Mattarella mette a nudo l'imbroglio europeista di Salvini

Claudio Cerasa

Patria, sovranità, algoritmi e tocchi di cipria non credibili.  L'europeismo non è un algoritmo. La lezione del capo dello stato. Dedicata ai nazionalisti

Ha scritto ieri Ezio Mauro in un efficace editoriale pubblicato su Repubblica che la firma da parte della Lega e di Fratelli d’Italia della carta dei valori per il futuro dell’Europa, carta realizzata da una serie sterminata di partiti sovranisti, rivela lo spirito e l’obiettivo con cui i nuovi e vecchi nazionalisti nascono e operano in Europa. Uno spirito, sostiene Mauro, che mette in contrapposizione e anzi in antitesi la difesa dell’Europa con la difesa della patria e che considera l’identità di un popolo come un patto di sangue con la propria terra minacciato ogni giorno dal peccato della contaminazione con gli altri. Il ragionamento di Mauro è suggestivo e inattaccabile. Ma l’ex direttore di Repubblica, come molti osservatori, commette solo un piccolo errore: considerare il manifesto nazionalista firmato in Europa dalla Lega come un atto in evidente contraddizione con la partecipazione della Lega a un governo ultra europeista come quello guidato da Mario Draghi.

 

Apparentemente, Mauro ha ragione e non ci potrebbe essere nulla di più distante tra la dottrina Draghi e quella Vox-Orbàn. Ma in realtà il doppio gioco di Salvini è un doppio gioco solo apparente che nasconde una verità più sottile e dunque più difficile da decrittare. E la verità è questa. Durante i primi quattro mesi di sostegno a Draghi, Salvini ha sempre cercato di usare il suo appoggio a questo governo non per scrivere una nuova storia, non per cambiare il suo partito, non per imparare dai propri errori, non per rivedere i propri amici in Europa ma per dimostrare che questo governo è la dimostrazione vivente di quanto le battaglie politiche combattute in questi anni dalla Lega siano state giuste. Nella logica salviniana, dunque, essere alleati contemporaneamente con Draghi, non a caso definito “sovranista” da molti leghisti, e il nazionalista Orbán, essere insomma un po’ per l’Italexit e un po’ contro l’Italexit, non è una contraddizione. Ma è parte di una storia che Salvini sta cercando disperatamente di raccontare ai suoi elettori, pur di non essere costretto ad ammettere una verità evidente, squadernata con maestria ieri da Sergio Mattarella all’Università della Sorbona. Il presidente della Repubblica, di fronte al suo omologo francese, ha ricordato con efficacia quanto sia ingannevole l’idea che un’Europa delle patrie possa portare a rafforzare i meccanismi dell’Unione europea. Mattarella non ha fatto alcun riferimento alla carta dei valori firmata dai partiti nazionalisti, ma con una nettezza notevole ha ricordato agli amici di Salvini come rispetto alla costruzione dell’Europa non esista alcuna strada diversa che non parta da alcuni princìpi cardine: equilibrio, tolleranza, integrazione, solidarietà, responsabilità, condivisione dei rischi, mutuo rispetto,  difesa della moneta unica, armonia nella comunità internazionale e ferma convinzione della supremazia del diritto e del metodo multilaterale.

 

“E’ cresciuta – ha detto ieri Mattarella – una nuova consapevolezza che supera e azzera improvvidi e modesti diversivi di contrapposizioni all’interno dell’Unione tra gruppi di paesi, talvolta indicati con appellativi fantasiosi. L’accrescimento della comune, condivisa sovranità europea è l’obiettivo”. L’europeismo, sembra voler dire il presidente della Repubblica, non è dunque un algoritmo, non è una botta di cipria su una pelle un po’ rovinata, non è solo un mezzo per arrivare al potere, ma è un fine, uno scopo, un ideale che può completarsi solo nell’esercizio di una sovranità diversa da quella che sogna Salvini: non la purissima sovranità delle patrie, ma la contaminatissima sovranità dell’Europa. Il gioco della Lega non è dunque a due facce ma è sempre lo stesso ed è parte di un unico bluff: dividere l’Europa per scommettere sul patto di sangue del sovranismo nazionalista. Non è un doppio gioco segreto: è solo un efficacissimo imbroglio.
 

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.