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Politica di pancia

Umori ostentati, emozioni create ad arte. E’ il nuovo ordine del discorso pubblico. Con tanti saluti a ragione e distacco

25 Giugno 2019 alle 13:03

Politica di pancia

Matteo Salvini (foto LaPresse)

Le emozioni sono diventate, a questo punto, non c’è dubbio, la strada maestra della politica. Una strada affollata, rumorosa, caotica e disordinata, che però ormai ha preso un suo verso. Rovesciarlo, non si può. Discuterlo, si deve. E dato che c’è sempre un prima e un dopo, forse si può perfino fare un passo indietro e ragionare sul nostro collettivo “come eravamo”, anche qui.

 

Vorrei partire da due episodi che si perdono nella notte dei tempi e parlano di un’Italia lontana e dimenticata.

  

Il 12 dicembre 1969 scoppia la bomba di piazza Fontana. Il presidente del Consiglio è Mariano Rumor, si trova a casa sua, e non sta troppo bene. La notizia è sconvolgente, e lui è particolarmente sconvolto. Ma il suo sconvolgimento è quasi intimo, non si comunica. Il suo sottosegretario, Toni Bisaglia, lo raggiunge. Lo sprona, lo scuote, in un certo senso gli impone di uscire subito, andare a via Teulada e parlare agli italiani dagli schermi televisivi. Non è il suo istinto, ma è il suo dovere. Rumor vi adempie con una sorta di ritrosia.

  

Il passato. La ritrosia di Rumor ad andare in tv dopo la strage di piazza Fontana. Bisaglia e il timore delle lacrime

Più di dieci anni dopo ancora Bisaglia, che nel frattempo si è imposto come il leader del Veneto (allora) bianco viene costretto a dimettersi. E’ il crollo di un piccolo impero politico di quell’epoca. Il giorno dopo i suoi seguaci si radunano in un paese del vicentino. E lui, mentre in aereo sta rivedendo gli appunti del suo discorso, si rivolge a Lucia Valeri, la sua segretaria ma soprattutto una sua amica, per chiederle come farà a non piangere. C’è forse una medicina per evitare di scoppiare in singhiozzi? A lui, in quel frangente, sembra la cosa più importante.

  

Racconto questi due episodi remoti, uno cruciale e un altro di dettaglio, uno pubblico e un altro privatissimo, per dire di come erano le emozioni al tempo che fu. C’era all’epoca una sorta di doppio registro. Ci si doveva misurare con le emozioni popolari, tenersi in contatto, mostrare empatia, evitare di dar l’idea di essere asserragliati nel palazzo, fosse pure per compiere il proprio dovere. Con misura, però. E nello stesso tempo si doveva evitare di lasciare troppo sfogo alle emozioni private, risparmiare a se stessi e agli altri eccessi di confidenza, conservare quello che allora sembrava un decoro. Una certa riservatezza su di sé, sul proprio privato, faceva parte di uno stile pubblico niente affatto casuale.

 

In una parola, le emozioni popolari avevano un loro corso, più o meno largo. Ma le emozioni personali avevano confini assai più stretti. Ci si cercava di raccordare con le emozioni degli altri, si cercava di mascherare le emozioni proprie. In quella differenza, tra le emozioni lasciate dispiegare e le emozioni trattenute, c’era una chiave.

 

Stiamo adoperando le emozioni politiche come un antidoto a tutto quello che non ci piace: dalla globalizzazione alla competenza

Certo, c’è qualcosa di astratto nella descrizione che talvolta viene fatta di una politica a suo tempo così asettica, tutta testa e niente pancia, lontana dal vorticare delle passioni – anche le più viscerali. Il fatto è che la politica è essa stessa, per chi la coltiva e magari vi ha dedicato un pezzo della propria vita, un’emozione. Lo è per gli incontri che vi si fanno, per le sorprese che ne derivano, per l’intensità delle passioni che qualche volta travalicano la nostra capacità di mettervi un freno. Dunque, il raccontarla come fosse una geometria appare sempre fuorviante, e tanto più se si misura la posta che era in palio in quel tratto di tempo.

 

Negli anni che oggi a noi sembrano, da una certa distanza, dominati da una forma quasi di morigerato autocontrollo c’erano pur sempre aspre rivalità, conflitti ideali e un senso di militanza e di appartenenza che escludeva eccessi di razionalità e logiche cartesiane che abbiamo finito per rinvenirvi solo dopo, a bandiere consumate e ripiegate.

