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Il franco Dalemone

D'Alema, il re sfasciatore tra Conte e la corrente di Bettini

Salvatore Merlo

Come il Jep Gambardella di Sorrentino, lo storico esponente della sinistra italiana non vuole partecipare alla festa. Vuole avere il potere di farla fallire. Il partito contro Draghi al Quirinale ora ha un vero leader

Come Silvio Berlusconi si candida al Quirinale perché in realtà vuole mettersi al centro della vicenda e incoronarsi kingmaker del prossimo presidente della Repubblica, così Massimo D’Alema diventa fragoroso non perché voglia depurare dalla “malattia renziana” il Pd  in cui è previsto il suo rientro, né tanto meno perché ambisca a qualcosa, ma semplicemente perché così dicendo  occulta forse la sua vera intenzione: la candidatura a  king “un-maker”, a re sfasciatore della corsa al Quirinale, a leader degli impallinatori di Mario Draghi. Come il Jep Gambardella di Sorrentino, D’Alema non vuole partecipare alla festa. Lui vuole avere il potere di farla fallire. E allora, mentre Enrico Letta annulla il dibattito sul Quirinale e impone il silenzio, lui pronuncia le sue parole più sentite. Queste: “L’idea che il premier si autoelegga capo dello stato e nomini al suo posto un alto funzionario del ministero dell’Economia mi pare non adeguata per un grande paese democratico come l’Italia”. Bum.

   

Ed ecco come  la cronaca politica registra la nascita del capo carismatico che mancava al partitone dei franchi tiratori – ehm: dalemoni – del centrosinistra, l’uomo immagine alla testa di quei soliti ignoti che non si riuniscono mai, non hanno una sede, non troverebbero posto nemmeno nel gruppo Misto, ma che pure sono tantissimi nel Pd come nei Cinque stelle. Una pattugliona che finora s’è agitata  in disordine intorno a Giuseppe Conte, che infatti  riallaccia i rapporti con Nicola Morra e Barbara Lezzi, ovvero con i reprobi grillini che votarono la sfiducia a Draghi. Quell’inafferrabile contropotere capace di scombinare e devastare progetti, quella  galassia sfuggente e trasversale che nel Pd va roteando nell’orbita di Andrea Orlando e anche di  Goffredo Bettini, il monaco che ha appena creato un correntone dentro al Pd, ovviamente anti Draghi, un’associazione che si chiama Campo democratico e che adesso ha pure una sede nella nuova casa che Bettini ha preso a Roma, al quartiere Italia. C’è  dunque una sede, c’è un progetto politico. E ora c’è anche un leader coi fiocchi. Pardon, coi baffi.

  
 
Solo una faccia provata da un lungo bombardamento può incutere paura, perché è la faccia che sta a guardare e a osservare per cibarsi degli errori degli altri. E così mentre Enrico Letta lascia intendere d’essere draghiano, ma pure rimanda ogni discussione sul Quirinale al 13 gennaio chiedendo a tutti nel suo partito di tacere, mentre insomma il segretario del Pd impone lo stallo e non prende iniziative, ecco che il vecchio Massimo D’Alema invece accende (eufemismo)  la discussione a sinistra. Di più: la fa esplodere. Porta in superficie il dibattito sotterraneo, e come un reagente chimico nell’alambicco del Pd rende fluorescenti le posizioni di tutti. “Mi impressiona  la campagna culturale  sulla necessità di sospendere la democrazia e di affidarsi a un potere che altro non è se non il potere della grande finanza internazionale”.

 

La ben nota spavalderia costringe ciascuno a dichiararsi, al punto che anche  la corrente riformista di Lorenzo Guerini ha preso posizione. “Nessuna preclusione all’elezione di Draghi al Quirinale”, dice oggi intervistato dal Foglio il coordinatore della corrente, Alessandro Alfieri. Pochi segni insomma sono più chiari di questo ritorno di Massimo D’Alema al ruolo di re sfasciatore, il king un-maker del Quirinale. Berlusconi vuole tessere la trama, lui vuole  disfarla. E insomma poche altre prove come questo rumoroso rientro in scena dimostrano quel che ha cominciato a bollire nel calderone della discordia.

 

C’è un piccolo mondo antico che nel Pd non vuole Draghi presidente della Repubblica, e adesso questo mondo di cecchini disorganizzati  ha un capo. E che capo… “Mezzi tecnici”, li chiamava pudicamente Aldo Moro. “Pugnale, veleno e franchi tiratori” traduceva Donat-Cattin. Ma col suo ben noto talento dai significati equivoci, D’Alema leader dei franchi tiratori  trasforma il solito vecchio azzardo da biscazzieri in una precisa aritmetica da giocatori di bridge, tramuta la ribellione anarchica in una specie di partito. Lungo è ovviamente l’elenco delle presunte vittime dei diabolici complotti e voltafaccia dalemiani: Occhetto, Prodi, Di Pietro, Marini, Cofferati, Berlusconi… ora tocca a Draghi. Nel Pd c’è anche chi sorride, perché D’Alema “è una calamita al contrario”, dicono. Compatta tutti contro di lui. Ma sarà poi vero?

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.