L'intervista

La borsa per il carcere, l'assoluzione, i consigli a Michetti e le nozze. Parla Alemanno

Dopo sette anni di processi per Mafia capitale parla l'ex primo cittadino della Capitale scagionato dalle accuse di associazione mafiosa e corruzione: "E presto mi sposo". Draghi? "Meglio di Conte"

Simone Canettieri

Intervista all'ex sindaco di Roma: "Contro di me il teorema dei pm sulla destra zozzona e mafiosa. Ho riscattato una comunità". I consigli al candidato di destra per il Campidoglio: "Voli basso, sfida difficile"

"È un bello scambio”. Gianni Alemanno due settimane fa aveva preparato il fagotto con vestiti e libri (uno su don Giussani e l’altro sulla meditazione Zen) e l’aveva buttato nel portabagagli: era la borsa con cui sarebbe entrato a Rebibbia se la Cassazione avesse confermato le sentenze di primo e secondo grado.

 

Ora che è scampato a sei anni di carcere per corruzione è pronto comunque a costituirsi: si sposerà con la giornalista Silvia Cirocchi (per entrambi è il secondo matrimonio: lui è stato il marito di Isabella Rauti, lei la moglie di Elio Vito).

 

“E’ la possibilità di un nuovo inizio”, dice al Foglio il primo sindaco di destra della Capitale, morto e risorto dopo sette anni di processi e accuse scoppiate come bolle. Prima la mafia, poi la corruzione. Alemanno in privato tifa per Enrico Michetti, quello che potrebbe essere il suo successore identitario: “La mia assoluzione è la fine di un teorema, il riscatto di una comunità”. 


Gianni Alemanno è stato sindaco di Roma, ma anche ministro dei governi Berlusconi (con la croce celtica al collo), colonnello di An post Fiuggi e prima ancora agitato segretario del Fronte della gioventù. Ai tempi del Campidoglio, il sito Dagospia lo soprannominò Ale-danno. 

 

“Sono passato in poco tempo dal girare con la scorta a guidare la Panda scassata di mia madre novantenne. Adesso, dopo sette anni di calvario e difficoltà economiche, mi riprendo la vita”.  

Alemanno, partiamo da domani, dal futuro prossimo. Dalle elezioni di Roma: dopo di lei potrebbe essere Enrico Michetti il nuovo sindaco di destra della capitale.

“Ho conosciuto e ho parlato con Enrico: mi ha fatto una buona impressione. Eviterò di intervenire nel dibattito pubblico per sfuggire alle strumentalizzazioni”. Lei ha amministrato Roma e avrà comunque consigli da dargli. “Gli dico di volare basso, di non pensare a grandi progetti: questa città ha bisogno di una buona ginnastica quotidiana. Devono funzionare i servizi, poi si potrà pensare ai voli pindarici. La strada della sua vittoria è in salita: gli altri candidati si compatteranno, dovrà giocare sulla competenza e sulla concretezza”. 


La destra ha puntato su questo civico semisconosciuto perché ancora scottata dall’esperienza di Alemanno: concorda?

“E’ più complessa, la faccenda: l’inchiesta Mondo di mezzo ha inferto una bella botta alla destra romana, senza dubbio. E il teorema della procura ha portato a un accostamento che tanto piaceva a certi salotti: la destra legata all’eversione nera, agli zozzoni, alla Banda della Magliana, ai mafiosi. Questo è stato un duro colpo. Ma è anche vero che la scelta dei civici è ormai passata in tutte le città che andranno al voto. Di sicuro la mia assoluzione (ha ancora in piedi un processo per traffico di influenze ndr) è servita a riscattare un’intera comunità”.

Non vorrà proporre l’amministrazione Alemanno come modello del 2021?

“Facemmo degli errori che non ci furono perdonati, al contrario di altri sindaci di sinistra, ma con me la qualità della vita a Roma salì in alto”. 


Lei sbagliò anche e soprattutto la nomina dei suoi collaboratori.

“Il sindaco di Roma fa cento nomine fiduciarie: mi bastò sbagliarne due per cadere nel teorema del ‘non poteva non sapere’. Purtroppo bisogna mettere in conto anche certi tradimenti”.

Quando parla con Michetti le viene nostalgia del Campidoglio?

“E’ un lavoro bellissimo, quello del sindaco. Ma è meglio essere cittadini di Roma che sindaci di Roma”, ride Alemanno, ora dirigente dell’Asi (Associazioni sportive e sociali italiane) e membro della fondazione di An, cassaforte immobiliare della destra. 

I sette anni sospesi dell’ex sindaco raccontano com’è cambiato il suo mondo.

“All’inizio intorno a me ci fu il vuoto: solo Storace, Gasparri e La Russa mi furono vicini. Sì, i colonnelli di An. Poi certo c’è stato il mio nucleo storico di amici che non mi ha abbandonato e mi ha sostenuto anche economicamente, aprendo un conto corrente per aiutarmi ad affrontare le spese legali di due condanne”. 


Il giorno in cui è stato assolto ha ricevuto duemila complimenti fra messaggi e telefonate: da Gianfranco Fini a Ignazio Marino. Gelo da Forza Italia, a parte piccole eccezioni.

“Mi è capitato anche di incontrare Raggi che mi ha stretto la mano sorridendo, imbarazzata, d’altronde la sua vittoria nasce proprio da quell’inchiesta che in parte ha toccato anche il Pd”.

Ma dopo quello che le è successo, cosa ne pensa della riforma Cartabia della giustizia?

“Credo che sia confusa perché mette insieme tendenze troppo diverse. Da simpatizzante di Fratelli d’Italia ho firmato solo alcuni dei referendum radicali. Per me bisogna andare fino in fondo: il problema è la qualità dei magistrati, come dimostra la mia vicenda”.

Cosa salva Alemanno del governo Draghi?

“Sicuramente è migliore del Conte II perché ha una classe dirigente molto più preparata. Ma quando c’è una vacanza di democrazia si rischia poi di rimanere assuefatti: ecco perché non vedo l’ora che si ritorni al voto e così la destra potrà andare al governo”.

Ma Salvini e Meloni passano il giorno a farsi i dispetti.

“Troveranno una soluzione: se Salvini governa con Letta, potrà trovare un’intesa anche con Giorgia. Matteo mastica amaro l’avanzata della leader di Fratelli d’Italia. Ma Salvini non doveva entrare nel governo”.

Il Nord lo voleva, però.

“Il problema sono appunto le due Leghe: c’è una parte di Carroccio che guarda affascinata all’esperienza europeista della Merkel. Da sovranista sono scettico, così come sul rapporto di Draghi con l’Europa”. Si è vaccinato? “Certo, doppia dose e green pass scaricato, ma..”.

Ma cosa?

“Bisogna stare attenti al clima da caccia alle streghe: perché il green pass deve essere obbligatorio per i ristoranti al chiuso e non per i mezzi pubblici? Bisogna evitare i martellamenti sulle attività commerciali e continuare con un’opera di persuasione affinché tutti si vaccinino”.

Per chiudere: che fine ha fatto quel borsone che aveva preparato per andare a Rebibbia?

“E’ rimasto nel portabagagli”.

Magari lo userà per il viaggio di nozze.
 

  • Simone Canettieri
  • Viterbese, 1982. Al Foglio da settembre 2020 come caposervizio. Otto anni al Messaggero, prima ancora Parma, Firenze e Viterbo, dove iniziò a 19 anni con un pezzo sul pattinaggio artistico. Ama i giornali, e soprattutto le notizie. Molto meno le bio. Premio Agnes 2020 per la carta stampata in Italia.