No: non c'è da vergognarsi degli italiani

Claudio Cerasa

Disciplina, pazienza e resilienza. Il cortocircuito sui Navigli con incazzatura di Sala (meglio multare che twittare) dà fiato alla retorica dell’Italia irresponsabile. I dati raccontano altro e non basta una foto per inquadrare il carattere di un paese

Sono tutti da mesi alla ricerca della marachella, della birbata, della bravata, o se volete più semplicemente della cazzata, della notizia simbolo, dell’immagine rivelatrice, del video virale, e il cortocircuito di ieri ai Navigli di Milano, con i famosi fotogrammi che hanno immortalato alcuni ragazzi andati a spasso senza mascherine e senza rispettare le giuste distanze sociali, ha offerto finalmente un po’ di materiale al partito dell’INBG, Italiani Non Brava Gente, e ha permesso a numerosi osservatori e a numerosi politici di dire quello che chissà da quanto tempo avrebbero voluto dire: siamo un maledetto popolo di irresponsabili. Il sindaco Beppe Sala, amministratore capace ma evidentemente ancora frastornato dal dramma vissuto dalla sua città, ieri, osservando le immagini dei Navigli, alcune delle quali vere e altre invece poco veritiere essendo le foto degli assembramenti pubblicate da molti giornali frutto di un’illusione ottica generata dall’utilizzo di un teleobiettivo che ha avvicinato persone che così vicine non lo erano, ieri, involontariamente, urlando “vergogna” ai ragazzi che avevano trasgredito, ha dato voce a quel pezzo di paese che non aspettava altro che dimostrare che gli italiani in fondo sono un popolo di cialtroni fatto di persone del tutto incapaci di prendersi cura di sé.

 

Il sindaco Sala ha ragione a essere preoccupato rispetto alla possibilità che una città già molto martoriata come la sua possa incorrere in una qualche ricaduta – e per quanto si possa avere molta voglia di ritornare alla normalità è meglio farlo gradualmente anziché velocemente per poi doversi ancor più rapidamente fermare – ma un amministratore attento dovrebbe fare di tutto per ricordare che multare è meglio che twittare e che non basta una semplice foto per inquadrare il carattere né di una città né tantomeno di un paese.

 

“C’è da incazzarsi per i Navigli affollati”, ha detto ieri il sindaco, e tutti ci auguriamo che il soft lockdown continui a essere simile allo strong lockdown almeno per il modo in cui gli italiani hanno mostrato disciplina. Ma ciò che un amministratore lungimirante dovrebbe capire, e il discorso non vale solo per Sala, è che la fase che viviamo oggi è una fase in cui a doversi mostrare all’altezza sono più i rappresentanti che i rappresentati. Anche perché fino a oggi la crisi pandemica non ha tirato fuori il peggio dell’Italia ma ha tirato fuori il meglio della sua disciplina. Lo dice il buon senso, lo dice la realtà che ci circonda, lo dice il nostro vissuto quotidiano, lo dice l’esperienza di questi giorni ma, Navigli o non Navigli, lo dicono prima di tutto i numeri. Nei giorni del lockdown, la percentuale totale di denunciati e di sanzionati dalle forze dell’ordine è stata pari ad appena il 3,8 per cento dei fermati (considerando invece soltanto i sanzionati dal 26 marzo, data del nuovo regime sanzionatorio, fino alla fine del lockdown, ovvero lo scorso 3 maggio, la percentuale è ancora più bassa ed è stata del 2,4 per cento).

 

E lo stesso, Navigli o non Navigli, si può dire che sia successo nella prima settimana del post lockdown, durante la quale la percentuale di sanzionati sul totale delle persone controllate nei primi quattro giorni della fase due è stata ancora più bassa: 1,23 per cento (persone controllate 870.950; persone sanzionate 10.914; persone denunciate 20; esercizi commerciali controllati 338.370; titolari di attività o esercizi sanzionati 454; chiusura provvisoria di attività o esercizi 144). E’ falsa la favola degli Italiani Non Brava Gente così come è falsa la favola dell’Italia governata da uno stato di polizia. E se si osserva un’interessante mappa interattiva messa a disposizione in questi giorni da Enel X, che con una serie di dati raccolti sul territorio da settimane stima quotidianamente la variazione degli spostamenti e dei chilometri percorsi dai cittadini sul territorio nazionale, regionale, provinciale e comunale, si scoprirà che i movimenti registrati in Italia nei primi giorni della fase 2 (4-5-6 maggio) rispetto a quelli registrati nel periodo di lockdown totale sono in linea con le attese: il ritorno alla nuova normalità è evidente, ma senza isteria.

 

E se si prendono in esame le principali città italiane si scoprirà che l’incremento medio della mobilità rispetto alla scorsa settimana è stato del più 44 per cento il 4 maggio e del più 49 il 5 maggio. Rispetto a gennaio, sempre secondo questi dati, siamo a un meno 35 per cento di mobilità, contro il meno 75 per cento registrato durante il lockdown, e in questi primi giorni, nel confronto con la settimana scorsa, per chi lo volesse sapere, le città più virtuose sono state Venezia (+19 per cento), Bologna (+29 per cento), Genova (+25 per cento), mentre quelle meno virtuose sono state Napoli (+74 per cento) e Torino (+60 per cento).

 

La disciplina dell’Italia non è però soltanto il carattere più significativo emerso in questi mesi e accanto a questo fattore ce n’è un altro illuminato ieri da uno studio interessante condotto dall’Università di Cambridge pubblicato su una famosa rivista scientifica: il Journal of Risk Research. Gli studiosi hanno analizzato gli atteggiamenti condotti in Europa, America e Asia, nelle nazioni maggiormente colpite da Covid-19 e hanno scoperto che nonostante il dramma vissuto dal nostro paese l’Italia, tra i dieci paesi più colpiti dal Covid-19, è uno di quelli che hanno dimostrato livelli di preoccupazione per la futura vita con il virus non così drammatici e simili a quelli registrati in Corea del sud. Disciplina e resilienza. Navigli o non Navigli più che vergognarci forse dovremmo guardare oltre i dettagli e fare di tutto per mostrare orgoglio rispetto a quello che l’Italia ha dimostrato di essere.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.