L'alibi comodo del Codice degli appalti

Non basta cambiare (male) le norme per sbloccare il paese. Bravo Cantone

I toni, certo, sono apparsi forse un po’ troppo accondiscendenti verso le fregole giustizialiste dei grillini, che infatti erano tutti soddisfatti. Lo era Nicola Morra, presidente dell’Antimafia, che annuiva con l’aria dello studente zelante del primo banco; e lo era soprattutto Alfonso Bonafede, gongolante per quell’apprezzamento così esplicito al suo “spazzacorrotti”. In ogni caso, però, quando parla di appalti e investimenti, Raffaele Cantone ha ragione su due punti: sul fatto, cioè, che non ci si può rassegnare all’alternativa tra legalità e sviluppo, tra mancanza di controlli e paralisi economica.

 

Nella sua relazione annuale, illustrata a Montecitorio, il presidente dell’Anac ha evidenziato che attribuire la presunta stagnazione dei cantieri alle astrusità presenti nel Codice degli appalti – un testo “adottato con grandi auspici e senza nemmeno particolari contrarietà” e poi “diventato da un giorno all’altro figlio di nessuno, trasformatosi nella causa di gran parte dei problemi del settore” – è una scappatoia tropo facile. Andava perfezionato, certo, andava anche corretto sulla base del riscontro con la realtà dei fatti, quel Codice: e invece si è deciso, di fatto, di sopprimerlo. E anche sul metodo, Cantone non sbaglia.

 

Il dibattito sorto in questi mesi è stato del tutto scomposto: da un lato si è annunciata la volontà di riscrivere il Codice con una legge delega ancora in alto mare (il ministro Toninelli prometteva un nuovo Codice “entro novembre”: ma era il dicembre del 2018); e dall’altro, prima ancora che questa riforma venisse anche solo abbozzata, si è deciso di aggirare alcuni vincoli del Codice col decreto “sbloccacantieri”, licenziato ieri dal Senato, ispirato nel complesso “all’idea del ‘fare’ piuttosto che a quella del ‘far bene’”, ha osservato Cantone. Non ha torto: dal ripristino dell’appalto integrato, all’aumento della soglia dei subappalti al 40 per cento, l’attenzione del governo sembra essere proprio quella di “rincorrere ricette banalizzanti, che sembrano perseguire l’obiettivo, non della condivisibile sburocratizzazione del sistema amministrativo, ma di una inaccettabile deregulation”.

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