Contro il tifo da stadio sul Covid

Claudio Cerasa

I contagi di Londra. Le mascherine in Israele. Il ritorno dei tracciatori. I paesi all’avanguardia contro il virus ci ricordano perché è un errore far credere ai cittadini che la pandemia sia finita. Due svolte necessarie 

E’ davvero finita? C’è una domanda molto impegnativa, e persino proibita, che riguarda il nostro futuro rapporto con la pandemia e che con l’estate che ti salta addosso diventa difficile da porsi. Quella domanda, per quanto si possa essere travolti dal contagioso ottimismo offerto dal presidente del Consiglio, diventa però terribilmente necessaria se si uniscono alcuni puntini e se ci si chiede, per esempio, quanto sia preoccupante il fatto che alcuni tra i paesi considerati più all’avanguardia nella lotta contro il Covid-19 oggi si ritrovano in una situazione del tutto imprevista fino a qualche mese fa.

 

I paesi in questione sono l’Inghilterra e Israele, due paesi che hanno vaccinato finora rispettivamente il 50 e il 60 per cento della popolazione, e il dato su cui vale la pena riflettere riguarda alcune notizie, registrate negli ultimi giorni, difficili da nascondere. La prima notizia riguarda un aumento dei contagi in Inghilterra tale da aver suggerito al presidente del Consiglio italiano, Mario Draghi, prima un periodo di quarantena di cinque giorni per chiunque arrivi dalla Gran Bretagna e poi un invito rivolto all’Uefa a considerare anche altre città, con meno contagi, per la finale degli Europei, prevista per il dieci luglio a Wembley, a Londra (la media degli ultimi sette giorni è di 10 mila contagi al giorno e il governo di Boris Johnson, dopo avere rinviato di un mese la fine delle restrizioni, non è ancora certo di poter mantenere la promessa di revocare le ultime restrizioni il prossimo 19 luglio). La seconda notizia, anch’essa non troppo incoraggiante, riguarda una serie di segnali raccolti nelle ultime ore nello stato simbolo della lotta contro il Covid-19. E chiunque ieri mattina abbia avuto l’occasione di curiosare sui siti di informazione israeliana non avrà potuto fare a meno di notare la presenza di cinque notizie non esattamente eccitanti.

 

Notizia numero uno: lunedì, in Israele è stato registrato il più alto tasso giornaliero di infezioni da coronavirus da due mesi a questa parte. Notizia numero due: il direttore generale del ministero della Sanità, Chezy Levy, ha dichiarato alla televisione israeliana che circa il settanta per cento delle nuove infezioni riguarda la variante Delta e che un terzo degli infetti è stato già vaccinato con entrambe le dosi. Notizia numero tre: per la prima volta da maggio, Israele ha scelto di reintrodurre delle restrizioni alla mobilità in alcune zone, a seguito di un focolaio individuato in una città nel distretto di Haifa, Binyamina-Giv’at Ada. Notizia numero quattro: a pochi giorni dalla fine dell’obbligo dell’uso delle mascherine al chiuso, il Consiglio regionale di Drom HaSharon, nel cuore di Israele, ha ripristinato l’obbligo di indossare le mascherine in alcune scuole. Notizia numero cinque: a seguito di una inaspettata recrudescenza dei contagi, il ministro della Difesa, Benny Gantz, ha chiesto all’esercito israeliano di prepararsi a rinnovare gli sforzi per il tracciamento dei contagi e di non chiudere più, come invece era stato precedentemente previsto, il dipartimento per la Ricerca dei contatti dei contagiati. Fortunatamente, né in Inghilterra né in Israele l’aumento dei contagi ha avuto, almeno finora, un impatto sul numero dei decessi. Nel Regno Unito negli ultimi quattordici giorni ci sono stati 134 morti, una media di nove al giorno, in Israele, invece, ci sono stati dodici decessi in quattordici giorni, meno di un decesso al giorno.

 

Ma il fatto che il governo israeliano (all’avanguardia nella lotta alla pandemia) abbia deciso di mantenere e di rafforzare la struttura necessaria a tracciare i contatti dei contagiati e il fatto che il governo inglese (all’avanguardia nella lotta alla pandemia) abbia deciso di mantenere una media di 900 mila tamponi al giorno nonostante la fine della fase acuta della pandemia (l’Italia ne fa 200 mila) dovrebbe suggerire al nostro paese di non confondere la fine dell’emergenza acuta con il repentino ritorno alla normalità. Il Cts, come sappiamo, ha deciso che, nell’attuale scenario epidemiologico, sarà possibile, a partire dal 28 giugno, superare l’obbligatorietà dell’uso delle mascherine all’aperto in tutte le regioni che si trovano in zona bianca. La stessa scelta è stata fatta anche dalla Francia, che a partire dal 17 giugno aveva eliminato l’obbligo di indossare le mascherine all’aperto.

 

Ma ciò che un paese come l’Italia dovrebbe chiedersi oggi, osservando quello che succede in paesi all’avanguardia come Israele e come l’Inghilterra, è se sia accettabile o no accontentarsi di dominare il virus a colpi di vaccini (ieri anche grazie ai vaccini ci sono stati 31 morti in Italia e il tasso di positività allo 0,4% è il più basso di sempre) o se non sia doveroso in una fase di transizione attrezzarsi per fare quello che l’Italia promette di fare da due anni senza successo: investire nello screening della popolazione e nel tracciamento dei contagiati, non quando i contagi sono fuori controllo ma quando questi sono sotto controllo. Una politica con la testa sulle spalle, piuttosto che provare a intestarsi ogni giorno l’uscita progressiva dall’emergenza acuta, dovrebbe attrezzarsi per aiutare il sistema sanitario a prepararsi ad affrontare una stagione che promette di non essere corta e che ci porterà non a vivere senza il virus, ma a imparare a convincerci. Michael Osterholm, epidemiologo americano, direttore del dipartimento di Malattie infettive dell’Università del Minnesota e consigliere di Joe Biden, nell’ultimo incontro avuto a metà maggio con i suoi omologhi dei paesi europei (il prossimo sarà il 30 giugno) ha detto di essere convinto che la pandemia andrà avanti ancora per mesi, se non per anni, e che fino al 2023 sarà difficile contenere in modo definitivo il grande serbatoio di contagi che esiste in Asia e in Africa.

 

Vaccinarsi, vaccinarsi, vaccinarsi è dunque necessario per governare la pandemia (gli over 60 non vaccinati, caro Figliuolo, vanno individuati casa per casa e convinti caso per caso: subito, non a fine luglio) ed evitare che varianti pericolose possano diffondersi in un paese (anche se per fortuna la maggiore contagiosità delle varianti non ha avuto un impatto significativo su decessi e  ospedalizzazioni). Ma la storia inglese e la storia israeliana ci dicono che per proteggere un paese dal virus è necessario anche attrezzare le strutture sanitarie (screening) per non farsi trovare impreparati in caso di nuove ondate. Farsi trovare impreparati un anno e mezzo fa era inevitabile. Farsi trovare impreparati oggi sarebbe imperdonabile

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.