Mario Draghi (Ansa)

Passeggiate romane

Il futuro di Palazzo Chigi. E dopo Draghi?

Capire il destino del Colle studiando le manovre sul futuro di questo governo. Nomi, scenari e conti

Ma che cosa rende veramente così complicate – e lunghe – le trattative per l’elezione del successore di Sergio Mattarella? Semplice: che non solo di trattative per la presidenza della Repubblica si tratta. Bene o male, infatti, quasi tutti i protagonisti della politica italiana danno quasi per scontato, al di là delle dichiarazioni e delle interviste ufficiali, che alla fine se Mario Draghi vorrà veramente andare al Colle nessuno gli potrà dire di no. Tutto dipende dal premier. Ma se Draghi verrà eletto presidente della Repubblica bisognerà formare un nuovo governo. Ed è proprio sull’esecutivo del dopo Draghi che le trattative sono più che mai complicate. E delicate.
 

Ognuno dei leader dei partiti che sostengono l’attuale governo ha uno o più ministri non propriamente amici. Anzi, per essere più esatti, in alcuni casi chi siede al governo è l’avversario interno del leader del proprio partito. Si veda, per esempio, il caso di Luigi Di Maio, che è uno dei più fieri oppositori di Giuseppe Conte. O si prenda Giancarlo Giorgetti, che con Matteo Salvini ormai va sempre meno d’accordo. E che dire di Enrico Letta che dentro il governo ha i leader delle tre maggiori correnti interne del partito e neanche un esponente che lo rappresenti? O di Silvio Berlusconi, i cui ministro che siedono nell’esecutivo Draghi vengono osservati con sospetto dal loro stesso partito? Si capisce allora come la trattativa per la formazione del nuovo eventuale governo sia quanto mai complessa. I leader vorrebbero sbarazzarsi di qualche ministro scomodo per mettere qualcuno di loro fiducia. Ma raggiungere questo obiettivo è tutt’altro che facile visto il peso politico che ricoprono questi ministri. O se si considerano quelli che sono disposti a difendere con le unghie e con i denti le proprie poltrone. Non è un caso dunque se proprio questi rappresentanti del governo siano i più fieri oppositori del passaggio di Draghi al Quirinale. E infatti un giorno sì e uno no ci tengono a sottolineare quanto sia importante che questo governo continui la sua esperienza e che il premier resti al suo posto.


Tutta la storia del Partito democratico (e della sinistra in genere) è un susseguirsi di liti tra gli ex segretari e i loro successori alla guida del Pd. Nel caso di Enrico Letta e Nicola Zingaretti, per la prima volta, pare che non sia così. Tant’è vero che tra i dem si parla già dello “ZingaLetta”, ossia l’asse che si è venuto creando tra il leader del Pd e il presidente della regione Lazio. Questa corrispondenza di amorosi sensi verrà ufficializzata in un’Agorà che Zingaretti ha organizzato per domani sera al Monk, un locale alla periferia di Roma. Siglando un patto con Zingaretti (non bisogna dimenticarsi che alla fine per il collegio di Roma 1 è stata scelta Cecilia D’Elia, una fedelissima del governatore del Lazio), Letta spera di mettersi al riparo dal prevedibile assalto delle correnti mai dome del Partito democratico. All’iniziativa parteciperanno anche le Sardine, con Mattia Santori.


Se Enrico Letta ha tutto l’interesse a mantenere ottimi rapporti con Nicola Zingaretti è anche vero che alcune ultime mosse del segretario del Partito democratico hanno destato più di un sospetto tra i dem. Prima c’è stata l’operazione del ddl Zan. È stata condotta in modo tale per cui l’esito non poteva non essere quello che è stato: ossia il rinvio sine die di quella legge che entusiasma l’ala più a sinistra del Pd. Poi il caso del collegio di Roma 1: condotto in modo tale da far inviperire Carlo Calenda e da far fuggire Giuseppe Conte. E così tra i parlamentari dem ci si inizia a chiedere se sia la vicenda del ddl Zan che la storia del collegio di Roma 1 non siano state in realtà condotte con il chiaro obiettivo di far fallire la legge e la candidatura per dimostrare che al Pd non conviene buttarsi troppo a sinistra o corteggiare senza pudori i 5 stelle. In questo modo Letta potrebbe rispostare l’asse del partito al centro aprendo un canale di comunicazione più proficuo con Carlo Calenda. Fantapolitica? Qualcuno lo crede ma chi conosce bene e da anni gli ambienti dem dice: “Una classica idea che potrebbe venire in mente a un solo uomo: Romano Prodi…”.