(foto EPA)

La vera domanda posta dalla guerra in Ucraina è: a cosa siamo disposti per difendere la libertà?

Claudio Cerasa

L’Italia, Putin e quella saldatura pericolosa tra borghesia cinica e populismi di ritorno

C’è in ballo il futuro della democrazia, certo. C’è in ballo il domani dell’Europa, ovvio. E’ in discussione il destino delle società aperte, chiaro. Ma la domanda complicata a cui presto molti di noi dovranno rispondere quando la guerra in Ucraina inizierà ad avere un impatto concreto non solo sui nostri ideali, o sulle nostre bollette, ma anche sui nostri portafogli, sui nostri acquisti, sui nostri business, sui nostri gesti quotidiani è questa: che cosa siamo disposti a perdere per difendere la nostra libertà?

Gli ucraini, da quasi un mese, sono lì a ricordarci ogni giorno, con i loro sguardi, le loro scelte, i loro gesti, la loro resistenza, i loro caduti, che esiste ancora chi è disposto a mettere in discussione la vita per difendere il proprio paese dal virus letale del dispotismo putiniano. Ma più passa il tempo, più la guerra va avanti, più la resistenza funziona, più le sanzioni si rafforzano, più i russi faticano e più risulta evidente che un conflitto relativamente lungo potrebbe contribuire a creare, nelle democrazie europee, una saldatura pericolosa tra imprenditori cinici e populismi di ritorno.

Il tema è grosso modo questo e lo si ritrova ben condensato all’interno di numerose conversazioni con pezzi da novanta della classe dirigente. Premessa: nelle guerre si vince e si perde. Svolgimento: a un certo punto le forze in campo devono decidere cosa fare in funzione delle probabilità di vittoria o sconfitta. Tesi: se escludiamo la volontà dell’Europa di scatenare una guerra globale, il presidente ucraino dovrebbe alzare bandiera bianca, evitare la distruzione del suo paese e trattare una resa dignitosa come è già avvenuto in altre guerre, smettendola di essere arrogante e di mettere a rischio l’Europa e il suo stesso paese, per il semplice fatto di non voler riconoscere di aver perso la guerra. Di fronte ad argomentazioni di questo genere, che lasciano intravedere un passaggio rapido dalla stagione del “fate la pace” alla stagione del “lasciateci in pace”, ci sono almeno tre ordini di risposte che si potrebbero dare. La prima risposta è spietata: se il tema centrale è risolvere in fretta il conflitto, più che occuparsi di come far capitolare l’Ucraina non avrebbe forse più senso, come chiede Tony Blair, preoccuparsi di come agire subito esercitando la massima pressione sulla Russia, piuttosto che aumentare la pressione dell’occidente solo in risposta all’escalation di Putin?

La seconda risposta è più fattuale ed è legata a una circostanza che la parte più cinica dell’imprenditoria italiana, la stessa che in queste ore preme sul governo chiedendo di non aver paura con gli scostamenti, chiedendo di non aver paura a intervenire sulle bollette, chiedendo di non aver paura a fare nuovi debiti, dovrebbe ricordare che concedere una vittoria a un paese guidato da un dittatore che sceglie di riscrivere i confini della storia utilizzando le armi significa cancellare la linea rossa che separa una democrazia sovrana da una democrazia aggredita. La terza risposta riguarda un terreno più delicato che ha a che fare con una dimensione ben più importante del futuro del prezzo della benzina: la capacità da parte di una classe dirigente non sonnambula di trasformare i grandi cambiamenti del mondo in formidabili opportunità per provare a crescere. E per sfuggire alla paralisi dettata dalla nostalgia di un passato che non ci sarà più, la parola chiave da maneggiare con intelligenza sarà una parola sdoganata mesi fa dal presidente americano Joe Biden: la friendshoring. La capacità cioè di costruire un nuovo modello di globalizzazione all’interno di una cornice diversa, tra amici, friends, dove la condivisione dei princìpi non negoziabili di una democrazia liberale diventa il motore di un nuovo mercato e di una nuova stagione. Resistere, resistere, resistere. Non solo all’esercito russo ma anche alla tentazione di alzare le mani, nei nostri paesi, ammettendo di non essere disposti a perdere nulla per difendere la nostra libertà.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.