Le stime del governo dicono che aumentare le spese militari aiuta l'economia, oltre che la diplomazia

Valerio Valentini

A fronte di dieci miliardi di uscite in più tra il 2020 e il 2028, è previsto un aumento dei ricavi del comparto Difesa di quasi 20. La spinta all'export e l'idea di coordinare gli investimenti direttamente da Palazzo Chigi. Per Draghi non si torna indietro: ne va dell'intesa con Biden, dopo le sbandate russe e cinesi di Lega e M5s

Moltiplicare per due. In certi casi, perfino per quattro. Non bastasse la ragione diplomatica a giustificare la scelta, ora Mario Draghi potrà rivendicare anche un’evidenza contabile: aumentare le spese militari conviene, in termini  economici. A dimostrarlo c’è una simulazione che da qualche giorno circola tra i gabinetti dei ministeri più direttamente coinvolti nel dossier: Economia,  Sviluppo e  Difesa. E il dato, almeno sulla carta, è inequivocabile: a fronte di un aumento di spesa di circa 10 miliardi, tra il 2020 e il 2028, il comparto industriale della Difesa otterrebbe quasi 13 miliardi in più di ricavi, e l’export del settore aumenterebbe di quasi 8 miliardi.

Il tutto, ovviamente, a patto di indirizzare bene gli investimenti. Di fare, cioè, anche in questo caso, del “debito buono”. E’ anche per questo che a Palazzo Chigi stanno valutando la riattivazione  del cosiddetto Tavolo TaTeSe, un organo di consultazione e d’indirizzo pensato specificamente per il comparto. Coordinato formalmente dal premier, e più direttamente dal suo consigliere militare, il tavolo vede la partecipazione dei ministeri della Difesa, degli Esteri, dello Sviluppo, dell’Economia e dell’Interno. Ma non solo. Perché a essere coinvolte sono anche le associazioni di categoria (da Confindustria passando per Aiad, Aipas e Asas, ovvero aeronautica e aerospazio) e le principali aziende del settore: Leonardo anzitutto, ma anche Fincantieri, Iveco, Telespazio, Avio, Mbda. E’ uno strumento, questo, pensato soprattutto per il potenziamento della vendita all’estero dei prodotti italiani, visto che in questo senso al settore della Difesa viene riconosciuto, nelle proiezioni governative elaborate in questi giorni, che per ogni euro investito potrebbero prodursene quattro in termini di maggiore export.

Il tutto, a patto di rafforzare lo strumento del G2G: si tratta, cioè, di un modello diplomatico e industriale  che prevede accordi tra governo e governo (G2G, appunto, che si contrappone al modello B2G, ovvero business to government), e che insomma dovrebbe sempre più coinvolgere l’esecutivo italiano nelle operazioni di promozione e vendita dei prodotti delle nostre imprese ai paesi acquirenti – il che eviterebbe anche il proliferare di veri o presunti  intermediari, magari nelle vesti di ex premier, diciamo.

Serve coordinamento, insomma. Anche con l’istituzione di “cabina di regia” interministeriali. E l’obiettivo è quello di concretizzare le proiezioni elaborate. Stando a queste, se la spesa militare passerà davvero dai 22,8 miliardi del 2020 ai 32,8 miliardi nel 2028, così da raggiungere orientativamente l’obiettivo del 2 per cento sul pil fissato dalla Nato, si dovrebbe passare, nello stesso periodo, dai 14,5 ai 27,3 miliardi di ricavi per l’intero settore, con un aumento specifico dell’export che da 8,9 passerebbe a 16,8 miliardi. Nel complesso, dunque, una spinta all’economia pari al doppio dell’aggravio sulle casse pubbliche.

Nel frattempo, però, si dovrà modificare anche la composizione della spesa. Perché, stando agli ultimi piani programmatici approvati dal ministero di Lorenzo Guerini, il 67,6 per cento dei soldi che lo stato sborsa per il settore viene utilizzato per il personale: stipendi, dunque. All’investimento viene invece destinato il 18,3 per cento del totale. Che è il 50,3 per cento in più rispetto a quanto avveniva a inizio legislatura, ma che ancora non vale a rispettare fino in fondo il parametro del 20 per cento richiesto dall’Alleanza atlantica.

E anche questa, per Draghi, è una sfida da affrontare. Per questioni di corretto utilizzo dei fondi pubblici, certo, ma anche per ragioni geopolitiche. I trascorsi ondivaghi della nostra diplomazia di governo in epoca di grilloleghismo (le sbandate sulla Via della Seta del Conte I) sono stati corretti e superati. E però ancora oggi la presenza di partiti non esattamente allineati sul fronte atlantico nel governo  desta alcune preoccupazioni nell’Amministrazione statunitense.  Non a caso nei giorni passati i nostri servizi d’intelligence hanno segnalato come anche certe apparentemente innocue prese di posizione stravaganti di parlamentari leghisti dichiaratamente filorussi sono state opportunamente rilanciate dagli organi di propaganda di Putin: come a indicare una falla nel muro di compattezza occidentale, come a segnalare la presenza di gente amica dall’altra parte della barricata.

Se  l’adeguarsi ai parametri di spesa richiesti dalla Nato deve essere interpretato anche come un segnale di lealtà e di affidabilità all’alleato americano, Draghi ha tutta la volontà di mandarlo forte e chiaro, quel segnale. 
 

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  • Valerio Valentini
  • Nato a L'Aquila, nel 1991. Cresciuto a Collemare, lassù sull'Appennino. Maturità classica, laurea in Lettere moderne all'Università di Trento. Al Foglio dal 2017. Ho scritto un libro, "Gli 80 di Camporammaglia", edito da Laterza, con cui ho vinto il premio Campiello Opera Prima nel 2018. Mi piacciono i bei libri e il bel cinema. E il ciclismo, tutto, anche quello brutto.