Maria Elisabetta Alberti Casellati, la scarica dello stato

Salvatore Merlo

I sospetti e la competizione nei confronti del presidente Sergio Mattarella, i collaboratori scaricati a ritmo di due all'anno, l'ansia per lo spazio occupato su giornali e tg: al suo staff la presidente del Senato mostra tic da commedia all'italiana. E a palazzo Madama ora non ci vuole andare a lavorare più nessuno 

La chiamano “la seconda scarica dello stato”. Nel senso che la presidente del Senato, Maria Elisabetta Alberti Casellati, scarica collaboratori e portavoce al ritmo di due all’anno. Sei dal 2018. O li caccia, o più spesso sono loro che scappano via. Maurizio Caprara, già braccio destro di Giorgio Napolitano, durò un mese. Tonino Bettanini, che fu collaboratore di Claudio Martelli, poco di più. Anna Laura Bussa, giornalista politica dell’Ansa, circa tre mesi. L’ultimo, Andrea Zanini, degnissimo professionista, non ha fatto nemmeno in tempo a entrare a Palazzo dopo il licenziamento di Francesco Condoluci. Un record assoluto. La presidente infatti lo ha assunto circa dieci giorni fa, e poi lo ha in pratica quasi subito liquidato dopo averlo incontrato l’altro pomeriggio. Collaboreranno per tutta l’estate. Non oltre. Contratto a termine. Anzi: terminato. Sintetizza uno dei malcapitati: “Qualsiasi mancanza per lei è uno sgarbo, e le persone le tratta come merdacce”.

 

E così, a sentire la vasta, sconfinata letteratura sotterranea che riguarda la presidentessa alle prese con il suo staff, sembra di stare immersi nel modulo della commedia all’italiana, in un film comico, sospesi appunto tra Boris e Fantozzi. Scena numero uno. Studio del presidente del Senato. Piazza Madama. Interno giorno. La presidentessa non gradisce gli articoli usciti sui quotidiani (recentemente i voli di stato, i finanziamenti pubblici alle attività del figlio direttore d’orchestra e gli aumenti di stipendio ai funzionari del Senato). Ecco che allora Casellati convoca il portavoce. Urlo, in crescendo. “Ma mi spiegaaate com’è possiiibile che di Mattarella parlino tutti bene, e di me tutti maaaale?”. Segue botta del palmo della mano sulla scrivania. Stando ai resoconti uditivi dei presenti, pare si sia percepito distintamente lo scampanio dei suoi notevoli bracciali che, panciuti, ricordano degli aeroplani da traversata intercontinentale. D’altra parte dicono sia convinta d’essere sottostimata, sotto espressa e persino sott’esposta. E per questo calcola ansiosamente persino il minutaggio del Tg1, e riceve dalla figlia Ludovica avvertimenti di questo tenore: “Mamma, Fico ha parlato tre secondi più di te”. Crede sul serio che essere trattati bene dai giornali dipenda da oscure manovre da scienza della comunicazione, e non dalla qualità personale. Di conseguenza se la prende con i portavoce. Che si licenziano. 

 

Ora non è ben chiaro se sia vero che anche il capo di gabinetto della presidente Casellati, Nitto Palma, un ex ministro della Giustizia niente meno, abbia presentato (e poi ritirato) le dimissioni già un paio di volte. Con monotona pendolarità. La leggenda racconta questo: lei grida, lui si offende, si dimette, poi lei si pente, bussa alla sua stanza e tira fuori doti inaspettate di simpatia (imità Totò). E fanno pace. Chissà. Tuttavia un fatto resta certo, e cioè che lì al Senato non ci vuole andare a lavorare più nessuno. Tanto che a colmare il vuoto non basterebbero nemmeno i migliori navigator di Di Maio. Pure Roberto Rao, ex deputato, già portavoce di Pier Ferdinando Casini ai bei tempi di Montecitorio, oggi capo ufficio stampa della S.S. Lazio, insomma un professionista, annusata l’aria ha cortesemente rifiutato il ruolo di portavoce. Il guaio sembra essere questa specie di sindrome da accerchiamento in cui annaspa la presidente. A sentire infatti i racconti di segreteria, tutte le iniziative della Casellati – secondo lei stessa – sarebbero sistematicamente punite da specialisti della vessazione giornalistica, televisiva, settimanale e quotidiana. Tutte manovre che i suoi portavoce e collaboratori non saprebbero frenare. Mediocri o complici. Persino quando viaggia all’estero Casellati si sente trattata come un pacco sgradito.

