Recovery maggioranza

La vera mossa del cavallo per Renzi è votare la fiducia

Cambiare mossa, mettere da parte la rabbia e dimostrare che non servono contropartite per imporre le idee giuste. Renzi, l'appello europeista e la responsabilità di lasciare nella maggioranza il motorino del riformismo

Claudio Cerasa

Fare un passo indietro, mettere da parte la rabbia, mettere in campo la furbizia, mettere al centro le idee, cambiare rotta rispetto alla linea adottata ieri alla Camera, votare sì alla fiducia a questo governo dimostrando così che la crisi innescata da Renzi ha a che fare davvero con la ricerca di idee migliori, e ne servono, e non con la caccia a poltrone più prestigiose

La mossa c’è: votare sì e poi riaprire tutto. Il passaggio forse politicamente più rilevante del discorso alla Camera del presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, è quello che arriva a metà del suo intervento pronunciato ieri mattina a Montecitorio. Quando – dopo aver mollato qualche buffetto a Matteo Renzi, dopo aver detto che “questa crisi ha aperto una ferita profonda all’interno della compagine di governo e tra le forze di maggioranza”, che questa crisi “ha provocato profondo sgomento nel paese”, che questa crisi “ha fatto salire lo spread”, che questa crisi “ha attirato l’attenzione dei media internazionali, delle cancellerie straniere” e che “arrivati a questo punto non si può cancellare quel che è accaduto, non si può pensare di recuperare quel clima di fiducia, quel senso di affidamento che sono condizioni imprescindibili per poter lavorare tutti insieme nell’interesse del paese” – il presidente del Consiglio introduce all’interno della sua arringa difensiva un appello rivolto a tutte le forze politiche presenti in Parlamento per “operare una chiara scelta di campo contro le derive nazionaliste e le logiche sovraniste”. Alle quali ricorda due fatti cruciali. Primo: “Questa alleanza sarà chiamata a esprimere una imprescindibile vocazione europeista”. Secondo: “Sarebbe un arricchimento per questa alleanza – e lo voglio affermare molto chiaramente – poter acquisire anche il contributo politico di formazioni che si collocano nel solco delle migliori e più nobili tradizioni europeiste: liberale, popolare e socialista, ma chiedo un appoggio limpido, un appoggio trasparente, che si fondi sulla convinta adesione a un progetto politico, che si basi sulla forza e la nitidezza della proposta. A tutti coloro che hanno a cuore il destino dell’Italia, chiedo oggi: aiutateci!”

 

Può far sorridere che a fare questo appello sia lo stesso presidente del Consiglio che nel corso di questa legislatura, prima della nascita del governo rossogiallo, si è vantato più volte di essere “un sincero populista” (14 ottobre 2018) e si è detto più volte di essere convinto del fatto che “il populismo sia in Costituzione” (18 dicembre 2018). Ma il dato di fondo della stagione politica che sta attraversando l’Italia è che, crisi o non crisi, pandemia o non pandemia, la maggioranza che si presenterà oggi a Palazzo Madama per ottenere la fiducia al Senato resta l’unica attorno alla quale è ancora possibile andare a declinare un’agenda europeista, che per quanto possa essere imperfetta (e lo è) resta l’unica a disposizione oggi del Parlamento per evitare la perfetta agenda antieuropeista. L’appello di Conte, evidentemente, è rivolto più ai possibili parlamentari “volenterosi” che ai loro gruppi parlamentari di riferimento (più Conte si avvicinerà alla maggioranza assoluta a Palazzo Madama meno la sua nuova maggioranza apparirà raccogliticcia e traballante). Ma l’appello del presidente del Consiglio offre la possibilità di ragionare attorno a due questioni politiche che saranno dirimenti nelle prossime ore e nei mesi che verranno: che fare con gli europeisti che fino a qualche ora fa erano in maggioranza e che ora non lo sono più e che fare con gli europeisti che fino a oggi sono all’opposizione e che un domani non è detto che lo siano allo stesso modo in cui lo sono oggi?

 

Il profilo degli europeisti che si trovano all’opposizione coincide naturalmente con quello delle forze politiche che si richiamano al Partito popolare europeo – dalla Forza Italia del Cav. a ciò che resta dell’Udc. E a queste forze Conte, ieri, ha teso più di una mano arrivando a proporre come punto essenziale della nuova agenda di governo persino una legge elettorale proporzionale (“Il governo si impegnerà a promuovere una riforma elettorale di impianto proporzionale, quanto più possibile condivisa”) che in prospettiva futura potrebbe dare la possibilità a un partito europeista come quello del Cav. di rendersi più autonomo da Salvini e Meloni e di avere le mani libere in campagna elettorale. L’appello alle forze europeiste è però un appello che dovrebbe far riflettere anche l’altra forza europeista che rischia di rimanere fuori dal perimetro della maggioranza di governo, e il ragionamento in questione questa volta riguarda proprio il partito di Matteo Renzi. Che fare, ora? Ieri pomeriggio, alla Camera, Italia viva ha scelto di non votare contro, decidendo di astenersi e decidendo dunque di rendere più agevole il raggiungimento della maggioranza relativa.

