Più green pass, meno farabuttismo. E buon anno di libertà

Claudio Cerasa

Professionisti della zizzania e complottisti ancora all’opera per smontare il senso del certificato vaccinale. Che tra i suoi tanti meriti ci ha permesso di convivere con il virus senza fermare le nostre vite 
 

Da qualche tempo a questa parte, i professionisti della zizzania, limonando duro con i giocolieri del complottismo, hanno scelto di investire buona parte delle proprie energie per costruire una nuova equazione del farabuttismo. L’equazione è presto spiegata: il fatto che i contagi stiano aumentando in modo vertiginoso anche nei paesi che hanno scelto di scommettere sul green pass dimostra che il green pass altro non è stato che uno strumento utile solo a ingolfare la burocrazia, a controllare le nostre vite e a limitare in modo irresponsabile le nostre libertà. Qualche giullare del complottismo, negli ultimi tempi, è arrivato a sostenere persino che il green pass abbia contribuito a far aumentare i contagi, per aver offerto ai vaccinati false sicurezze e per averli spinti sulla base di queste false sicurezze a considerare finita la pandemia. Ma mentre il popolo dei No green pass usa in modo strumentale l’arrivo di una nuova variante per tentare di dimostrare le proprie teorie scombiccherate, c’è un altro popolo, decisamente maggioritario e però mediaticamente poco rappresentato, se non in modo macchiettistico, che il green pass, oltre che usarlo con disinvoltura, continua a considerarlo per quello che è: un formidabile strumento di libertà.

Uno strumento capace contemporaneamente di proteggere noi stessi (un luogo in cui le persone hanno tutte il green pass è più sicuro di uno senza limitazioni), di proteggere la nostra comunità, di proteggere i nostri esercizi commerciali, di proteggere la nostra economia e di offrire alla campagna di vaccinazione una spinta ulteriore rendendo il vaccino non obbligatorio ma indispensabile, sfumatura niente male, necessario cioè per poter fare in tempi di pandemia una vita non in lockdown e per poter costruire restrizioni non generalizzate ma caso per caso. Il green pass non è uno strumento perfetto, non è uno strumento sufficiente per proteggerci dal Covid, e d’altronde nessuno mai tra le autorità sanitarie ha suggerito di svolgere una vita normale, senza gli accorgimenti minimi necessari da usare durante la pandemia, ma per diverse ragioni è ancora oggi uno strumento necessario, di civiltà ci verrebbe da dire, che in questi mesi ci ha permesso di fare quello che probabilmente dovremo fare ancora a lungo: convivere con il virus senza fermare le nostre vite, mescolando la libertà negativa, che non vieta a un individuo di vivere in modo isolato, e la libertà positiva, che permette a chi vuole vivere in una comunità di essere protetto sia dal virus pandemico sia da quello della irresponsabilità. Se c’è un difetto nel green pass, che ha creato questo sì una falsa sicurezza tra i cittadini, sta nel fatto che fino a qualche giorno fa un tamponato equivaleva a un vaccinato (e questo è stato un errore grave commesso dal governo) e la storia della pandemia ci ha insegnato che per essere protetti dal Covid e per proteggere i nostri vicini essere vaccinati è decisamente preferibile che essere semplicemente tamponati (chiedetelo a chi è risultato positivo alla variante Omicron dopo aver avuto tre dosi di vaccino e a chi è risultato positivo senza essere coperto). Ha fatto questo, il green pass, ma incentivando le vaccinazioni ha fatto anche altro. Ha protetto i fragili diminuendo le chance che incontrino infettati no vax. Ha limitato la possibilità che i no vax si infettino e quindi ha mitigato il rischio dì avere più persone in terapia intensiva. Ha fatto diminuire le possibilità per molte regioni di passare in zone arancione e rossa e ha concesso dunque più libertà economica a tutti.

Il green pass, che non è un’invenzione italiana ma è un’invenzione francese che molti paesi europei dopo mesi di titubanza hanno iniziato a usare per governare la pandemia e che l’Italia ha reso maggiormente stringente arrivando a considerarlo necessario anche per andare a lavorare, ha permesso ai cittadini europei di non chiudere le frontiere, introducendo un elemento di fiducia per proseguire gli spostamenti anche nei momenti più difficili, e ha permesso all’Europa di muoversi in modo armonico, creando un meccanismo certificato a livello centrale e utilizzato poi in modo sorprendentemente disinvolto sia dai cittadini sia dai datori di lavoro, e ha messo per la prima volta nelle mani dei cittadini un’opzione nuova: una burocrazia potenzialmente amica capace di tenere insieme in un’unica app medicina, economia e tecnologia. Il green pass ha avuto il merito di offrire sicurezza e protezione in un momento di smarrimento, ha avuto il merito di mostrare fino a dove può arrivare una campagna di convincimento sulle vaccinazioni senza l’arma atomica dell’obbligo vaccinale, ha contribuito a mettere nelle mani dei cittadini e dello stato una delle operazioni di cittadinanza digitale più importanti della storia del paese, ha fatto emergere in modo prepotente la linea che separa l’Italia della responsabilità, che considera le regole del virus non più pericolose del virus, da quella dell’irresponsabilità, che è quella che ha fatto di tutto in questi mesi per trovare una buona scusa per non schierarsi a muso duro contro il popolo dei no vax, e ha contribuito a offrire al nostro paese uno strumento unificante, in grado di mettere i cittadini e lo stato di fronte a una necessità: trovare un modo per convivere con il virus senza dare al virus la possibilità di bloccare la nostra vita. La vera libertà, anche nel nuovo anno, passerà da qui. Più vaccini, più green pass, più libertà e meno farabuttismo. La stagione dei doveri evocata da Sergio Mattarella il 31 dicembre in fondo passa anche da qui. Buon anno a tutti.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.