Con Israele si sta senza se e senza ma (e senza fare i furbetti)

Claudio Cerasa

I distinguo a sinistra (due popoli e due stati) e la destra che usa Israele per ripulirsi la coscienza (nazionalismo, ricordate?). Le parole giuste da usare sull’unica vera guerra asimmetrica

Quando un gruppo di terroristi jihadisti attacca una democrazia a colpi di missili, 1.200 in due giorni, mosso dallo scopo deliberato di colpire il numero più elevato possibile di civili in quel paese, provando a cancellare un pezzo di popolazione nell’attesa di poter direttamente cancellare un giorno l’intero paese dalle mappe geografiche del medio oriente, quando succede quello che abbiamo visto  in questi giorni sui cieli di Gerusalemme e di Tel Aviv lo spazio per i distinguo, lo spazio per i se, per i ma, per i però, per i forse, per i non so, è uno spazio che non dovrebbe esistere nel dibattito pubblico. E che dovrebbe lasciare il posto a una considerazione più ovvia e più lineare: quando una democrazia, come quella di Israele, viene colpita da terroristi che sognano di eliminarla, quella democrazia, molto banalmente, va difesa senza indugi, senza esitazioni, senza arrovellarsi nelle stesse considerazioni e nelle stesse profonde riflessioni che si potrebbero fare quando le armi, piuttosto che essere visibili nel cielo, sono deposte.

 

La dimensione della guerra asimmetrica che si materializza in medio oriente ogni volta che vi è un conflitto che interessa Israele non riguarda il potenziale militare di cui dispone Israele ma riguarda la difficoltà estrema con cui un pezzo dell’opinione pubblica mondiale fatica a riconoscere la vera asimmetria che si trova di fronte agli occhi di tutti: da una parte c’è uno stato che difende il suo diritto di esistere (Israele) e dall’altra ci sono i terroristi (Hamas e tutto quello che Hamas si porta dietro) che difendono il loro diritto a combattere con tutta la forza possibile contro la stessa esistenza di Israele. Gli attacchi di queste ore di Hamas non avvengono in un territorio conteso (le colonie), bensì all’interno dei confini di uno stato riconosciuto (Gerusalemme e Tel Aviv) e se mai ce ne fosse bisogno dimostrano che i famosi accordi di Abramo (settembre 2020) servono a poco o nulla se in calce a quegli accordi (grazie ai quali due nuovi stati arabi riconoscono ufficialmente l’esistenza di Israele, aggiungendosi alla Giordania e all’Egitto) a fianco alle firme di paesi come gli Emirati Arabi Uniti  e il Bahrein continueranno a essere assenti le firme di paesi come la Palestina, la Turchia e l’Iran. 

La vera guerra asimmetrica che si combatte in medio oriente oggi è questa. E nelle prossime ore, quando il conflitto potrebbe presentare progressivamente un conto più salato rispetto al giorno prima, sarà interessante capire se la politica italiana riuscirà a difendere Israele senza compiere due operazioni pericolose. La prima operazione, che è quella che sembra aver scelto di compiere un pezzo non minoritario della destra italiana, la stessa che oggi sembra essere lì a difendere Israele con maggiore convinzione rispetto al centrosinistra e la stessa che però da anni tresca con disinvoltura con gli stessi xenofobi che hanno contribuito ad alimentare la stessa retorica nazionalista che si trova dietro a molto antisemitismo, è quella di usare la difesa di Israele non per difendere tutto ciò che Israele rappresenta in termini di difesa della libertà e di difesa della democrazia, ma per fare di essa, della difesa di Israele, uno strumento utile ad alimentare un generico sentimento di diffidenza contro l’islam.

La seconda operazione è quella che ha scelto  di compiere il Pd, un partito che sembra disposto a difendere Israele (ieri a Roma alla manifestazione organizzata al portico d’Ottavia dalla comunità ebraica hanno partecipato tutti i principali partiti italiani: bene così) solo a condizione di ricordare quel che oggi  ha poco senso ricordare, ovvero che il problema  del medio oriente non è la presenza di una forza politica di ispirazione terrorista come Hamas che vuole distruggere Israele ma è  la presenza di una incapacità simmetrica, da parte di Israele e della Palestina, di lavorare insieme alla soluzione dei due popoli e dei due stati.

 

L’Amministrazione Biden, ha notato con  ieri il Wsj, è riuscita finora a resistere  alle pressioni di chi, a sinistra del presidente, ha tentato di allontanare gli Stati Uniti da Israele, per provare a dare una lezione a una politica israeliana che, come detto martedì da Bernie Sanders, sarebbe in ostaggio della destra estrema. Per il Pd e  per il governo il test sarà proprio questo: riuscire a difendere Israele senza farsi scavalcare dalla destra nazionalista, resistendo alle pressioni del partito dei se e dei ma e ricordandosi che non prendere posizione in modo netto, giocando con i distinguo quando i missili dei terroristi viaggiano sopra Israele, significa semplicemente non avere a cuore fino in fondo il futuro dell’unica vera democrazia del medio oriente. La vera guerra asimmetrica, in fondo, è tutta qui

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.