quella cosa?”. Risposta: “Ceeeerto”. Vai a capire se è vero. 

 
I big si muovono formicolanti avanti e indietro in questa anti-Pontida che vuole arrivare a Palazzo Chigi. Stringono mani, non avambracci. La coda dei funerali di donna Assunta Almirante è stata vista da tutti, matrice compresa. Chi ha accompagnato la Capa al primo saluto romano ha tagliato la corda insieme a lei (“sono gesti antistorici”, dice di prima mattina al termine della commemorazione di Sergio Ramelli). Una cosa è il passato, che a volte bussa, un’altra è il futuro. Il contenuto ha i tratti novecenteschi dei partiti: la conferenza programmatica. I tavoli, i delegati, gli interventi a oltranza. E’ il primo grande evento politico dopo la pandemia. A Milano poi, nel nord sviluppista, deluso dalle mattane del fu Capitano. Per Giorgia e i suoi fratelli è una prova di forza e maturità. A seicento chilometri dal Grande raccordo anulare e dagli amati e fatali colli di Roma. 

 

   
La classe dirigente del primo partito italiano (secondo i sondaggi, certo) è in fibrillazione. E questa volta, per la prima volta, c’è anche  una novità non banale: la presenza degli esterni. Energia da liberare, come da titolo della tre giorni. Ecco i prof., gli intellettuali, i manager che saranno celebrati e accolti (Marcello Pera, Carlo Nordio, Giulio Tremonti, Matteo Zoppas, Stefano Donnarumma, Luca Ricolfi e Francesco Alberoni). Questa è la cucina del governo M. Ricette per Palazzo Chigi. 

 
I colonnelli di FdI saltano tra le telecamere dei padiglioni del centro congressi di Milano (acronimo MiCo con vista su casa Ferragnez). Loro sì che hanno confidenza con la Capa. Compongono l’ufficio politico di un partito leninista che non conosce minoranze e leadership contendibile. Con lei, con Giorgia Meloni, hanno condiviso “tantissimo, alcuni tutto”. L’odore della colla dei manifesti alla Garbatella, quartiere rosso della capitale. (“Ti ricordi quando le zecche ci aspettavano fuori dalla nostra sede in via Guendalina Borghese?”) . I richiami tolkieniani del corno a Colle Oppio, chiesa pagana dei Gabbiani di Fabio Rampelli, nonché già ricovero degli esuli istriani e dalmati. “E le goliardate di Atreju a Fini, Veltroni e allo zio Silvio?”. La festa, ormai piatto ricco per i giornali a fine estate, nacque per sostituire i campi estivi rautiani al motto: il senso di militanza non va in vacanza. Questi signori hanno insomma il passaporto pieno di timbri. Gli scontri per strada, gli strappi con Fini e Berlusconi, il sapore amaro delle sconfitte. Le svolte, la maturazione, le ricadute. Un certo orgoglio minoritario con strambata lessicale annessa – ma non chiamatela sindrome da ghetto, si infuriano – che ora, si badi, è un ricordo. Adesso sono la razza padrona del centrodestra benché disunito. “Hai parlato con Giorgia? Le hai detto quella cosa?”. Risposta: “Ceeerto”.

 

“C’è stato un tempo in cui avevamo più contenuti che voti”, ripete spesso Giovanbattista Fazzolari, romano, 50 anni, laurea in Economia alla Sapienza, passione per le armi. Lo chiamano “Spugna”. Perché – è la risposta diplomatica da fornire oggi in tempi di sondaggi da capogiro sopra il 20 per cento – assorbe tutto. Il senatore è una figura centrale. Anche se nessuno fuori da FdI sa che faccia abbia. Andatelo a cercare su Google immagini. E’ il cervello del partito. Sta a Giorgia Meloni come Rodolfo Sonego stava ad Alberto Sordi. Parla poco, il Fazzo. Non va in tv, ma guida il centro studi con sede (storica) in via della Scrofa. Lei lo considera “la persona più intelligente che abbia avuto la fortuna di conoscere”. E lo ha anche messo, nero su bianco, nel suo memoir “Io sono Giorgia”. Bisogna partire da Fazzolari, allora. Personaggio fra i meno esplorati nel giro stretto che conta: quello di Giorgia e i suoi fratelli. I due si passano parole e idee come in un match sul centrale del Foro Italico. E addirittura spesso se ne dimenticherebbero la primogenitura. “Fazzo, questa era la mia o la tua?”. C’è Fazzolari – con lei capo della segreteria al ministero della Gioventù nel 2008 – dietro la posizione definitiva e squillante sulla guerra in Ucraina e su Vladimir Putin, così distante da quella zigzagante di Matteo Salvini. C’è sempre lui dietro la linea balbettante sui vaccini. Con l’errore  di averli sovrapposti al no al green pass con un discreto “effetto Puzzer”, almeno all’inizio (“No alla dittatura sanitaria, no alla sperimentazione di massa”). Fazzolari non è il Mogol della Capa, famosa per scrivere tutto di suo pugno, ma una buona parte della testa sì (anche sulle alleanze con le famiglie della destra europea, in questo caso i Conservatori, poi gestite sul campo, a Strasburgo, dall’europarlamentare Raffaele Fitto, luogotenente in ascesa). 

