Ruviano vicino all'Europa

Antonio Pascale

Un tempo era un borgo agricolo dalla mentalità ristretta (un po’ come rischia di diventare oggi l’Italia). Poi un sindaco-infermiere ha curato i mali del sovranismo contadino e ora è un gioiello che guarda al futuro

Quando il sindaco di Ruviano (ex paese agricolo nel casertano, diventato ora luccicante borgo a mo’ di quelli umbri) mi ha detto: tutto questo è cominciato perché eravamo stanchi di vedere le persone che cadevano nelle buche, ho avuto una visione. Roma come Ruviano e Roberto Cusano (il sindaco di Ruviano) al posto di Virginia Raggi. La città che percorro ogni giorno in moto, dove ogni tre secondi sobbalzo e maledico a causa degli smottamenti e frane piccole e medie, buche che ieri, giuro, non c’erano, la città che ho imparato, come i piloti di Formula uno, a percorrere a occhi chiusi, da fermo, a casa, prima di uscire, per prepararmi e figurarmi mentalmente il percorso, così da evitare i rischi, insomma, ho visto questa città pulita e sistemata e bellissima, e sì, ristrutturata, pure con fondi europei, e comunque le strade senza buca alcuna, anzi ricoperte di pietra brecciata come, appunto, Ruviano.

 

Vabbè, lo so, Ruviano conta 1.800 abitanti (quasi quanto la solo strada dove abito) Roma quasi tre milioni, e tuttavia, che volete farci: la visione l’ho avuta lo stesso. Sono d’altronde quelle visioni che accompagnano sia gli stati febbrili, estatici ed estetici che a volte promuovono l’azione, sia quelli che seguono le rotture di scatole perché appunto sei caduto in una buca, ti sei rotto la schiena per i sobbalzi, ti sei avvilito nella giungla urbana, hai il cortisolo a palla, hai passato il weekend pensando: oddio domani si ricomincia, non ce la posso fare.

 

Ruviano conta 1.800 abitanti (quasi quanto la solo strada dove abito), Roma tre milioni, e tuttavia la visione l’ho avuta lo stesso

Come dire, visioni da esasperazione per successione coatta di dinamiche malate: sono quelle le volte in cui desideri la semplificazione coatta, che tutto possa trasformasi, da sporco a pulito, e in un attimo. Sono visioni a rischio di dannazione, lo so, e tuttavia il sindaco di questo piccolo paese, Roberto Cusano, ha iniziato proprio così, con una visione e ha trovato dei dipendenti comunali molto competenti e arcigni, che hanno deciso di sostenerlo con strumenti tecnici.

 

Però è necessario, ora, un pre sequel. Ruviano era fino a poco tempo fa un paese agricolo, e se devo cercare un aggettivo per descriverlo e non farvi perdere tempo nella lettura, ne uso uno a modo: cascante. Se ne cadeva veramente a pezzi. Che volete farci? Gli strascichi della vecchia civiltà contadina di fattura meridionale, con mentalità ristretta, capace di guardare solo il confine della propria terra e difenderlo strenuamente, litigiosa perché il vicino, magari arando, aveva spostato di qualche centimetro il limite tra le due terre, contadini sovranisti ante litteram, anzi di più, dei confinisti, condoministi, vista l’eccessiva enfasi posta a difesa della piccola ancorché amarissima terra e confine mio: quello che è mio è contro di te, anche perché l’altro, cioè tu, il mio vicino, è quello che invade con l’immigrazione selvaggia la mia terra ecc. ecc. Cioè Ruviano era un tempo un borgo agricolo di mentalità ristretta così come adesso è o rischia di diventare l’Italia.

 

In questo senso se ne cadeva a pezzi, per l’infinita inerzia e la poca immaginazione, l’incapacità di collegare il vicino, il confine, a un altro, più lontano e cooperare per una terra migliore, invece di litigare. Del resto per cooperare ci vuole orecchio, diceva il poeta, e parecchio anche perché il mondo si sta complicando e se noi ce ne stiamo seduti sulle nostre amare e piccole terre, è difficile, poi, che da quei promontori sviluppiamo e alleniamo la capacità di ascolto e osservazione, e partiamo poi, di conseguenza, per un’azione mirata ed efficace.

