Comunali depoliticizzate, o yea

Il primo voto dell'èra Draghi è un'altra rivoluzione per la politica

Claudio Cerasa

In ballo c’è il futuro delle città, non del paese. Meno fuffa, meno fuochi d’artificio, meno panna montata e un po’ di sostanza in più. Niente male queste amministrative, no?

Mica male queste amministrative, no? Le campagne elettorali viaggiano veloci, i motori dei candidati si muovono a pieni giri, la data delle elezioni si avvicina sempre di più (3 e 4 ottobre) e a pochi giorni dal voto che deciderà il futuro di città mica male, da Roma a Milano passando per Napoli, Torino, Bologna, 18 capoluoghi di provincia in tutto, per un totale di dodici milioni di elettori, c’è un assente formidabile nello scontro tra i candidati in campo e quell’assente ha il volto della politica nazionale.

E’ l’effetto Draghi, certo, è l’effetto delle coalizioni spericolate, di una politica meno conflittuale,  di una direzione di marcia del paese che tende a unire più che a dividere. Ma al netto di tutto questo, il fatto interessante è che la prima tornata elettorale della stagione del draghismo si presenta con un aspetto inedito, che chiunque abbia assistito a un qualche soporifero dibattito cittadino non potrà non aver notato. E la novità è questa: le sfide locali non sono costruite dai candidati come se fossero surrogati delle sfide nazionali ma sono costruite unicamente per parlare dei problemi delle città. Nessun voto in nessun comune può essere un voto contro il governo, essendo i partiti di governo equamente divisi da una parte e dall’altra dello schieramento, e nessun voto in nessuna città potrà fotografare con facilità un qualche macrotrend nazionale. Certo. Un non impossibile insuccesso del centrodestra verrebbe ovviamente utilizzato per dimostrare la crisi del salvinismo e del melonismo così come un non impossibile successo del centrosinistra verrebbe ovviamente utilizzato per dimostrare la grande vitalità della coalizione rossogialla. Ma la verità è che trovare un qualche segno nazionale in queste elezioni locali è una missione quasi impossibile. Potrebbe mai Giorgia Meloni dire che votare i suoi candidati significa votare contro il governo essendo al governo due dei partiti con cui si presenta alle elezioni? E potrebbe mai Enrico Letta dire che votare i candidati appoggiati dal Pd significa votare per fermare l’avanzata degli stessi presunti fascisti di destra con cui il Pd è oggi alleato al governo? E, d’altro canto, potrebbe mai Matteo Salvini dire che votare per i Michetti e i Bernardo significa votare per dare una lezione ai pericolosissimi azionisti della coalizione rossogialla con cui Salvini è alleato al governo? Ovviamente no.

E così succede che nelle grandi città improvvisamente non si parla di emergenze farlocche, ma solo di problemi reali, di buche, di immondizia, di quartieri, di cultura, di trasporto pubblico, persino di musei. Nulla che possa bucare, nulla che possa eccitare i giornali, ma nulla di meglio per il destino delle città al voto. Per una volta i leader contano poco, talmente poco che i leader di centrodestra si sono nascosti dietro candidature civiche e talmente poco che i leader della grande alleanza strategica rossogialla non possono farsi vedere insieme quasi da nessuna parte per non offrire messaggi distorti agli elettori romani, e l’impossibilità sostanziale di trasformare le elezioni comunali in qualcosa di diverso da singole scelte locali non è necessariamente una cattiva notizia ma la spia di una campagna elettorale diversa, con po’ meno fuffa,  meno fuochi d’artificio, meno panna montata e con un po’ di sostanza in più. I pistola in campo ci sono anche a questo giro, oops, ma la pax draghiana, con i relativi rimescolamenti, è possibile che porti a votare gli elettori con un criterio rivoluzionario, pensando un po’ meno alla politica nazionale e un po’ più ai programmi, nella consapevolezza che per una volta in ballo non c’è il futuro del paese ma il futuro della propria città. Mica male queste amministrative, no?

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.