Giuseppe Conte (LaPresse)

E la segreteria quando la fai?

È finita l'estate di Conte. Ora anche i fedelissimi lo attendono al varco

Salvatore Merlo

Dopo due mesi di simpatica mitomania nelle piazze, Letta lo degrada e i grillini lo spremono, chiedendo nomine, attestati e garanzie

Era “il punto di riferimento fortissimo dei progressisti”, ai tempi di Nicola Zingaretti.  Adesso è solo un “punto di riferimento” qualsiasi, nelle parole di Enrico Letta, che martedì lo ha ricollocato nella sua personale scala di pesi e di valori. E infatti a Giuseppe Conte non basta più continuare il suo infinito tour elettorale per rimandare i guai che gli precipitano addosso tutti insieme. C’è il flop delle amministrative, ci sono le due ex sindache di Roma e Torino che gli si agitano intorno come Erinni fameliche, ci sono Paola Taverna e Vito Crimi che pretendono pure loro nomine e pennacchi, ci sono infine quelli come Laura Castelli che cominciano a chiedergli conto di un insuccesso alle urne di cui lui vorrebbe liberarsi con una scrollata di spalle. “Non si può imputare la sconfitta a me, sono appena arrivato”. Facile a dirsi, ma non a farsi. E la verità è che sempre di più Conte scopre la fatica della politica vera.

 

Non può più troncare né sopire, come faceva ai tempi d’oro del governo, quando era il re dell’indecisione e del rinvio, quando fu non a caso ribattezzato “frattanto” (o “salvo intese”) dai suoi stessi ministri che intanto ne osservavano ammirati il talento dilatorio, la genialità nel tirare di lenza, quello scagliare la palla sempre un po’ più in avanti che era diventato un metodo e una garanzia di durata. Non è più così. Non si scappa. Anche se lui ci prova. Ancora. Ieri, per dire, s’inerpicava tra Adrano e Ramacca, Caltagirone e Grammichele, lungo le strade polverose della Sicilia che vota la settimana prossima, cercando di prolungare quella che alcuni suoi colleghi di partito chiamano “la lunga estate della mitomania”, cioè questi ultimi mesi in cui Conte ha girato l’Italia riempiendo le piazze tipo Al Bano alla sagra del fagiolo di Passopisciaro, attorniato dalla claque delle famose bimbe (“succede ai personaggi famosi”, ipse dixit), impegnato ad autoraccontarsi e autocitarsi, un po’ Capitan Fracassa e un po’ Carlo Verdone (“quella volta che le ho cantate alla Merkel...”).

 

Ma già ieri ad Adrano, Conte non faceva in tempo a dire in pubblico che “il Movimento non è sbiadito ma  ha finalmente una identità” che veniva inseguito da  messaggini e telefonate romane di questo tenore: siamo sbiaditi, Giuseppe. Non possiamo più andare al rimorchio del Pd. E la segreteria quando la fai? Avevi detto metà settembre. Siamo al 7 di ottobre! E la verità è forse che lui vorrebbe continuare il suo tour da rockstar all’infinito, non rimetterci mai più piede a Roma, da quelli, i grillini. Ma non è possibile. L’estate è finita, tra poco finiscono pure le elezioni ed è incominciata la pioggia. Al varco lo attendono Raggi, Appendino, Taverna e pure Crimi, quelli che non gli sanno organizzare la campagna elettorale (la sera delle elezioni, a Napoli, Conte non aveva manco i tavoli e le sedie: le ha dovute far affittare) ma in compenso pretendono. Medagliette da vicesegretari, nomine da vicepresidenti, attestati e garanzie.

 

“Il limite dei due mandati, caro Giuseppe, quando lo fai saltare?”. Un incubo. Un assillo. E non c’è scampo.  Nessun “salvo intese”. Anche se a un certo punto Conte, avvolto dalla disperazione, per un attimo ha persino valutato la proposta surreale del suo capogruppo in Senato, Ettore Licheri. Questa: “Perché non fai una nomina al giorno?”. Considerato il sistema pletorico da lui escogitato per governare il M5s   (tre vicepresidenti, nove membri di segreteria, una direzione politica di oltre venti persone), ecco che  una nomina al giorno in effetti gli avrebbe consentito di guadagnare un mese. E tenere buoni i famelici questuanti.  Ma sarebbe ridicolo. E anche se Beppe Grillo ormai lo chiama “Mago di Oz”, come il ventriloquo ciarlatano del romanzo, il senso del ridicolo ancora non gli sfugge. Tutto il resto però sì.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.