 

Eppure i leader dell’epoca si sentivano tutti anche in dovere di frenare e filtrare le emozioni che attraversavano il loro elettorato. Le fedi politiche, e le reciproche, viscerali avversioni trovavano nei sacerdoti che ne amministravano il culto una conferma nutrita di una certa reciproca cautela. E’ la storia di De Gasperi e di Togliatti, e poi di Moro e di Berlinguer e anche di Almirante. Tutti capaci di interpretare il sentiment della propria base politica ed elettorale. E tutti altrettanto capaci di evitare che quel sentiment rompesse il fragile argine della convivenza.

 

Dunque, c’è un “prima” e un “dopo”.

 

Il codice di prima sarebbe stato travolto negli anni seguenti. E oggi a noi pare faccia parte quasi dell’èra giurassica della nostra politica. Nel frattempo, i confini tra il pubblico e il privato sono stati modificati in profondità, e tutta quella razionalità un po’ asettica dei gruppi dirigenti si è andata sempre più mescolando e confondendo con tutte quelle forme di emotività che improntano oramai il discorso politico. Così, oggi, la politica cerca semmai proprio nelle emozioni la sua materia prima, e diffida di ogni ragionamento che suoni distaccato, compassato, quasi scientifico, troppo rigoroso nella sua concatenazione logica.

 

E’ avvenuto così un progressivo scivolamento verso la sfera emozionale. Ed è la cronaca, per quanto ci riguarda, che segnala il fatidico avvento del populismo alla guida del paese. E prima ancora, il diffondersi e il radicarsi di tutte quelle paure e tutte quelle rabbie che da qualche anno a questa parte segnano in profondità il nostro discorso pubblico. Paure e rabbie che i populisti hanno dimostrato di governare assai meglio di quanto non facessero i loro predecessori (e, in parte, inconsapevoli imitatori).

 

Ora, è chiaro che ci troviamo in presenza di una deriva epocale, che attraversa tutto quello che un tempo si chiamava occidente e che ha trovato nel voto per la Brexit e nell’elezione di Trump i suoi tratti salienti. Lasciando infine a noi il dubbio primato di essere tra quelli che avanzano più spediti lungo questo cammino verso il dispiegarsi di una irrazionalità nutrita di tutti gli umori possibili e immaginabili.

 

Il fatto è che – si tratti di noi o di altri – è diventato ormai un luogo comune che la politica si nutra delle sue stesse viscere, e che ogni tentativo di affidarla al sapere degli esperti suoni quasi alla stregua di una provocazione insopportabilmente elitaria. Tutto quello che una volta veniva raccontato come un progresso, dall’epoca dei Lumi in poi, finisce così per apparire come un maldestro tentativo di ripristinare un ordine politico che la post modernità ha pensato bene di archiviare una volta per tutte.

 

Non passa giorno che gli studiosi non ci dimostrino come si sia ampliato il campo delle emozioni, e come abbia preso il sopravvento su politiche che prima pretendevano di essere fondate sul codice della più algida razionalità. Del resto, basta affacciarsi appunto al balcone di casa nostra per fiutare questa aria. Un quotidiano tam tam fatto di paure, rabbie e magari all’opposto di sentimenti apparentemente più generosi e compassionevoli con cui ogni figura pubblica condisce la sua attività, avendo sempre cura di avvolgere la prosa più scarna e schematica nelle forme più poetiche cui si possa fare ricorso.

 

Come ci avvisano tutti gli studiosi (da ultimo William Davies), e come ci confermano tutte le cronache, l’emotività è una forza possente che guadagna terreno ogni volta che ci sentiamo smarriti o inquieti. Mentre un tempo si pensava di uscirne sacrificando incenso sull’altare della dea ragione, oggi ormai è passato il concetto che occorre scavalcare quel recinto, diventato troppo stretto, e inoltrarsi nelle praterie della nostra collettiva emotività. Che piaccia oppure no.

 

Tutto risolto dunque? Non direi. Per due fondamentali ragioni. La prima sta nel fatto che quando le emozioni dilagano, e diventano una sorta di persistente sottofondo del nostro discorso pubblico, e si diffondono ovunque, senza più nessun filtro che ne trattenga le scorie e ne raffini l’essenza, a lungo andare esse finiscono per perdere una parte della loro stessa forza. Raccontata quotidianamente e frammista agli interessi politici del momento, l’emozione diventa a quel punto un cliché, un modo di dire, all’occorrenza una furbizia. E infatti l’impressione è che si tratti di una accorta simulazione. Mentre prima i leader politici cercavano di tenere nascoste (forse troppo) le emozioni che provavano, oggi, la gran parte dei nuovi leader ostentano (fin troppo) le emozioni che non provano. Non perché quelli di ieri fossero più virtuosi (lo erano, ma non è questo il punto). Semplicemente perché la galoppante inflazione delle emozioni ne ha considerevolmente ridotto il valore. Favorendone un abuso fin troppo diffuso e introducendovi una distorsione.

