(foto Ansa)

Ma 'ndo vai?

Da Salvini a Di Maio passando per D'Alema. L'irresistibile commedia dell'italiano all'estero

Salvatore Merlo

La figuraccia del leader leghista in Polonia è solo l'ultima di una lunga serie: dimostra che prima o poi arriva il momento in cui la patacca italiana assume le necessarie dimensioni internazionali

Quello del politico italiano all’estero è un genere letterario grottesco, degno della migliore commedia,  e consegnato negli ultimi anni, grazie alla faconda generosità del nuovo corso populista, a una prodigiosa fioritura di talento (a volte di genio) comico. Una cosa così spensierata, gratuita, in apparenza casuale, da sembrare inesauribile. Capita sempre infatti, a un certo punto, che questi tizi abituati a spararle grosse in Italia e a venire per questo premiati anche con posti di governo, sentano il bisogno urgente, viscerale, per non dire intestinale, di salpare al di là degli oceani. Insomma di volare oltre le Alpi. Solo che in Polonia un selfie con la Nutella non è precisamente uguale a un selfie con Putin. Ma tant’è.

I Nostri si mettono sistematicamente in viaggio senza ben sapere nemmeno perché, vanno in posti che non conoscono, pronunciano alcune parole che non capiscono, accucchiano figure di tolla gigantesche e se ne tornano in patria come niente fosse. Tipo Luigi Di Maio quando, per rimediare (secondo lui) all’incidente diplomatico con la Francia per via del selfie (di nuovo) con i gilet gialli, pensò bene di tornare sul luogo del delitto per  spiegare al quotidiano Monde che lui nutriva grandissima ammirazione per la tradizione democratica “millenaria” dei francesi. Testuale: millenaria. In Francia ancora ridono.

Questo per dire che in sostanza, Matteo Salvini in Polonia alla Alberto Sordi è solo l’ultima perla d’un surreale collier che sta lì a dimostrare un assioma: arriva prima o poi il momento in cui la patacca italiana assume le sue necessarie dimensioni internazionali. E qui non si vuole nemmeno infierire citando Di Battista collegato con Lilli Gruber dal Chiapas. O Manlio Di Stefano, che dopo aver spiegato  che “il terrorismo islamico non esiste” iniziò a grattarsi la fronte inutilmente ampia chiedendosi perché mai gli israeliani ce l’avessero con lui. Gli ebrei gli impedirono di entrare a Gaza, noi l’abbiamo fatto sottosegretario agli Esteri. A ciascuno il suo. Altro che D’Alema, quando si faceva fotografare in giro per Beirut con i terroristi di Hezbollah (battuta dell’epoca: “il Massimo della pace”). Altro che Mario Scelba, che in Francia fu accolto dal premier: “Piacere Mendes-France”. E lui: “Piacere Scelba, Italie”. La verità è che c’è da chiedersi come mai questo stupefacente intreccio che va da Salvini a Di Maio non suggerisca a nessuno la trama di un film comico. Forse si tratta già d’una commedia talmente ricca di personaggi incredibili che nessun sceneggiatore saprebbe fare meglio (o peggio). Chissà.

Di più su questi argomenti:
  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.