  

Se ne cadeva a pezzi, come rischia di fare ora l’Italia, così centrata sul passato, sui confini, sulla tradizione maledetta

Insomma, per i motivi suddetti, Ruviano se ne cadeva a pezzi, come rischia di fare ora l’Italia, così centrata sul passato, sui confini, sulla tradizione maledetta, tutto terra mia e cosa nostra, e comunque se devo cercare nella memoria un aneddoto per descrivere lo strazio di Ruviano e non farvi perdere tempo nella lettura, posso dire solo che lì, in quelle campagne, non c’era niente da fare. La sera soprattutto.

  

Sì, la mattina la passavi nei campi, quasi tutti coltivati a erba medica e mais per mangimi animali; grano, poi, fin quanto ne vuoi, qualche vitigno qua e là sulle colline, e poi tutti al bar per caffè corretto e dopo le 18 solo gli ululati dei cani. E dunque, qualche volta, noi cittadini di Caserta, snob come eravamo, usavamo Ruviano come luogo psichedelico, nel senso che ci fermavamo in macchina nei pressi del paese e sparavamo a palla i Pink Floyd e aiutati dal paesaggio e dall’umidità dell’aria che sfocava ogni cosa davanti a noi, provavano brividi lisergici senza fare uso di principi stupefacenti, che non fossero quelli naturalmente offerti dalla campagna: eravamo psichedelici bio. E mi procurano, ora, una certa impressione di déja-vu i giovani concittadini che dopo laurea e master se ne stanno ai bordi dell’Italia, come noi, a suo tempo, in macchina davanti ai confini di Ruviano e pensano: qui non c’è niente da fare. Messi in un angolo sognano, a volte stravedono, più spesso se ne vanno, e quando tornano, se tornano, ci portano le ambasciate da quelle nuove terre: Berlino, per esempio, dove il passato conta meno, la terra è più ampia, la famiglia pure e l’aria respirabile e cooperativa.

 

Bene, questo era il pre sequel. Perché ora, se andate a Ruviano e prima o poi, vedrete, ci capiterete, troverete non più quel paese straziante di cui sopra, ma un borgo nuovo, ristrutturato, tenuto bene, dove i 1.800 cittadini si stanno organizzando e chi ha aperto una buona locanda, chi sta progettando un b&b, chi sta pensando a come ristrutturare una fantastica cantina ipogea ottocentesca, dove una volta, in tempo di guerra vi si rifugiava tutto il paese e ci venivano pure con i camion, chi ancora vuole rendere pubblici dei splendidi affreschi dell’ottavo secolo (per ora proprietà privata) che decorano un corridoio che porta, quest’ultimo, in un’altra cantina ipogea. Ruviano vuole vivere con lentezza e far vivere i suoi ospiti allo stesso ritmo e magari riscoprire i vecchi sapori di una volta (e questa, va bene, è una pecca verso la quale tuttavia sono indulgente, in quando per ora c’è mercato per i sapori di una volta). Come hanno fatto? Con i fondi europei. Potrebbe finire qui, la storia.

 

L’Europa, incredibile, perché a quanto si dice la comunità europea con i suoi 28 stati membri ha padri burocrati e tecnocrati, che pensano solo all’austerità e danneggiano i vicini, insomma, sì, l’Europa pensa a Ruviano, un paese di 1.800 abitanti dove non c’era niente da fare e che di conseguenza per vizi culturali, cadeva a pezzi. E Ruviano, d’altro canto, pensa e sfrutta i fondi europei e cambia faccia, diventa, cioè, un paese europeo, insomma, voglio dire, se prima accoglieva me e i miei amici snob e adoratori della psichedelia, ora si prepara ad accogliere un turista meno snob e più curioso, disposto, se mai dovesse capire dalle parti di Napoli o Caserta, ad allungarsi via pullman fin qui e a camminare soavemente e senza rischio alcuno, lungo le strade con pietra brecciata, tra l’altro, un puntiglio del sindaco che vuole, e giustamente, che la porta di ingresso della propria città sia accogliente, insomma di buon fregio, così come dovrebbe essere per tutti, anche, ad esempio, per Roma.