  

Le emozioni della politica d’antan non erano necessariamente migliori di quelle che si rincorrono un po’ affannosamente nell’arena pubblica dei nostri giorni. Ma erano spesso controbilanciate da una grande quantità di inibizioni che alla fin fine sortivano l’effetto di renderle paradossalmente più intense. Dall’altra parte della barricata del potere, un certo pudore che suggeriva di non mettersi mai troppo a nudo, di tenere coperte certe cose di sé. Per l’appunto, di non mettersi a piangere per suscitare la commozione del proprio uditorio, di non raccontare troppe cose del proprio io più nascosto, di filtrare per quanto possibile il proprio stato d’animo e di maneggiare con una certa cautela lo stato d’animo altrui.

 

Ora invece che le emozioni sono diventate il cuore del discorso pubblico la tentazione di fabbricarle in serie, utilizzarle con una certa spregiudicatezza, all’occorrenza falsificarle per trarne un vantaggio politico ed elettorale, tutto questo è diventato un vero e proprio mestiere. Una tecnica con cui si vorrebbero dire le cose “col cuore” (modello Barbara D’Urso con la mano protesa verso il suo pubblico) recitando una messa in scena non più realistica di un reality televisivo.

 

Nell’ostentazione che si fa delle proprie emozioni, e nell’utilizzo che si fa delle emozioni altrui c’è insomma sempre una nota stonata. Come se tutta quella esibizione di interiorità altro non fosse che una trovata che alla fine rivela quello che è nascosto e soprattutto nasconde quello che rivela.

 

La seconda ragione che induce a una certa perplessità sta nel fatto che, mano a mano che le emozioni prendono il sopravvento, si riduce ogni giorno lo spazio di un grande valore politico che non rientra in questa sfera: il senso della misura. La deriva emozionale di tutti questi anni ha finito per mettere ai margini ogni forma di discrezione. Quasi che il dosare le forze e le parole, il trattenere se stessi, il tentativo di governare i propri stati d’animo, quel tanto di relativismo che pure appartiene alla democrazia, fossero ormai tutte cose disdicevoli.

 

Non si tratta di fare l’elogio del moderatismo, che è diventata una parola quasi impronunciabile – anche per l’abuso che un po’ tutti se n’è fatto. Si tratta semmai di capire che la convivenza tra tutte queste emozioni e il conflitto che ne scaturisce, avrebbero bisogno di trovare il proprio limite. Dato che la democrazia è, per l’appunto, un governo che trova nel limite la sua ragion d’essere e perfino la sua forza. E invece il dispiegarsi degli stati d’animo, privato di ogni possibilità di disciplina, impedisce di trovare rifugio in quella cosa che gli inglesi chiamano self restraint, e che più banalmente si potrebbe tradurre nella consapevolezza di non essere, nessuno di noi, né Napoleone Bonaparte né Elton John. Tanto più quando ci si occupa della cosa pubblica.

 

Le fedi politiche, e le reciproche, viscerali avversioni trovavano nei sacerdoti che ne amministravano il culto una conferma nutrita di cautela

Personalmente ho sempre pensato che il dosare se stessi, il non essere troppo invadenti, il tenersi dentro certi confini, il misurare se stessi e le proprie idee rispetto agli altri, all’occorrenza perfino il cedere il passo e lasciare leggermente in ombra i propri pensieri emotivi sia una virtù, e forse perfino un divertimento. Un modo di stare al mondo. Ci si potrebbe addirittura emozionare della propria discrezione, che è – anche quella – una risorsa preziosa di una comunità. Ma capisco che questo è un punto di vista un po’ particolare, ed è piuttosto difficile che diventi un paradigma più diffuso.

 

Eppure, il nostro dopoguerra, la ricostruzione, l’avvento dei grandi partiti, il faticoso ampliarsi dei diritti, il mescolarsi progressivo di tribù politiche che erano agli antipodi, tutto questo è stato, a suo modo, una grande emozione collettiva. Una emozione che ciascuna di quelle tribù ha vissuto in modi mai troppo distaccati. Eppure consapevoli che esisteva pur sempre un freno alla propria parzialità, e che quel freno veniva azionato all’occorrenza dai propri stessi leader. Tutti signori assai convinti del fatto loro, ma anche consapevoli che il filo della propria parzialità andava intessuto all’interno di un ordito assai più ampio.

 

Se le emozioni che hanno più ampio corso sul mercato politico sono quelle legate alla rabbia e alla paura, non si può certo dire che non ce ne fosse in abbondanza, dell’una e dell’altra. Ma quella rabbia, e quella paura, non erano quasi mai lasciate sole. E soprattutto erano governate da una sorta di fiducia nella propria buona causa che era quasi sempre più forte della diffidenza suscitata dalla causa dei propri avversari.

