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L'antilingua del Previdente del Consiglio spiegata con Orwell alla mano

Giacomo Papi

Seguire il dibattito in Senato leggendo La neolingua della politica può essere straniante. Nel discorso di Conte tanta vaghezza ancorata ad appigli sicuri (i congiunti, i ristori)

Ho seguito il dibattito in Senato, leggendo La neolingua della politica di George Orwell, un piccolo libro delizioso curato da Massimo Birattari appena pubblicato da Garzanti. E’ stato straniante come seguire una maratona di Mentana commentata da Orwell. La neolingua della politica trasudava da ogni intervento, ma non era affatto nuova. Era antichissima. E quella del Previdente del Consiglio ancora più antica. Giuseppe Conte diceva per esempio: “Il programma sul quale mi accingevo a chiedere la fiducia al Parlamento non si risolveva, non poteva risolversi, in una mera elencazione di proposte eterogenee né tantomeno in una sterile sommatoria delle posizioni assunte”. E Orwell commentava: “Bisognerebbe riconoscere che l’attuale caos politico è legato alla decadenza del linguaggio, e che si potrebbe ottenere qualche miglioramento cominciando proprio dalle parole”. Conte garantiva: “Specifico rilievo abbiamo infine riservato a un’intensa azione di sostegno all’internazionalizzazione delle imprese”. E George Orwell spiegava: “Il linguaggio politico deve consistere in gran parte di eufemismi, petizioni di principio e semplice, nebulosa vaghezza (…) Il punto centrale è l’eliminazione dei verbi semplici (…) un verbo diventa una locuzione, composta di un nome o di un aggettivo unita a verbi buoni per tutte le occasioni”.

 

Per Orwell la chiarezza della lingua è un diritto politico primario, la base della democrazia, un tema che in Italia è stato sviluppato nel famoso articolo sull’Antilingua di Italo Calvino del 1965 e nel meno conosciuto, ma ugualmente prezioso, Norme per la redazione di un testo radiofonico che Carlo Emilio Gadda scrisse negli anni Cinquanta per istruire gli intellettuali italiani prestati alla radio. La lingua diventa un gergo capace di riprodursi all’infinito, senza significare più nulla. Per questo le frasi dei politici, e quelle di Conte in particolare, sembrano prodotte da un generatore automatico di neolingua simile al “geniale Tubolario della Tecnogiocattoli Sebino” degli anni Settanta, citato da Birattari nella prefazione: “Un cilindro composto da sette anelli rotanti su ognuno dei quali erano stampati dieci frammenti sintattici, liberamente componibili per formare frasi perfettamente grammaticali e completamente vuote di significato”. Come questa: “Il nuovo soggetto sociale | auspica | la verifica critica degli obbiettivi istituzionali | in una visione organica etc”. Il paragone con la macchina si deve ancora a Orwell: “Un oratore che usa quella fraseologia ha già percorso un lungo tratto di strada che lo conduce a diventare una macchina”.

 

Giuseppe Conte attutisce la freddezza meccanica con un’educazione impeccabile e un ricorso misurato a parole tecniche o difficili. La sua neolingua è un’antilingua piana, incrostata di concetti giuridici, formule burocratiche, circonlocuzioni democristiane da cui emergono, però, termini così antichi da sembrare nuovi. In questo è l’esatto contrario dello stile di Matteo Renzi – e chissà se all’origine della crisi non ci sia anche un’incompatibilità retorica – che è quasi pubblicitario, costruito intorno alla necessità della sintesi, dello slogan e della battuta (anche se a ogni battuta perde il 2 per cento). No, Conte, no. Giuseppe Conte avvolge. La sua comunicazione politica è una tappezzeria che va bene con tutto, per chiunque e per qualsiasi epoca. I suoi discorsi sembrano semplici e chiari, ma non dicono niente. Ci sono momenti, però, in cui perfino la vaghezza va ancorata ad appigli, a parole ripetibili che, in epoca di hashtag, hanno la funzione di fissare paletti e orientare il discorso pubblico. Ecco, allora, che dal tappeto linguistico del Previdente del Consiglio fuoriescono i “congiunti”, i “ristori” o “il Piano di ripresa e resilienza”. Oppure, i “volenterosi costruttori” della crisi in corso. E’ impossibile resistere alla tentazione di immaginare le discussioni per scovare il nome giusto e raccattare i voti necessari senza irritare troppo gli elettori: “Capo, li chiamiamo ‘Patrioti’? No, fa destra, abbiamo già dato. E se facessimo ‘Responsabili’? Neanche, l’ha già usato Scilipoti. Ma poi potremmo sfottere i renziani chiamandoli ‘irrenzsponsabili’… Non l’ho capita. ‘Costruttori’ le piace? Non è male... Facciamo ‘Volenterosi’ e non se ne parli più? Presi tutti e due!”.

 

Ecco, quindi, che nel discorso alla Camera appaiono “forze parlamentari volenterose” (evidente il riferimento agli “uomini e donne di buona volontà” evocati dalla chiesa) e l’appello: “Chiediamo a chi ha idee, progetti, volontà di farsi costruttore insieme a noi”. Il problema della neolingua o antilingua è che genera neolingua e antilingua anche nei commentatori, in una spirale perversa dove le parole non servono più a chiarire, ma a confondere e nascondere, finché la realtà stessa scompare per essere sostituita da figure retoriche e frasi fatte. “Se il pensiero corrompe la lingua”, scrive Orwell, “anche la lingua può corrompere il pensiero”: “Un uomo può mettersi a bere perché si sente un fallito, e così fallire del tutto proprio perché beve. E’ più o meno quanto sta avvenendo alla lingua inglese. Diventa brutta e imprecisa perché i nostri pensieri sono stupidi, ma a sua volta la sciatteria della lingua ci rende più facili i pensieri stupidi”. Per riportare la lingua alla sua funzione Orwell propone sei regole riassumibili in un consiglio: “Lasciare che sia il significato a scegliere la parola, e non il contrario”, “quest’ultimo sforzo della mente eliminerà tutte le immagini stantie o eterogenee, tutte le frasi fatte, le ripetizioni non necessarie, e in generale le sciocchezze e la vaghezza”. Il problema è se è questo che si desidera.

 

I due saggi del libro (La politica e la lingua inglese del 1946 e Principi della neolingua, l’appendice a 1984 uscito nel 1949) furono scritti ai tempi di Churchill dopo la vittoria contro Hitler, eppure anche allora a Orwell la “nebulosa vaghezza” della neolingua appariva una conseguenza del fatto che “la scrittura e i discorsi politici sono consacrati in massima parte alla difesa dell’indifendibile”. L’aspetto più indifendibile, in questi giorni, è che la neolingua ha nascosto tutto, perfino lo scontro ideale, o almeno ideologico, che mi sembra all’origine della crisi (insieme alla smania di visibilità di Renzi): quello tra una politica incentrata sull’assistenza al presente e una che vorrebbe investire più sul futuro. In questo modo, ha ammesso Conte, i politici appaiono “del tutto incomprensibili rispetto a chi ogni giorno si misura con la paura della malattia, con lo spettro dell’impoverimento, con il disagio sociale, anche psicologico, con l’angoscia del futuro”. La “nebulosa vaghezza” della neolingua mira a confondere chi ascolta, ma finisce per ritorcersi su chi parla. Come ha detto il Previdente del Consiglio in uno dei pochi passi non in neolingua, e perciò forse sinceri, del suo discorso: “Rischiamo così tutti di perdere il contatto con la realtà”.

 

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