La senatrice Paola Nugnes (foto LaPresse)

Nugnes (M5s) ci spiega perché il grillismo è finito con Di Maio

Valerio Valentini

La lettera sconsolata del fondatore, il collasso del modello Giggino, l’exit strategy possibile fuori dal movimento per i dissidenti

Roma. Resta fedele alla sua verace napoletanità, Paola Nugnes: “Io vengo dal morto e lui mi dice che è vivo”. Lui, che poi sarebbe Beppe Grillo. E il morto, invece? “E’ il Movimento 5 stelle”, dice la senatrice campana, fedelissima del presidente della Camera Roberto Fico, da tempo sulla liste di proscrizione dei probiviri grillini. “Dico che bisogna prenderne atto: il M5s di Di Maio, quello al governo, non è il movimento di cui parla Grillo”. Ma allora cos’è che si ostina a difendere, l’Elevato? “Un movimento che esiste forse ancora nel paese, nell’immaginario di tanti. Diciamo un movimento che sopravvive ancora tra molti attivisti, tra tanti portavoce ai vari livelli istituzionali, ma non al governo e neppure tra i parlamentari, se non in forma marginale”.

 

E insomma ormai neppure gli ortodossi, i duri e puri, quelli che nella narrazione giornalistica vengono descritti come i più affezionati al Movimento delle origini, sembrano disposti a prendere le parole del comico, che non apprezza Di Maio ma non lo sconfessa, che insulta Matteo Salvini ma poi lo rivaluta. Stavolta Beppe si sfoga sul Fatto quotidiano, poi rilancia quella sua scombiccherata lettera sul suo blog personale e su quello del M5s. Ma se perfino la Nugnes reagisce con una certa insofferenza, con una scrollata di spalle, all’intemerata del Garante, allora davvero sembra essersi rotto qualcosa. “Ho letto di fretta” ammette la senatrice, con sufficienza. “Non mi appassiona più”, aggiunge.

 

Farnetica come suo solito, Grillo: e così nel M5s può essere esaltato, a piacimento, un po’ da tutti. Sembra comunque invocare un ritorno all’intransigenza pazzoide del partito di lotta, e non di governo. “Per fare questo dobbiamo ricominciare dall’inizio – scrive – non siamo una di quelle aziende che vi ristruttura il cesso in quattro ore. Chi si è abituato al retrogusto di armadio vecchio delle poltrone ci resti pure, ma in silenzio. Chi vive e parla deve riprendere da capo la nostra storia”.

Ma tutto questo, come si concilia col post apparso sul suo blog dieci giorni fa, quando difendeva Di Maio e lo spronava “a proseguire la sua battaglia”? “Non si concilia, semplicemente”, si stringe nelle spalle la Nugnes. “Così come non sono conciliabili lo statuto del M5s 2009 e quello del 2017. Anzi, confliggono. E provare a fare conciliare cose che tra loro confliggono, significa mistificare la realtà”.

 

E come in una perversa coincidenza, l’analisi della senatrice ribelle trova plastica realizzazione nella baruffa che s’accende alla Camera sulla “graticola”. Lo strumento, cioè, ripescato dalla soffitta del Movimento che fu, che ricorreva agli interrogatori degli attivisti per selezionare i candidati sindaci o consiglieri comunali. Solo che stavolta, provando ad accontentare i malumori dei gruppi parlamentari, Di Maio ha voluto mettere sulla graticola i sottosegretari, “sottoposti, nei locali della Camera, a un indegno tribunale del popolo – denuncia Enrico Borghi, del Pd – a metà strada tra il confessionale del ‘Grande Fratello’, il processo di Torquemada e gli interrogatori del Kgb, e il tutto diretto dalla Casaleggio srl”. Ma non sono solo le opposizioni a lamentarsi. E’ anzi tra gli stessi deputati del M5s che deflagra la canea. Perché c’è chi osserva che “i questionari che ci hanno fatto compilare, anonimi, non si sa che fine faranno”, e c’è chi, come Giovanni Currò, nota “la stranezza per cui ci hanno fatto fare la graticola a Alessio Villarosa, sottosegretario all’Economia con cui si sapeva che non c’era alcun problema, e non a Laura Castelli, viceministro dell’Economia, sul cui metodo di lavoro avremmo molto da ridire”. E allora Villarosa s’infuria: “Perché mi hanno registrato? Dove finiranno queste immagini”, e s’infuria pure chi osserva che alle agenzie sono finiti solo alcuni questionari (quelli che, ad esempio, chiederebbero la defenestrazione di Davide Crippa e Andrea Cioffi, sottosegretari allo Sviluppo che pure erano usciti indenni dall’interrogatorio in commissione Attività produttive, martedì sera) e non altri. E insomma il tentativo di far coesistere i vecchi metodi con le nuove esigenze del M5s si è trasformato in una faida. “Io credo – riflette, sconsolata, la Nugnes – che questo M5s abbia fagocitato completamente l’altro, quello originario: e chi non voleva che ciò accadesse, e che per questo fino a ieri si opponeva, a questo punto deve prenderne atto”. Dunque se ne va? “Sto cercando una via d’uscita, una soluzione che ancora non so esattamente quale sarà. Così non posso andare avanti. Altri forse continueranno sulla ruota del criceto dentro la gabbia ancora un po’. Io no”. 

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