  

L’emotività è una forza che guadagna terreno ogni volta che ci sentiamo smarriti o inquieti. Oggi non c’è più il recinto della ragione

E’ qui, credo, che si è verificato un cambio di paradigma. Perché un conto è rivestire le proprie ragioni di emozioni. Un altro conto è lasciare che le emozioni finiscano per sommergere e cancellare le proprie ragioni, fin quasi a farle scomparire. In altre parole, una cosa è disporre di un’identità politica e dotarla di una narrazione vera, o quasi vera, tutt’altra cosa è utilizzare una narrazione assai meno vera per surrogare un’identità di cui non si è più così sicuri.

  

Che è, appunto, quello che sembra sia capitato dalle nostre parti negli ultimi anni. Noi stiamo adoperando le emozioni politiche come un antidoto a tutto quello che non ci piace: la globalizzazione, la competizione sui mercati, la pretesa dell’esperienza e della competenza, la fatica di elaborare un progetto, il senso della complessità delle cose, la fatica di convivere. Peccato che quell’antidoto non funzioni, e si riveli piuttosto come una fuga dalla realtà.

 

Ora, è chiaro che il nostro mondo ha preso da tempo una piega che può non piacere, e che contiene una drammatica quantità di brutture e ingiustizie. E tanto più, una volta che abbiamo capito che i ritmi di sviluppo che ci hanno consentito di percorrere a passo di carica il nostro dopoguerra non sono più alla nostra portata. Ma è paradossale che si pensi di poterci liberare di tutto questo con un ritorno a riti un po’ primordiali. Come se la caccia al colpevole diventasse a questo punto la chiave della nostra collettiva innocenza. 

 

In altre parole, non c’è nulla di moderno in tutta questa onda emotiva che una classe dirigente non proprio così talentuosa cerca di sollevare a proprio vantaggio. Semmai, sembra di cogliere nelle sue parole d’ordine il vagheggiamento di un mondo più antico, in cui rabbia e paura si dispiegavano senza freni inibitori e fornivano armi e munizioni agli eserciti in conflitto offrendo loro molte illusioni in cambio di molto sangue.

 

Certo, non torneremo al Medioevo e non cancelleremo Cartesio, con buona pace di chi immagina scenari apocalittici. Ma resta il fatto che quando il dispiegarsi delle emozioni politiche avviene fuori da un perimetro di fiducia nelle virtù della convivenza il rischio di scivolare all’indietro c’è tutto, e va arginato.

 

Quello che conta, insomma, è non lasciare le proprie emozioni troppo sole. Mescolarle con la razionalità, lo spirito critico. Sottoporle a un vaglio. Cercare e trovare la via di un compromesso tra la politica forse – forse – troppo controllata di prima e quella di adesso, troppo felice di lasciarsi andare (non si sa bene dove).

 

Hanno preso democraticamente il sopravvento, le emozioni politiche. Evitiamo però che diventino una dittatura. In una parola, si tratta di trovare una misura. Sarebbe, questa sì, una emozione politica davvero forte.

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Commenti all'articolo

  • lupimor@gmail.com

    lupimor

    25 Giugno 2019 - 18:06

    Ah, le buone maniere del tempo antico. La misura della forma, i sorrisi ipocriti, il rispetto delle apparenze e del costrutto dialettico, il senso del decoro, ecc. Apprezzabili atteggiamenti. All’ombra degli stessi si sono consumati i più feroci e spietati pro domo mea. La vera sostanza della forma. Quell’entità visibile fine a se stessa. Le emozioni e le lotte politiche, anche tra correnti dello steso partito e tra componenti delle coalizioni, controllate dall’ipocrisia. L’esempio del trattamento riservato a Bisaglia calza a pennello. Non serve recriminare e rimpiangere. Il linguaggio basato sul privilegiare gli impulsi emozionali è l’espressione più autentica del cambiamento dei tempi. Ma non è un inedito.

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  • miozzif

    25 Giugno 2019 - 15:03

    Tenere sotto controllo le proprie emozioni è sempre stato un imperativo della buona educazione. Ecco perché a chi sa manovrare certi freni la maggioranza governativa attuale appare una assemblea di villanzoni. Ma quello che maggiormente colpisce in questo campo, e che colpisce più della politica populista, è l'emotività della Chiesa di Roma che l'aveva sempre combattuta. Non soltanto il papa latino-americano ma la Catholica uscita dal Concilio riducono l'evangelizzazione a una faccenda di cuoricini, il romanticismo povero della liturgia vernacolare, i preti che tengono interminabili omelie, buttando tutto in lacrime e sospiri.

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