Una destra da vaccinare

Claudio Cerasa

Candidati sindaci che inseguono No vax e populisti. Porte girevoli tra magistratura e politica. Idee pessime per il futuro. Servirebbe un’altra separazione delle carriere: tra riformismo e demagogia

Una classe dirigente senza idee, senza orizzonti, senza prospettive, senza visione, inadatta a mediare, incapace di fare sintesi, decisa a farsi guidare dai propri follower senza provare minimamente a guidarli e desiderosa infine di presentarsi di fronte agli elettori con il profilo incosciente di chi è pronto a rinunciare a ogni principio di responsabilità pur di raggranellare un voto in più.

 

E’ possibile che alla fine dell’estate il centrodestra si presenti ai blocchi di partenza delle amministrative in una posizione di vantaggio rispetto ai propri competitor ed è possibile che i candidati scelti da Matteo Salvini, Giorgia Meloni e Silvio Berlusconi per le grandi città possano essere molto più competitivi del previsto. Ma arrivati a poco meno di due mesi dall’appuntamento elettorale del prossimo autunno (si vota il 3 e il 4 ottobre) è difficile far finta di niente di fronte ai profili scelti dal centrodestra per provare a vincere in tre città importanti come Roma, Napoli e Milano.

 

Ed è difficile d’altro canto che la scelta, fatta da alcuni tra i più importanti candidati del centrodestra, di soffiare sui complottismi e sui terrapiattismi sia solo casuale e non dettata invece da una linea politica precisa, ben definita e un tantino scellerata.

   

  

Il caso dei vaccini

Prendete il caso dei vaccini. Il mio consiglio, ha detto il candidato a sindaco di Milano Luca Bernardo, è di vaccinarsi, ma siccome sono un uomo della libertà ognuno facesse un po’ come vuole e se qualcuno non vuole vaccinarsi nessun problema tanto ci penseranno i vaccinati a proteggere i non vaccinati (strana idea di libertà: per essere liberi non bisogna spingere tutti a vaccinarsi ma bisogna assecondare chi spaccia per difesa della libertà la libertà di poter infettare il prossimo).

 

Lo stesso consiglio spericolato, se così si può dire, lo ha offerto il candidato a sindaco di Roma, il gagliardissimo Enrico Michetti, figlio non sappiamo se legittimo della Roma dei Papi, dei Cesari e dei gabbiani di Colle Oppio, che prima si è rifiutato di fare un appello pubblico a favore dei vaccini, cosa in fondo naturale avendoli in passato definiti come “acqua di fogna”, e poi si è speso in prima persona per gettare dubbi e diffidenze sul green pass, sostenendo, dall’alto dei suoi ragionamenti lineari, che “il fascismo era una dittatura all’acqua di rose rispetto a questa dittatura sanitaria”, che “se si fanno delle norme per rendere il vaccino di fatto obbligatorio c’è qualcosa che continua a non essere chiaro”, e dimostrando di avere scelto come proprio consulente scientifico un noto virologo di nome Vittorio Sgarbi, sceso in piazza la scorsa settimana a Roma contro “la dittatura del green pass”, autorevolmente definito da Sgarbi come una “fascistata arcaica”.

 

Lo stesso spartito, a Napoli, è stato seguito da Catello Maresca, candidato del centrodestra, contrario al green pass e incapace anche lui di dire una sola parola chiara sull’importanza di vaccinarsi tutti. La formula del “dimmi cosa mi dirai sui vaccini e ti dirò che candidato sei” è certamente necessaria per inquadrare il grado di responsabilità dei candidati sindaci del centrodestra (non tutti sono così: Paolo Damilano, candidato a sindaco di Torino, imprenditore, da mesi ripete che vaccinarsi tutti è l’unica via per uscire dalla pandemia, un concetto semplice che i figli della nuova destra complottara sembrano avere difficoltà a comprendere) ma non è sufficiente per offrire un quadro della coalizione e l’immagine offerta dal centrodestra in questi mesi con le candidature di Bernardo, Michetti e Maresca è poco incoraggiante anche per altre ragioni.

 

E’ poco incoraggiante per Milano avere un candidato a sindaco di centrodestra che riesce a far parlare di se solo per la pistola che porta con sé in ospedale (aridatece Parisi). E’ poco incoraggiante per Roma avere un candidato di centrodestra che riesce a far parlare di sé solo quando scappa dai confronti pubblici con gli altri candidati (e non ci si potrà sorprendere se molti elettori di centrodestra a Roma andranno a votare per Calenda.

 

    
Ma è poco incoraggiante, per non dire un filino ipocrita, che il centrodestra così interessato a migliorare la giustizia italiana proponga come candidati a sindaco, o prosindaco, due magistrati, come Catello Maresca e Simonetta Matone, che contraddicendo anni di retorica di centrodestra, “i magistrati possono fare politica solo se scelgono di fare politica rinunciando alla carriera da magistrati”, vengono scelti come candidati sindaci senza rendersi conto che, come succede a Napoli, proporre un magistrato in politica per rispondere ai disastri di un altro magistrato prestato alla politica come Luigi De Magistris non è solo una pessima idea (il Consiglio d’Europa ha sottolineato più volte come la commistione di ruoli possa esse in contraddizione con l’imparzialità della magistratura e fattore critico per la democrazia) ma è anche un comportamento etico censurato persino dall’Anm, che all’articolo 8 del suo Codice etico dice: “Nel territorio dove esercita la funzione giudiziaria il magistrato evita di accettare candidature e di assumere incarichi politico-amministrativi negli enti locali”.

  

Il risultato è che la competition tra i partiti della destra azzera la famigerata competenza della classe dirigente della destra, fatta di assessori e consiglieri regionali, e il risultato è che la ricerca di candidature civiche fatta dalla destra non ha nulla di draghiano, trovare qualcuno che sappia portare il centrodestra nel futuro, ma ha qualcosa di molto nostalgico. Qualcosa di molto simile a una foglia di fico utile a nascondere i propri litigi, la propria incapacità di indicare un futuro, la propria inadeguatezza a vivere la modernità.

 

In questo senso, la separazione delle carriere non serve solo tra pm e giudici ma serve anche tra magistratura e politica (Matone, come Maresca, lavora come magistrato nella stessa città in cui ora si candida e come Maresca ha scelto di comportarsi come un Michele Emiliano qualunque, candidandosi senza dimettersi dalla magistratura). E se ci si pensa un istante servirebbe anche, la separazione delle carriere, tra una politica ostaggio della demagogia e una politica interessata a guidare la transizione del centrodestra dalla stagione del complottismo a quella del riformismo. A voler essere generosi, la strada è ancora molto lunga. E un centrodestra così forse è meglio perderlo che trovarlo.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.