Draghi e lo splendido schiaffo ai vizi dell'Italia

Claudio Cerasa

Il Recovery, l'Europa i soldi che verranno. Come il presidente del Consiglio può usare l’Europa per costringere i partiti a una rivoluzione copernicana

Il via libera quasi all’unanimità  della Camera e  del Senato al Piano nazionale di ripresa e resilienza (Pnrr) presentato dal governo Draghi può essere osservato utilizzando due chiavi di lettura diverse, entrambe interessanti. La prima, che è quella che d’istinto ci piacerebbe adottare, è una chiave che illumina  un sentimento che in un certo modo ha a che fare con l’orgoglio. L’Italia pasticciona, inaffidabile, casinista, scollata, inefficiente e populista è riuscita ad arrivare a un appuntamento importante come quello dell’approvazione di un piano che governerà l’Italia dei prossimi sei anni presentandosi come meglio non avrebbe potuto.

 

 

C’è un Parlamento per una volta non disunito. C’è un insieme di forze parlamentari che si sono convertite in pochi mesi dall’antieuropeismo all’europeismo. C’è un’assunzione di responsabilità dei partiti senza precedenti. C’è un un’opposizione desiderosa di dare un contributo non solo distruttivo al Pnrr. C’è un presidente del Consiglio stimato in tutto il mondo. C’è un Pnrr che usa parole di verità su molti vizi del paese. E c’è, soprattutto, un percorso per l’Italia che somiglia più che a una semplice opportunità a un’occasione forse irripetibile, che mette insieme un piano ambizioso che nei prossimi sei anni vincolerà la messa a terra dei 190 miliardi di euro che arriveranno dall’Unione europea a un percorso coerente di riforme e la possibilità che il garante di questo piano sia per i prossimi sette anni e passa, dal Quirinale, lo stesso Mario Draghi.

 

A questo elemento di ottimismo sfrenato se ne potrebbe aggiungere un altro che in prospettiva futura costituisce un altro potenziale punto di forza del nostro paese. La circostanza che nessuno dei partiti presenti oggi in Parlamento abbia votato contro il Pnrr (Pd, M5s, Lega, FI, Leu a favore, FdI astenuta) è qualcosa di più di un semplice tema di carattere aritmetico e salvo smentite sempre possibili è un’indicazione  preziosa sul futuro dell’Italia: nei prossimi anni le principali forze politiche continueranno a dividersi su molto ma cercheranno di dividersi il meno possibile rispetto agli impegni presi con l’Europa sul Recovery Plan (dire di no al percorso tracciato sarebbe molto costoso: la Commissione rimborsa a rate, se ne fai saltare una non è come beccarsi una procedura d’infrazione ma è come tagliarsi da soli gli attributi).

 

 

Per farlo, naturalmente, e qui il nostro ottimismo si fa un po’ meno granitico, occorrerà riconoscere che l’operazione del Pnrr non è un’operazione di carattere esclusivamente tecnico ma è un’operazione di carattere squisitamente politico, perché costringe i partiti presenti in Parlamento a mettere in atto una rivoluzione copernicana e a mettere in pratica alcune difficili abiure.

 

 

Per rispettare alla lettera gli impegni contenuti nel Recovery Plan, sarà necessario che i partiti populisti riconoscano che il vincolo esterno non è una minaccia ma è un’opportunità. Sarà necessario che partiti come la Lega riconoscano che la concorrenza non è un nemico ma è un alleato. Sarà necessario che partiti come il Pd considerino la battaglia contro i sindacati conservatori nella Pa non come un problema ma come un dovere. Sarà necessario, come ricorda Carlo Stagnaro, che i partiti che in questi anni hanno quasi all’unanimità gettato benzina sul fuoco dell’opinione pubblica, cavalcando i sentimenti anti mercato, demonizzando ogni tentativo di rendere più efficiente lo stato, alimentando la repubblica dei Tar, delle sovraintendenze e dei codici appalti, ostacolando di fatto qualunque tentativo di riforma strutturale del paese, facciano l’opposto di quanto fatto in questi anni. Non sarà facile, ma oggi, grazie all’Europa e grazie ai suoi splendidi vincoli, sarà un po’ meno difficile farlo rispetto a qualche tempo fa.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.