Giorgia Meloni ed Enrico Michetti (LaPresse)

Il grande dilemma

Meloni mette un tutor ad arginare Michetti

Salvatore Merlo

La leader di Fratelli d'Italia preoccupata per le elezioni romane. Ma resta il dubbio: è peggio se il suo candidato sindaco perde o se vince?

Una volta imboccata una strada, bisogna andare a qualsiasi costo fino in fondo, a occhi aperti. Anche perché alternative non ce ne sono. È per questo che adesso Giorgia Meloni ha messo in piedi attorno a Enrico Michetti, il suo candidato sindaco di Roma, una squadra di rianimatori. Come quelli del 118. Arriverà a guidarla il professor Luigi Di Gregorio, che alla Luiss insegna proprio questo: come si fa una campagna elettorale. Per esperienza diretta, visto che Di Gregorio, assieme ad Andrea Augello, uno dei leader più antichi della destra romana, curò nel 2008 la campagna elettorale vincente di Gianni Alemanno. E poi anche quella miracolosa di Renata Polverini alla regione Lazio, nel 2010, quando la destra, a quei tempi sotto il simbolo del Pdl, non riuscì a presentare nemmeno la propria lista ma vinse.

 

Dovrà fare studiare Michetti, il professor Di Gregorio. Correggerlo. E non sarà facile. Il confronto tra i candidati sindaci della capitale, giovedì, ha provocato svenimenti a destra. È suonato l’allarme rosso. Michetti era stato presentato come Mr. Wolf, quello competente che risolve i problemi, ma s’è scoperto che il candidato nemmeno conosce  il suo stesso programma di governo. E vagola. Al punto che sul palco  persino Virginia Raggi, messa accanto a lui, l’altro giorno sembrava l’intersezione tra Margaret Thatcher, Angela Merkel e Nilde Iotti. E infatti al candidato della destra chiedevano del futuro di Roma, e quello rispondeva parlando dell'impero romano (la monnezza forse la portiamo nelle Gallie). Poi gli chiedevano della Pubblica amministrazione, e lui diceva che “la Pa è come la Pietà di Michelangelo”. Neanche Corrado Guzzanti ai tempi dell’“Ottavo nano”.

 

E ancora: come si dovrebbero spendere i soldi del Recovery a Roma? “Quando progetti non sai se ti serve tanto o poco. Ti serve il giusto. Non puoi saperlo prima”. Svenimenti e sorrisetti. Ironia e compassione. E così via, in un climax ascendente, inarrestabile, da commedia all’italiana, culminato con il surreale abbandono del dibattito. Forse stanco di non saper rispondere, il candidato sindaco si è alzato e se n’è andato. Così. D’emblée. E dire che conosceva in anticipo le domande che gli avrebbero fatto. Gliele avevano consegnate. Aveva persino delle risposte scritte, preparate da quei collaboratori che il partito, Fratelli d’Italia, già gli aveva caritatevolmente messo accanto. Ma niente. “Mi ispiro all’imperatore Augusto. Quello che disse di voler essere tribuno della plebe a vita”. Dovesse diventare sindaco che farà? Bella domanda. Le bighe al posto del car sharing? Ma c’è poco da scherzare. Un’onda di noia e di sconforto soffoca la fiamma del desiderio.

 

Matteo Salvini non vede l’ora di incolpare Giorgia Meloni di un insuccesso, tanto che ieri ha dovuto precisare che “su Michetti non ho nessun dubbio”. Excusatio non petita. Ma c’è anche un interrogativo ancora più tormentoso, una specie d’insidia dei nervi: e se Michetti alla fine dovesse vincere, come si fa? I Cinque stelle, al governo del paese, hanno vissuto cinque anni di zavorra in Campidoglio, con la Raggi. Si votava alle politiche, e a Di Maio tutti mostravano le foto del disastro di Roma. A suo tempo anche Ignazio Marino è stato una specie di piccone sui sondaggi del Pd: quello parlava e la sinistra calava. Nel 2023, quando si voterà per le politiche, potrebbe finire che a Meloni all’apice del successo qualcuno chieda: parlaci del sindaco Michetti. E qua, allora, non si sa bene se sia meglio vincerle o perderle queste comunali di Roma. 
 

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.