Foto LaPresse

Armare l'Europa si può

Claudio Cerasa

Fare dell’Ue un gigante militare autonomo per difendere la libertà dove  necessario. Il nuovo motore franco tedesco (e italiano) passa da una svolta non retorica sulla difesa comune. E l’ora è arrivata

La capacità dell’Europa di combattere senza retorica tutti i nemici che ha promesso di voler sfidare negli incredibili giorni del collasso afghano – l’impotenza dell’occidente, l’indietreggiamento della Nato, l’isolazionismo americano, l’estremismo islamista, le canaglie dei diritti umani – passa da una rivoluzione culturale in mancanza della quale sarà impossibile considerare matura la classe dirigente del nostro continente. Paolo Gentiloni, commissario europeo all’Economia, ha detto due giorni fa a Repubblica che dalla débâcle in Afghanistan può scaturire l’ora dell’Europa. E in effetti il punto oggi è proprio questo: cosa possono fare concretamente le istituzioni europee per unire le forze e far diventare l’Europa oltre che un gigante economico e un gigante politico anche un gigante militare?

La risposta più semplice e forse più scontata che in momenti come questi viene di solito offerta per dare un seguito a questa domanda è che il passaggio necessario che manca all’Europa è la condivisione degli eserciti all’interno di un unico grande contenitore strategico come può essere quello di una Difesa comune. In una coraggiosa intervista rilasciata ieri al nostro giornale, il generale Claudio Graziano, che dal 2018 è presidente del Comitato militare dell’Unione europea, massimo organo di difesa comunitario, ha detto che l’ora dell’Europa è arrivata e che ormai è chiaro come “la difesa degli interessi comuni dell’Ue e la sicurezza dei cittadini siano perseguibili solo insieme, esprimendo una singola, autorevole e credibile voce europea”.

 

Il tema della Difesa comune – dove per Difesa comune si intende la possibilità da parte degli eserciti europei di rendersi rispetto alla Nato non indipendenti ma autonomi, il che significa poter agire in modo coordinato laddove lo si considera necessario senza che sia indispensabile la presenza degli Stati Uniti e senza che le proprie azioni siano esclusivamente difensive, o di addestramento, ma anche offensive – non è ovviamente un tema nuovo. E’ un tema che ha iniziato a prendere forma concretamente nel 1999 quando, a seguito di un famoso Consiglio europeo tenutosi a Colonia, fu istituito un primo battaglione comunitario formato da 1.500 persone che si sarebbe dovuto poi trasformare entro il 2003 in un esercito europeo più grande formato da circa 60 mila persone (cosa ovviamente mai avvenuta). Ma è un tema che oggi, forse per la prima volta nella storia, potrebbe essere qualcosa di più di una semplice esposizione di un desiderio, grazie a una svolta culturale in atto ormai da mesi. Una svolta che non ha a che fare solo con la semplice necessità di dare una risposta a ciò che è successo in Afghanistan. Ma che ha a che fare con un’evoluzione vera del dibattito politico europeo che ha reso meno dogmatiche le posizioni strutturalmente contrarie alla prospettiva della Difesa europea.

 

Lo scorso maggio, quattordici paesi europei, tra cui Francia, Germania e Italia, hanno firmato una lettera dal grande valore simbolico per proporre una forza militare, formata da 5.000 soldati e da navi e aerei militari, per aiutare, laddove necessario, i governi stranieri ad affrontare in modo unitario le crisi internazionali (l’Europa, come dimostra l’intervento in Sahel, si muove anche senza l’America, ma si muove attraverso un coordinamento tra stati, non con una strategia comune). La svolta, naturalmente, non è nel numero ma è nella volontà da parte di due paesi storicamente riluttanti come Francia e Germania di fare un passo in avanti nella creazione concreta di una difesa comune capace di agire anche in modo autonomo dagli Stati Uniti. In Germania, il tema della Difesa comune, per evidenti ragioni storiche che spingono da decenni i governi tedeschi a giocare con le leve del neutralismo, è stato a lungo un tabù. Ma a giudicare dalla campagna elettorale tedesca il tabù è ampiamente superato e il tema del coordinamento degli eserciti europei è diventato uno degli argomenti di dibattito tra partiti a favore (Cdu e Spd) e partiti contrari (i Verdi). Anche la Francia di Macron, che dopo l’addio della Gran Bretagna all’Unione europea è la principale potenza militare dell’Ue, oltre a essere l’unico paese europeo dotato di armamenti nucleari e l’unico presente nel Consiglio permanente di sicurezza dell’Onu, ha scelto formalmente di cambiare approccio sul tema della Difesa comune e all’inizio del prossimo anno avrà la possibilità di svolgere un ruolo di indirizzo importante quando, durante il suo semestre europeo di presidenza, verrà approvato il cosiddetto “Strategic Compass” (“bussola strategica”) dell’Ue, con il quale i paesi membri decideranno in che modo l’Unione europea dovrà coordinarsi a livello comune “nell’individuazione delle minacce prioritarie alla sicurezza europea nell’arco dei prossimi 5-10 anni”. Il tema di fondo ovviamente non è superare la Nato (nel 2019, Macron disse, in un’intervista all’Economist, che la Nato si trovava in “coma cerebrale”) ma è riuscire a superare alcuni tabù cruciali: fare dell’Europa un gigante militare autonomo, rendere gli eserciti europei non ostaggio dell’isolazionismo americano, essere liberi di intervenire in modo coordinato per difendere la libertà laddove fosse necessario e non risultare impotenti di fronte al bullismo diplomatico di paesi come la Russia o come la Cina che provando a sfruttare la stagione isolazionista dell’America potrebbero trasformare l’Ucraina e Taiwan in nuove piccole Kabul. La svolta è possibile, l’ora è arrivata e se l’indignazione della classe dirigente del nostro continente per ciò che è accaduto in Afghanistan è davvero sincera la nuova Europa non può che ripartire da qui: difesa comune, autonomia e possibilità di trasformare l’arte difensiva in strategia offensiva. E’ dura ma stavolta si può fare. 

Di più su questi argomenti:
  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.