 

Anni fa, a Mosca, per dire, sgridò il suo portavoce di allora, Caprara, che è un giornalista mite ed elegante, un inviato del Corriere della Sera: la notizia non era stata ripresa dai giornali come lei riteneva si dovesse. Quindi se la presidente fa un comunicato stampa, e l’Ansa non lo riprende subito, ecco che per tutto il piano nobile del Senato si avverte come un crescendo di tensione. Tutti contano i secondi. Interminabili. Tic toc. Tic toc. L’Ansa non esce e l’ansia cresce... A quel punto si scatenano sommesse, ma affannose, telefonate ai cronisti di agenzia per scongiurare gli strilli: potreste pubblicarla, ti prego? Definizione geniale di un suo collaboratore al Senato: “La presidente tende a vaffanculizzare le sue insicurezze”. Ecco, rende l’idea. E infatti quando deve dare un’intervista Casellati ci mette una settimana. Mai interviste dal vivo. Solo scritte. Si fa mandare le domande, poi nel corso di una riunione le consegna ai suoi collaboratori-brutalizzati affinché rispondano. A quel punto convoca una seconda riunione e sceglie da ciascuno dei collaboratori quelle che lei ritiene siano le risposte migliori. In pratica mette all’asta le risposte. Risultato: un patchwork di stile, linguaggio e inclinazioni da ricovero per schizofrenia. Infine cerca pure di dettare il titolo al quotidiano. Se non ci riesce, il portavoce rischia grosso.

 

Perché con Mattarella sono tutti attenti, e con me no? Com’è possibile? Sono la seconda carica dello stato!”. Ecco questo è un altro capitolo della casellateide, a metà, si diceva, tra commedia e serie televisiva. Boris e Fantozzi, appunto. Sembra che la presidente sia infatti particolarmente fissata con il Quirinale. Con Sergio Mattarella in special modo. Al punto da aver confessato a un amico, a cena, non troppo tempo fa, che il presidente della Repubblica le farebbe dei “dispetti”. Addirittura l’ultimo sarebbe stato questo: lei doveva andare in vacanza in Sardegna e aveva prenotato la foresteria dell’Aeronautica militare ad Alghero, e Mattarella, invidioso, avrebbe prenotato quel posto dopo di lei impedendole le ferie. Surreale. Ma lei ci crede davvero. Dev’essere per questo che all’interno di questa strana competizione unilaterale (nel senso che non risulta che Mattarella se ne sia accorto), la presidente del Senato pretende dallo staff una specie di contabilità degli anniversari e delle ricorrenze che di solito vengono celebrate dal presidente della Repubblica. Lei pretende il raddoppio, sistematico. Mattarella saluta la comunità ebraica nel giorno della Shoah? Lei pure, meglio se un minuto prima. Quello parla di Afghanistan? Lei offre il Senato ai rifugiati... E così via. A settembre, a Padova, arrivò a speronare l’auto del presidente della Repubblica. Sul serio. Lei doveva assolutamente arrivare prima di lui sul palco. Così, in un sorpasso azzardatissimo, l’auto della Casellati finì con lo strisciare per tutta la lunghezza dell’Audi di Mattarella. Cosa avesse detto Casellati al suo autista lo sa Dio (e il portavoce che se n’è andato).

 

Di più su questi argomenti:
  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.