In America più che la crisi politica preoccupa la possibile recessione in arrivo

Gianni Castellaneta

Perché gli americani hanno fiducia che il presidente della Repubblica e i meccanismi democratici del nostro sistema istituzionale sapranno trovare una soluzione che preservi la storica fedeltà atlantica

In questi giorni negli Stati Uniti chiedo ai miei amici americani cosa pensino della situazione italiana. Molti seguono distrattamente magari solo per una superficiale e affettiva curiosità. Pochi sembrano avere veramente interesse e magari solo sul personaggio Salvini.

 

Le preoccupazioni sono invece per una possibile recessione economica, la guerra tariffaria e tecnologica con la Cina, il ritiro delle truppe americane dall’Afghanistan, una nuova competizione nel campo degli armamenti con i russi, il caso del suicidio Epstein, la corsa dei candidati democratici per la nomination di chi dovrà sfidare Trump, la possibile rielezione del presidente Trump, se Serena Williams riuscirà a vincere gli US Open nelle prossime settimane. La stessa Brexit qui non viene ancora percepita come una distorsione nei traffici commerciali o dei flussi finanziari o per i costi sociali ed economici, ma come un affare interno europeo.

 

Riguardo all’Italia si ha fiducia che il presidente della Repubblica e i meccanismi democratici del nostro sistema istituzionale sapranno trovare una soluzione che a fianco della ineludibile scelta europea, preservi la storica fedeltà atlantica e i legami storici ed economici con questo paese. Il dibattito sulla crescita economica è invece intenso. Alcuni indicatori interni, insieme con il rallentamento della Cina e la perdita della supremazia tecnologica in alcuni settori – e la stagnazione tedesca – sono segnali di allarme per molti che vedono imminente una riduzione dei tassi di crescita americani e una crisi delle Borse. Appelli di Trump in polemica con il direttore della Fed, per un dollaro più debole e competitivo, non hanno effetti riassicuranti sugli operatori economici e finanziari che ne vedono l’aspetto di debolezza intrinseca. Si sta allargando poi la discussione – per ora a livello teorico – sul fatto che l’epoca di una crescita generalizzata nel mondo e di tassi per alcuni paese (inclusa la Cina) oltre il 5 per cento sia finita per sempre per ragioni strutturali e “umane”. La nuova tendenza dovrebbe protrarsi nel tempo e dovranno essere presi in considerazione – oltre a quello tradizionale del Gdp – altri parametri di paragone quali il benessere collettivo, il reddito individuale, i servizi collettivi, la distribuzione della ricchezza. Ha avuto eco ad esempio, in alcuni casi anche negativa, come comprensibilmente sul Wall Street Journal, la dichiarazione dei principali ceo americani che suggerisce di tener conto nei risultati delle società non solo degli interessi degli shareholders ma anche di quelli degli stakeholders (dipendenti, environment, servizi).

 

Due importanti appuntamenti questa settimana potrebbero dare qualche prima risposta: la tradizionale riunione dei governatori delle banche centrali a Jackson Hole dove parlerà Powell e quella del G7 in Francia con la presenza di BoJo in smagliante esuberanza nella tana europeistica francese, di Angela Merkel fresca di dati che indicano una Germania in recessione e del nostro presidente del Consiglio dimissionario. Powell verrà attentamente ascoltato da Trump, preoccupato per la sua rielezione legata principalmente ai risultati economici, ma ha già detto che non ha nessuna intenzione di lasciare il suo posto nel caso in cui Trump dovesse chiederglielo.

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