Fabiana Dadone ministro per le Politiche giovanili (LaPresse)

draghi tra conte e jo condor

La Dadone minaccia le dimissioni ma nessuno se la fila

Salvatore Merlo

L’annuncio più sordo (e surreale) della storia. Il ministro lascia intendere che sul ddl Giustizia l’intera delegazione M5s possa lasciare il governo. E nessuna si preoccupa

Fabiana Dadone, ministro grillino per le Politiche giovanili, minaccia le dimissioni contro il ddl “Giustizia” da lei stessa approvato in Consiglio dei ministri. E nel triangolo dei palazzi della politica romana, sotto la canicola di luglio, persino i gabbiani che divorano monnezza di fronte a Palazzo Chigi sembrano dire: “Embé?”. La storia è che ieri di buon mattino, il ministro Dadone, di cui forse ben pochi avevano sentito parlare prima d’ora, ha pronunciato in televisione, ad “Agorà”, le seguenti parole: “Se Draghi non modificherà la riforma della giustizia, valuteremo con Giuseppe Conte l’ipotesi dimissioni dal governo”. Boom! I colleghi dell’Ansa, rapidissimi come sempre, battono la notizia: “Ipotesi dimissioni ministri M5s da valutare”. Chissà che terremoto. Crisi di governo? Che dirà il Pd? E Di Maio? Che casino. È la spallata di Conte a Draghi. Ci siamo.

 

Eppure passano cinque minuti dal lancio di agenzia, e nessuno reagisce. Passano dieci minuti. Silenzio. Venti minuti. Niente. A quel punto all’Ansa forse si preoccupano: ma non è che non s’è capito? E allora ribattono, di nuovo, la notizia. Stavolta però in maiuscolo. Con le crocette. A scanso d’equivoci:  +++DADONE: IPOTESI DIMISSIONI MINISTRI M5S DA VALUTARE +++. Ancora silenzio. Niente di niente. L’annuncio di dimissioni più sordo (e surreale) della storia. Dev’essere infatti la prima volta nella vita repubblicana, e probabilmente anche in quella monarchica (non da escludersi il ventennio fascista), che un ministro lascia intendere che l’intera delegazione del partito di maggioranza relativa possa lasciare il governo, e nessuno se lo fila. Nessuno. Né per confermare né per smentire, né per dolersi o per gioire. Eppure, mentre anche i siti dei quotidiani riprendevano la notizia (finita nel giro di pochi minuti accanto al video con il gattino che miagola in cinese) ecco che qualcuno nelle chat grilline comincia a scrivere: “Ma chi ti ha autorizzato a parlare per tutti?”. E Dadone: “Guarda che non ho detto niente di strano” (poi, su Facebook in serata: non sono stata capita). Se lo dice lei...

 

Poiché la signora Dadone, spesso, in Cdm, raccontano sia quella che Conte usa come pesce pilota – nel senso che lei dice una cosa provocatoria o fuori tema e Conte poi aspetta l’effetto che fa su Draghi (di solito un sorriso a filo d’erba) – ecco che i grillini sospettano fortemente che anche stavolta sia tutta una manovra dell’ex Avvocato del popolo. Una specie di test. Come quando una nave russa sconfina “accidentalmente” nelle acque americane. Solo che in quei casi si sfiora il colpo di cannone, mentre qui il colpo di sonno. Draghi non solo non ha bisogno dei voti del M5s per approvare la riforma della giustizia, ma non ha bisogno dei grillini nemmeno per tenere in piedi il governo. Semmai è il Pd che si preoccupa. Il grado di surrealtà della situazione non sfugge a nessuno.

 

E intorno a Enrico Letta roteano infatti in questo momento due generi di domande che finiscono con il precipitargli addosso, tipo palle di stoppa. La prima: fatichiamo  a trovare candidati comuni alle amministrative, non riusciamo a tenere i grillini su una linea condivisa e sensata per la giustizia, ma esattamente in cosa consiste l’alleanza “strategica”? Seconda domanda: ma se questi si sfasciano ed escono dal governo, noi che facciamo, ci troviamo in minoranza in un governo di centrodestra con Salvini? Anni fa Letta disse che in fronte non aveva mica scritto Jo Condor. Chissà. Per sua fortuna però, nel M5s, il Dadone non è tratto. O meglio, prima s’è tratto da solo tra gli sbadigli  e poi s’è rinfoderato tra le risate. 

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi universitaria in Inghilterra. Ho vinto alcuni dei principali premi giornalistici italiani, tra cui il Premiolino (2023) e il premio Biagio Agnes (2024) per la carta stampata. Giornalista parlamentare, responsabile del servizio politico e del sito web, lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.