 
Francesco Lollobrigida, detto Lollo come la famosa e charmante zia, è il braccio. Fa il capogruppo alla Camera, si sa (l’omologo in Senato è il compassato Luca Ciriani). Chi parla con lui è come se avesse già stretto un patto con lei, o quasi. Si occupa delle liste elettorali, dei nuovi ingressi, degli accordi sui territori, ammonisce gli indisciplinati, sa vincere congressi, fa intelligence interna, se serve. Pulisce, screma. Al suo compleanno di 50 anni – festeggiato a pranzo nel ristorante Maxela, l’altro ritrovo è la Campana del parlamentare Paolo Trancassini – i deputati sono stati tutti felicissimi di autotassarsi (fino a 150 euro) per  fargli un bel regalo. Un piccolo investimento per un tranquillo futuro? Che cattiverie, signora mia. Da ragazzo lo chiamavano Beautiful: biondo, occhi azzurri, fisicato. Simpatico, veloce. Sempre da ragazzo ha conosciuto Arianna Meloni, sua moglie, la sorella più grande di Giorgia, che per le regole della real casa va citata il meno possibile (qui per un po’ si è messa seduta in prima fila, poi si è alzata). Lollo, per i maligni, è il primo esempio di marito che si prende anche il cognome della moglie senza esibirlo: materia da Corte Costituzionale. Ma sono cattiverie. E’ stato presidente del Fronte della gioventù a Roma. E poi diventerà consigliere provinciale (e assessore regionale). Compagna di scranno a Palazzo Valentini è la sorella di quella che diventerà sua moglie. E cioè Giorgia. Lollobrigida – che di notte sogna il Viminale – c’è sempre, da una vita. E c’è soprattutto nel palazzetto dello sport di Viterbo, nel marzo 2002. Quando la nuova imperatrice della destra italiana – ora che Donna Assunta Almirante è scomparsa lo si può scrivere – diventa presidente di Azione giovani, erede del Fuan, retaggio del Msi prima che di An.