 

Ma a guardar bene, la scommessa fatta da Matteo Renzi di restare con un piede un po’ di qua e un po’ di là è una scommessa che rischia di essere controproducente e meriterebbe di essere ricalibrata. Rischia di essere controproducente perché nella instabile stagione politica in cui viviamo oggi avere dei governi incapaci di avere la maggioranza assoluta in una delle due Camere è diventata ormai più una consuetudine che una eccezione – in questo momento, i paesi guidati da governi di maggioranza relativa, o di minoranza, cioè dipendenti dalla non ostilità di forze non rappresentate nell’esecutivo, sono cinque, in Europa, e sono Spagna, Portogallo, Norvegia, Danimarca e Svezia. Rischia di essere controproducente perché nella instabile stagione politica in cui si trova a vivere l’Italia ormai da molti decenni avere dei governi incapaci di avere la maggioranza assoluta in una delle due Camere è anche qui più una consuetudine che una eccezione – hanno governato senza avere la maggioranza assoluta in una delle due Camere il governo De Gasperi IV (1947), il governo De Gasperi VII (1951), il governo Fanfani II (1958); il governo Fanfani IV (1962), il governo Leone I (1963), il governo Leone II (1968), il governo Moro V (1976), il governo Andreotti III (1976), il governo Cossiga I (1979), il governo Ciampi (1993), il governo Berlusconi (1994), il governo Dini (1995), il governo D’Alema II (1999). Rischia infine di essere controproducente perché nell’instabile stagione politica in cui si troverà a vivere l’Italia nei prossimi mesi è difficile pensare che una maggioranza senza un motorino (Renzi, che può aver sbagliato i tempi della crisi ma non ha sbagliato l’agenda di rilancio per l’Italia, per affrontare la crisi) possa funzionare meglio di una maggioranza con un motorino (esempio a chi farà fare il Pd le cose che il Pd non può permettersi di fare per non rompere troppo gli equilibri con il M5s?).

 

E dunque, ancora, che fare? Come muoversi? Come non disperdere le energie? E come provare a ricostruire, verbo del momento, una fase di conciliazione? Una strategia per uscirne, anche per Renzi, ci sarebbe e ed è quella accennata venerdì scorso, sul nostro giornale, da Adriano Sofri nello spazio della sua Piccola posta. Strategia riassumibile così: fare un passo indietro, mettere da parte la rabbia, mettere in campo la furbizia, mettere al centro le idee, cambiare rotta rispetto alla linea adottata ieri alla Camera, votare sì alla fiducia a questo governo (con una svolta degna del migliore Berlusconi, che nell’ottobre del 2013 votò la fiducia al governo Letta, Enrico, dopo il voto di sfiducia annunciato dal suo gruppo parlamentare) dimostrando così che la crisi innescata da Renzi ha a che fare davvero con la ricerca di idee migliori, e ne servono, e non con la caccia a poltrone più prestigiose. Ha scritto Sofri: “Voti per il governo, passi, non invitato, fra costruttori, responsabili, voltagabbana e ominicchi, restando, le sue e i suoi, rigorosamente all’asciutto di posti governativi. Mostrerà di sapersi astenere dalle poltrone, come ha proclamato, senza contropartita; di assicurare comunque, che i suoi voti siano decisivi o no, la durata della legislatura, che continua a garantire; e magari eviterà anche l’increscioso salasso del suo gruppo. E’ una di quelle mosse che sembrano impensabili finché non le si guardi in faccia e se ne veda la semplice ragionevolezza. Non sarà la mossa del cavallo, a quella si ricorre quando si può ancora vincere: sarà la mossa del somaro, che mostri pazientemente di saper perdere, di scampare alla bancarotta, e di guardare al dopodomani”.

 

Stare in maggioranza senza stare al governo, dunque, ricordandosi che in politica anche le affermazioni più dure sono scritte sull’acqua, ricordandosi che in politica non esistono brutte figure alle quali non si possa rimediare, e costringendo così Conte (che oggi, al Senato, avrebbe il dovere anche lui di cambiare strategia e di fare un discorso più aperturista rispetto a quello di ieri, a meno che non sia intenzionato a vivacchiare più che a governare) a scrivere un patto di fine legislatura più ambizioso (il Recovery plan se è migliorato è migliorato anche grazie al motorino renziano) che sappia fare i conti più con la vera sfida di fronte alla quale si trova l’Italia: non far perdere al nostro paese la grande occasione di trasformare la crisi pandemica in un’opportunità per ricostruire il paese. E più che i responsabili, come si dice, oggi serve più responsabilità. Votare sì, senza chiedere niente, e poi riaprire tutto, sapendo che imporre le buone idee è mille volte preferibile a mostrare le buone intenzioni.

 

 

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.