Il doppio sogno del Cavaliere riabilitato: senatore a vita o capo di stato

Domenico Di Sanzo

La presunta macchinazione politica dietro alla condanna di Berlusconi rilancia Forza Italia, che torna a chiedere separazione delle carriere, responsabilità civile dei magistrati e riforma del Csm. Ma anche un "indennizzo" per il presidente

Una commissione di inchiesta sull'"uso politico della giustizia", la separazione delle carriere, la responsabilità civile dei magistrati, la riforma del Consiglio superiore della magistratura. E il sogno di Silvio Berlusconi senatore a vita. La rivincita di Forza Italia - dopo le rivelazioni del giudice Amedeo Franco su una presunta macchinazione politica dietro la condanna del Cavaliere in Cassazione e la sentenza civile del Tribunale di Milano che smonta le accuse di frode fiscale - parte, simbolicamente, da Palazzo Madama. "Non siamo qui per caso - dice Antonio Tajani, vicepresidente degli azzurri - siamo al Senato perché in questa Aula sedeva Berlusconi quando è stato espulso illegittimamente". Era il 27 novembre del 2013. E da quel giorno è cominciata l'agonia di Forza Italia. A collegare le due cose, con un rapporto di causa-effetto, sono gli stessi maggiorenti del partito presenti alla conferenza stampa: Tajani e le due capogruppo alla Camera e al Senato, Maria Stella Gelmini e Anna Maria Bernini. "Hanno fatto un danno politico al nostro movimento che ha subìto flessioni elettorali a causa dell'assenza del leader", spiega il vicepresidente del Partito popolare europeo. "Quella sentenza ha influito sul consenso politico di quella che era la prima o la seconda forza politica del paese", ribadisce la Gelmini, dando ennesima conferma, se mai ce ne fosse bisogno, dell'ineluttabilità della leadership dell'ottuagenario ex presidente del Consiglio.

 

 

"Non è solo nostalgia", assicura la capogruppo a Montecitorio. E allora le proposte. Una commissione di inchiesta, che definiscono "sull'uso politico della giustizia, non solo sul caso Berlusconi". Ancora, separazione delle carriere tra pm e giudici, responsabilità civile e "riforma dell'organo di autogoverno della magistratura", perché - spiega Bernini ricollegandosi all'attualità - "non possiamo considerare il caso Palamara una ferita occasionale". Tra le pieghe degli annunci sulle nuove battaglie garantiste, i ricordi del "funerale della democrazia", quel 27 novembre 2013, trovano spazio comunque. E i virgolettati si fanno più pesanti. "Una cacciata con metodi barbari e abbietti", un "disegno criminogeno" e uno "stupro democratico dei diritti di tutti i cittadini" per la Bernini. Un "golpe giudiziario" per Tajani, una "condanna senza senso" per la Gelmini.

  

 

Accanto alle proposte e alla nostalgia c'è il sogno. Il sigillo della piena riabilitazione. La nomina di Berlusconi a senatore a vita. "Sì dovrebbe essere subito nominato senatore a vita", rivendica la capogruppo al Senato. Che aggiunge, dando l'impressione di smentire lo scopo della frase pronunciata un secondo prima: "Berlusconi comunque è un gigante, non ha bisogno di essere riabilitato". Sul punto parte il corteggiamento, dal sapore utopistico, al Quirinale: "Se dall'alto qualcuno volesse fare una riflessione su Berlusconi senatore a vita, sarebbe il giusto risarcimento", continua ancora la Bernini. Tajani invece pressa Mattarella sul Csm: "Siamo sicuri che il presidente della Repubblica sarà il garante della democrazia e un buon presidente del Csm, che alle parole faccia seguire i fatti".

 

 

L'altro sogno, che resta sullo sfondo, è la presidenza della Repubblica per Berlusconi. Anzi, "per il cittadino Berlusconi", come lo chiama con orgoglio Tajani. Considerato dai suoi come un esempio vivente, vittima sacrificale, delle storture della giustizia politicizzata. Da Forza Italia ci tengono a rimarcare che le iniziative annunciate, tra cui  la commissione di inchiesta, il cui iter partirà subito, "non si faranno per una questione personale, ma la giustizia è un tema che riguarda tutti i cittadini italiani, anche i garantisti dell'ultima ora". Ma Berlusconi è l'icona. "È un po' come il caso Dreyfus - dice Tajani - quando Zola si batteva per lui, si batteva per difendere un principio".