Il Papeete di Dibba

Valerio Valentini

Il tour estivo per riprendersi il M5s. Così Di Battista alimenta il caos e scombina i piani di Conte

Roma. Sarà pur vero che tra i gruppi parlamentari, specie alla Camera, il “milite ignobile” di Vigna Clara non riscuote grande consenso. E infatti qualcuno l’ha già ribattezzata, l’iniziativa che si va preparando, come “il Papeete de noantri”. Sì, perché a quanto pare Alessandro Di Battista sta preparando il suo “tour estivo”, che partirà a inizi luglio e che lo vedrà girare, per quanto la pandemia e le restrizioni conseguenti lo permetteranno, in giro per l’Italia, spiagge comprese. “E’ ancora tutto da capire”, dice Ignazio Corrao, europarlamentare sospeso per insubordinazione in quel di Bruxelles (dove con altri due colleghi, pure loro diffidati per un mese, ha votato contro la risoluzione dell’Assemblea sul Recovery plan), “ma di certo insieme ad Alessandro porteremo una proposta alterativa”. Per “cambiare il Movimento”, dicono, che poi significa scalarlo. Di Battista l’ha fatto capire in ogni modo, che a restare disoccupato, ora che peraltro aspetta il secondo figlio, proprio non ci pensa. E così a luglio inizierà la sua campagna in vista del congresso che verrà, anche se non si sa bene quando, per ottenere la leadership del M5s.

E certo, come detto, il suo ribellismo a tempo perso assai pochi proseliti raccoglie tra deputati e senatori, ma molto consenso potrebbe riscuotere tra gli attivisti esagitati. E questo, di riflesso, rischia poi di condizionarli comunque, gli umori nei gruppi parlamentari. Perché se è vero che per Dibba “questo non è più il M5s”, se – come dice il suo amico Max Bugani – “assomigliamo ormai sempre più a Ncd di Alfano”, allora c’è da scommettere che il ritorno sul proscenio del barricadero giramondo segnerà una recrudescenza della follia grillina, quel guazzabuglio di ideologismo farlocco e oltranzismo scimunito. E allora hai voglia, come pare si compiaccia di fare in queste ore Nicola Zingaretti, a dire che “abbiamo isolato i pazzi”, se quella che il segretario del Pd ritiene “pazzia” non è altro che il basso continuo del M5s. Che non è detto si debba trasformare in sinfonia, per rendere impossibile la marcia del governo. E lo sa bene pure Giuseppe Conte, che ogniqualvolta prova, sia pure con discutibile credibilità, a invocare la concordia nazionale e a instaurare un clima di non belligeranza con le opposizioni, si ritrova a dover fare i conti con un partito, che poi sarebbe il suo, per il quale non può dare alcuna garanzia di tenuta.

E insomma il risultato di chi vuole normalizzare i pazzi è questo: che ieri, nel giorno in cui per la prima volta con toni categorici e perentori, Zingaretti ha detto che i 36 miliardi del Mes vanno presi senza se e senza ma, si è ritrovato davanti il fuoco di sbarramento dei grillini. E passi per il solito Raphael Raduzzi, che se la prende perfino con la Bce, passi per Michele Gubitosa, carneade dimaiano che va in tv a rigettare la tesi di Zingaretti, passi pure per il sempre elegantissimo Elio Lannutti, quello dei Savi di Sion e dei “nipotini di Hitler”, che come al solito la mette giù pacata: “Klaus Regling (direttore del Fonda salva stati), che ci vuole in ginocchio a pietire i prestiti del Mes, non aspetta altro, confidando nelle quinte colonne della partitocrazia marcia e nel sistema economico gestito da noti manutengoli del potere, tutti desiderosi di stringere il cappio al collo all’Italia e agli italiani”. Il punto non è la conta dei “pazzi”: perché, che il problema sia più profondo, lo si capisce quando si interpella Laura Agea, sottosegretario grillino agli Affari europei, che certo rifugge la propaganda spicciola, ma che pure offre una visione dei fatti inconciliabile con quella del Pd: “Altro che i 36 miliardi del Mes. Con un’asta di btp targettizzati sulla sanità, si ottiene il doppio. Oggi – prosegue la Agea – dopo che la Bce ti mette in mano una strumento che da solo vale 1350 miliardi (per l’Italia significa 500/600 miliardi), il Pd invoca il Mes subito: diamo ai mercati dai un segnale pessimo, perché se chiedi il Mes vuol dire che non sei capace di finanziarti sul mercato”. Certo, come dice Conte il Parlamento è sovrano. Ma è proprio lì che i conti non tornano. Perché il soccorso azzurro potrà pure esserci, sul Mes, “ma un secondo dopo il voto in Aula – dice il deputato di Forza Italia Giorgio Mulè – si prenderà atto, da parte di tutti, che questa maggioranza non esiste più, e sene trarranno le conseguenze”.

 

E d’altronde non c’è solo il Mes. Ci sarà da discutere della revoca delle concessioni ad Aspi, su cui Conte mantiene un’ambiguità che nasconde il timore di dover scontentare qualcuno. “Nessun passo indietro su Autostrade”, tuona Dibba, rendendo ancora più stretto il sentiero della mediazione del premier. E poi ci sono le garanzie sul prestito ad Fca, su cui i grillini della commissione d’inchiesta sulla Banche, guidati da Carla Ruocco, hanno già annunciato, per le vie informali, che daranno battaglia. Per la gioia di chi, nel frattempo, sarà in giro per l’Italia nel suo tour estivo.

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