  
Meloni in quel momento ha 27 anni. Non sfila più per le strade di Roma con il gruppo gli Antenati. Frequenta la costola universitaria, si è fatta le ossa in consiglio provinciale a Roma, forse nemmeno è più soprannominata Calimero. Fa già parte del quadrumvirato (quota Rampelli, dunque Gabbiani, ergo rappresenta le zone di Roma e Rieti) nominata da Gianfranco Fini in vista dell’imminente congresso. Lo sfidante è spinto dalla destra sociale di Francesco Storace e Gianni Alemanno: si chiama Carlo Fidanza. Ora è europarlamentare, già capodelegazione in Europa, riabilitato proprio in questi giorni “anche se fermo a Strasburgo per impegni istituzionali”, dopo un’espulsione per fallo di mano, anzi di braccio (un’inchiesta di Fanpage lo immortalò alle prese con la ginnastica dei saluti romani condita da battute sulla birreria di Monaco).  Meloni lo batte. E vince nel 2004 anche grazie al connubio con il giovane fiorentino Giovanni Donzelli, all’epoca leader degli universitari del partito. Ora è un colonnello con stellette, un super fratello d’Italia. “Donze” sul campo si è preso il merito di essere anti-renziano ante litteram a Palazzo Vecchio. Adesso è il capo dell’organizzazione e siede a Montecitorio. Fa ordine interno, parla con i circoli, conosce i territori. Va spesso in tv. E’ uno degli artefici della svolta di Viterbo di Azione Giovani. A sostenere Meloni con lui ci sono due futuri governatori: Francesco Acquaroli e Marco Marsilio (in collegamento da casa, in Abruzzo, causa Covid). Ma anche il viterbese Mauro Rotelli, che seguirà la Capa al ministero: adesso è deputato e responsabile della comunicazione nonché presentatore fuori campo dell’evento. Del gruppo dei vincitori fa parte anche una ventenne che adesso sbuca nei panini dei telegiornali: Augusta Montaruli da Torino. Ma c’è pure Carolina Varchi, candidata a Palermo (tra le sorelle politiche di Giorgia occorre mettere la calabrese Wanda Ferro, Isabella Rauti e la consigliera regionale del Lazio Chiara Colosimo).  Meloni  viene eletta nonostante Fini che, per logiche interne, le preferirebbe Fidanza per riequilibrare le correnti dei seniores in mano alla Destra protagonista di La Russa e Gasparri. Il conclave di Viterbo benedice invece una papessa. I giovani della destra sociale escono sconfitti. Tra loro anche Andrea Delmastro Delle Vedove da Biella, avvocato, figlio d’arte, attualmente sacerdote del credo meloniano, ai tempi alleato di Fidanza. Delmastro – lunga gavetta come tutti nei consigli comunali, provinciali, regionali del suo territorio – è un altro che va nei talk con una certa frequenza. Persona di fiducia, amicizia ultraventennale.  

 
Fuori da questa cerchia ristrettissima, che si spalleggia da sempre, c’è Guido Crosetto. Alt. Trattasi dell’unico che può dire in pubblico “non sono d’accordo”. E’ il gigante che prende in braccio Meloni quando nasce Fratelli d’Italia nel 2012. L’unico, dicono, con il quale lei può confidarsi e mostrarsi fragile. E’ l’uomo, anzi l’omone, delle relazioni che contano. A partire da quelle con Leonardo, Finmeccanica, Terna. I due si conoscono e legano durante l’ultimo governo Berlusconi: lei ministro, lui sottosegretario alla Difesa. Vorrebbero scalare il Pdl, ciascuno per contro proprio, ma alla fine si uniscono e se ne vanno insieme. Crosetto si è dimesso da deputato per guidare l’Aiad, la Confindustria dell’aerospaziale. E’ considerato quello intelligente e meno settario della compagnia. Nel “governo Meloni” non potendo ambire alla Difesa, per conflitto d’interessi, in molti lo vedono in via Veneto, al ministero dello Sviluppo economico. Nelle redazioni è quello dell’intervista buona su FdI. Senti Crosetto se vuole parlare, va’. 

 

Alla fine tutti questi colonnelli che qui dirigono tavoli, parlano di futuro, attaccano Draghi, stringono mani e mandano messaggi agli alleati sono coetanei. L’esperienza porta il pizzetto e l’occhio luciferino ma simpatico di Ignazio Benito Maria La Russa. ’Gnazio. Cinghia di trasmissione con il passato, ma anche con Berlusconi. Fondamentale nella nascita di Fratelli d’Italia. L’unico colonnello finiano rimasto in voga e ascoltato. Gli altri ci hanno provato con Giorgia – vedi Alemanno e Storace – ma senza troppa fortuna. Quando lei ha visto la malaparata ha detto: “Non voglio fare una nuova An”. Vuole il governo, sogna Palazzo Chigi. Ma intanto le altre torri di City Life ricordano a tutti la fisionomia dell’attuale centrodestra: il dritto, lo storto, il curvo.   

  

 

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero (in cronaca e al politico). Prima ancora in Emilia Romagna come corrispondente (fra nascita del M5s e terremoto), a Firenze come redattore del Nuovo Corriere (alle prese tutte le mattine con cronaca nera e giudiziaria). Ha iniziato a Viterbo a 19 anni con il pattinaggio e il calcio minore, poi a 26 anni ha strappato la prima assunzione. Ha scritto per Oggi, Linkiesta, inserti di viaggi e gastronomia. Ha collaborato con RadioRai, ma anche con emittenti televisive e radiofoniche locali che non  pagavano mai. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.