Foto Mauro Scrobogna /LaPresse

Senato vs realtà. Casellati, che fai?

Salvatore Merlo

“Un’amministrazione che non fa concorsi è una amministrazione che muore”.  Parla Naddeo (Aran)

Erano pronti a firmare tutto per i primi di agosto, certi che nessuno se ne accorgesse. Ma dopo gli articoli del Foglio (il 6 e il 20 luglio) l’amministrazione del Senato e i sindacati interni si sono accordati verbalmente per un rinvio del dossier a settembre. Come ha spiegato a questo giornale una fonte autorevole dell’amministrazione: “Tanto non interessa a nessuno. E finché se ne occupa solo il Foglio possiamo andare avanti”. Eppure la storia dovrebbe interessare tutti. A cominciare dai vertici istituzionali del paese, dalla presidente del Senato, Maria Elisabetta Casellati che ha detto di non essere “a conoscenza” del fatto (ma è d’accordo o no?).

 

La vicenda dovrebbe coinvolgere in definitiva la classe dirigente del paese, chiunque abbia a cuore il funzionamento del Parlamento oggi e nei prossimi decenni. In assoluta segretezza infatti, il vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli, delegato dalla presidente Casellati e in accordo con i sindacati interni del Senato, ha negoziato il 6 luglio una bozza di nuovo contratto per i funzionari e i dipendenti del Senato. Una bozza che di fatto pone le basi per la disarticolazione della macchina amministrativa del Senato. Concorsi bloccati. Nessun turnover. Nessuna programmazione. E scandalosi aumenti a pioggia per dipendenti e dirigenti che già lavorano con retribuzioni da sogno (oltre i 300.000 euro l’anno) e che  resteranno in carica strapagati fino ai 67 anni. Di fatto, in una amministrazione già ridotta all’osso (580 unità a fronte di una pianta organica di 969) si “fossilizza” l’assetto attuale. Invece di utilizzare le scarse risorse di bilancio per assumere nuove leve, capaci di apportare rinnovamento anche nel senso della digitalizzazione (che al Senato è a un livello preistorico), si sceglie al contrario, in assoluta controtendenza rispetto alla pubblica amministrazione e persino rispetto alla Camera (che si rinnova e fa i concorsi), di coprire d’oro i dipendenti in servizio. E mantenere tutto com’è. Inefficiente. Sempre più vecchio. Cui prodest? I maligni sostengono che sia un disegno scientifico: scassare completamente il Senato per consentire ai politici di sostituire lentamente i funzionari (selezionati per concorso) con personale di fiducia a chiamata. Interrogato, il presidente dell’Aran, Antonio Naddeo, che sigla i contratti della Pa dice: “Non fare concorsi vuol dire morire”.

 

Non da oggi una classe politica sempre più interessata all’effetto di scena, e sempre meno attenta a che le leggi siano scritte bene, soffre i tecnici: semplicemente perché talvolta questi gli dicono “guarda che questo non si può fare. Non funziona così”. E allora si spiegherebbe la ragione di questo nuovo contratto che condanna al deperimento organico l’amministrazione del Senato. Chissà se è vero. Ma è l’unica spiegazione razionale per un fatto altrimenti illogico: spendere una marea di soldi per tenersi un sempre più esiguo esercito di elefanti. “Il Senato ha l’autodichia. Dunque fa quello che vuole”, ci dice Antonio Naddeo, presidente dell’Aran, l’agenzia che negozia e sigla i contratti dei dipendenti pubblici. “Ma un’amministrazione che di fatto si impegna a non bandire concorsi e dà un premio a quelli che già lavorano è un paradosso. E’ un’amministrazione che sul serio si condanna a morte”. Naddeo è uno dei bracci operativi della riforma della Pubblica amministrazione messa in piedi dal governo Draghi e da Renato Brunetta: svecchiare, introdurre nuove figure professionali, favorire il turnover. “Qualsiasi organizzazione di lavoro tende a un ricambio anche generazionale”, dice Naddeo. “Parlo in termini generali: un’amministrazione che non si rinnova è una amministrazione che offre servizi sempre peggiori, un’amministrazione inefficiente. Nel caso di un’azienda privata è una organizzazione che fallisce. Che non sta sul mercato”.

 

Ed è proprio questa la cosa più sorprendente, se vogliamo persino scandalosa, di questa bozza di contratto che, se nessuno dovesse intervenire, a quanto risulta al Foglio sarà certamente approvata a settembre: fuori dalle mura del Senato la pubblica amministrazione tenta faticosamente di mettersi al passo con i tempi. Persino la Camera bandisce concorsi. Anzi, non ha mai smesso, nemmeno sotto pandemia. Mentre in Senato, con la scusa del Covid, prima è stato sospeso ogni concorso e poi – adesso – con questo nuovo accordo vengono rimandati a un imprecisato futuro tutti i concorsi per i livelli più alti, quelli di funzionari e dirigenti, assistenti e consiglieri parlamentari. Insomma quelle categorie che più di tutte qualificano l’amministrazione parlamentare.

 

Gli effetti perniciosi di una scelta del genere non sono materia di opinione. Sono una certezza. “Nella Pa, il blocco lungo della assunzioni  ha portato le amministrazioni  sull’orlo del baratro”, spiega Naddeo. “E non è colpa dei dipendenti, se diventano vecchi. Ma della mancanza di ricambio. Ora nella Pa l’intervento è necessario e improcrastinabile. Come si fa a dare servizi ai cittadini se non assumi? Una qualsiasi organizzazione del lavoro deve fondarsi sul capitale umano: sulle assunzioni, ripeto. Non mere sostituzioni. Ma anche figure nuove, aggiornate, accompagnate da investimenti sulle infrastrutture tecnologiche. E bisogna anche sapersi innovare nella ricerca stessa delle professionalità. Questa è la sfida che hanno raccolto il governo e il ministro Brunetta. E non è nemmeno facile, perché il pubblico è sempre meno competitivo rispetto al privato. E un giovane in gamba, che magari fa l’ingegnere, non è detto che voglia lavorare nella Pa. Eppure è proprio questo che dobbiamo riuscire a fare: assumere in concorrenza con il privato. Cercare i migliori, se ci riusciamo. Ed è ovvio che oggi non assumi persone con le stesse competenze di vent’anni fa. Per questo dicevo che non si tratta solo di turnover. Il mondo è cambiato. E questo vale per le Asl, vale per le scuole, vale per i ministeri. E vale persino per quell’organo speciale che è l’amministrazione del Senato. Che se non si rinnova, certo non fallisce come un privato, ma di sicuro poi non funziona più bene come dovrebbe”.

 

A meno che, si diceva, non sia proprio questo l’obiettivo: far saltare in aria l’amministrazione del Senato. Arrivare a un tale punto di inefficienza, di vecchiume e di organico ridotto da dover poi appaltare al di fuori quel lavoro di controllo e consiglio tecnico che – lo raccontano i parlamentari stessi – infastidisce assai una politica che sempre più spesso intende l’attività legislativa come uno spot, un claim pubblicitario buono per i lanci social. Una politica che soffre non per una burocrazia ostativa, per un corpo di “mandarini frenatori”, ma soffre per una burocrazia svincolata e competente.

 

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.