Il silenzio della sinistra riformista sulle statue abbattute

Salvatore Merlo

La destra estrema si appropria della difesa della storia. Cortocircuiti

“E’ evidente che abbattere una statua è sbagliato e grottesco quando non si tratta di tiranni. E’ il derivato di una inconsapevolezza”, dice. E aggiunge: “Mi colpisce il silenzio della sinistra più senziente”. Successore di Alessandro Natta alla presidenza del Pci, direttore dell’Unità, deputato e ancora prima partigiano con il nome di battaglia “Alessio”, a novantatré anni Aldo Tortorella è oggi forse l’ultimo togliattiano d’Italia. “Quando venne il 25 luglio del 1943 ricordo che partecipavo a un corteo per la cacciata di Mussolini. Eravamo in Italia, il paese di Dante, Leopardi, il paese della grande musica… eppure dalle finestre venivano giù le teste marmoree del Duce”. Furia popolare, ansia di rivalsa dopo una guerra e vent’anni di dittatura, concitazione. Tutte cose ovvie, umane. “Ma noi comunisti, i dirigenti del Pci, quando la guerra di Resistenza fu vinta ci siamo guardati bene dal togliere di mezzo i simboli del passato. E qualcuno ci criticò anche. Però a quel tempo dicemmo che quei simboli rappresentavano una certa parte della storia su cui bisognava riflettere, anche per condannare gli errori”.

 

E insomma lasciando in piedi l’obelisco del Foro italico, quello su cui ancora oggi a Roma è leggibile la parola “Dux”, quello stesso obelisco che oggi a distanza di settant’anni Laura Boldrini e altri vorrebbero abbattere, venne invece rifondata la nazione, sulla base di rinunce, accettazioni e compromessi non fanatici. Era la sinistra nazionale. La sinistra repubblicana. Fu Togliatti a promulgare l’amnistia, a votare il Concordato, e senza cancellare quel passato contro il quale pure aveva combattuto armi in pugno. E allora Tortorella, che forse è ancora marxista, ma certamente lo è stato, dice che questa furia di oggi probabilmente avrebbe fatto orrore a Gramsci, che come tutti i marxisti era uno storicista, pensava cioè che la natura di una società sia progressiva, ovvero frutto di una lenta maturazione che procede secondo una precisa logica di sviluppo. Se cancelli il passato non puoi nemmeno cambiare il presente.

 

Se rimuovi la storia e rifiuti di capire da dove vieni, rinunci a immaginare anche dove intendi andare “visto che il presente è ciò che deriva dal passato per mutazioni successive”. Ma perché la sinistra tace o è d’accordo? Perché solo Beppe Sala, in Italia, ha dichiarato, ma da sindaco di Milano, che sarebbe per esempio sbagliato rimuovere la statua di Indro Montanelli dai giardini che portano il suo nome? E perché si consente alla destra estrema di fingere la difesa della storia, che è di per sé complessa? “La destra finge di difendere la storia, perché ne difende un pezzo negando le mostruosità. Ma il silenzio a sinistra è pernicioso. E’ il risultato di un processo di omologazione al pensiero corrente”, dice Tortorella. Una pericolosa banalità conformista. “Restando beninteso che la storia non è solo grandezza ma anche orrore. E che la storia dell’occidente è stata anche storia di oppressione, razzismo e colonialismo”. Ma grandezza e orrore convivono, sono quello che siamo. E abbattere una statua, gettarla in mare, rimuovere il passato è più facile che ragionare su se stessi. Inginocchiarsi e chiedere scusa non significa capire, anzi, spesso è il contrario. Nelson Mandela, dopo l’Apartheid, in Sudafrica, promosse una commissione sulla “verità e la riconciliazione”, perché ben sapeva, proprio come Togliatti, che il contratto sociale si basa su un chiarimento razionale intorno al passato. Non sulla sua rimozione orwelliana.

 

E allora che fine ha fatto la sinistra? “Non ragiona”, dice Tortorella. Giovedì scorso, Matteo Salvini ha irriso con una certa efficacia, il tic iconoclasta. E forse non è difficile immaginare che domani CasaPound possa fare un picchetto in difesa della statua di Montanelli. Appropriandosi di qualcosa che non gli appartiene. Davvero la sinistra riformista può consentirlo, lasciandosi travolgere dal fanatismo? “Lo storicismo era il Novecento”, dice Tortorella. Quello di oggi è un altro mondo. “Una società che vive il momento, non sa niente del passato e non si pone il problema dell’avvenire”.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.