 

E invece, al contrario se con la moto scendete lungo IV Novembre per attraversare piazza Venezia dovete prepararvi mentalmente per evitare le rischiose buche e le frane, frutto di anni di rabbia non costruttiva. L’Europa mette online dei bandi a banda larga, per così, dire e Ruviano ha intercettato 9 milioni utili per una prima ristrutturazione. Quell’operazione che sembra difficile e che spesso è motivo di lamentele generalizzate, a detta degli amministratori di Ruviano è una procedura si, complessa, ma affrontabile con un minimo di preparazione, di sinergia tra i tecnici comunali e regione (che potrebbe filare ancora più liscia se si eliminassero pastoie e assurdità burocratiche, tutte italiane) e infatti l’hanno fatto e benissimo, visto come sono state spese le risorse della prima tranche (non solo ristrutturazione ma nuova caserma carabinieri e scuola) e come saranno spesi i soldi che stanno per arrivare (si vuole provare a ristrutturare anche le tante masserie della zona, ancora cascanti e donargli nuova vita).

 

Ma forse è anche e soprattutto questione di visioni, chissà se non c’entri la psichedelia. Fatto sta che il sindaco le ha avuto quelle visioni, e se tutto è cominciato da una buca, cioè, in fondo, da un concetto limitato, poi è diventata, la visione, occasione per trasfigurare. Immaginazione e collaborazione, due carte da giocare. Forse conta anche la sua professione che fornisce appunto, una certa abitudine alla collaborazione. Roberto Cusano è un infermiere strumentista. Cioè non è solo quello che passa i ferri al chirurgo, ma un professionista sanitario responsabile della preparazione, della corretta gestione e della verifica iniziale e finale di tutti i dispositivi e materiali utili a un intervento chirurgico in sala operatoria.

  

Come hanno fatto? Con i fondi europei. Potrebbe finire qui, la storia. L’Europa, incredibile, pensa a un paese di 1.800 abitanti

Uno che deve garantire e supervisionare la sterilità del campo operatorio e dei presidi, uno che deve essere aggiornato costantemente sui nuovi protocolli e le linee guide, quindi alla fine il ferro che passa è solo l’ultimo anello di una catena di responsabilità. Così il sindaco che vuole curare e guarire il paziente, cioè la sua terra, non chiede e invoca solo l’intervento dell’uomo forte, o maledice i confinanti, nemmeno mette in atto la campagna elettorale permanente, ma si impegna a capire la procedura per collaborare in sala operatoria. Forse basta questo per essere un buon tecnico, o un buon sindaco, nel caso specifico, sfruttare al meglio i fondi ed evitare di lanciare strali. Perché alla fine, pensiamoci, che vogliamo fare? Due sono le cose, o produciamo tutto noi e ce la suoniamo e ce la cantiamo e stampiamo le monete solo al poligrafico di stato con la faccia allegra dei nostri amati capitani, oppure collaboriamo. Lo so che collaborare non è facile, anche perché, ancora oggi, in Italia, in certe cose, siamo a livello della Ruviano di un tempo.

 

Tutti testardi contadini concentrati sul proprio confine, il vicino è quello da cui ho avuto uno sgarro mille anni or sono, e ha cominciato prima lui e ora mi sente. Poi metti la tradizione da difendere, e ‘’sto strano concetto di italianità che chissà perché dovrebbe far rima con qualità, come se fosse una forza che cala dall’alto senza interferenza, luminosa e sublime. Invece superando il confine e nutrendoci di visioni possiamo perlomeno provare a vedere con più chiarezza alcuni processi produttivi che ci circondano. Non so, provate a smontare il vostro cellulare. Quei circuiti elettrici, stampati su un centimetro quadrato di silicio sono disegnati da diverse ditte informatiche, alcune distanti anni luce tra loro. E non vale solo per il nostro cellulare, per tutto, anche il prodotto a Km0 se lo smontate con un po’ di pazienza scoprirete che è costruito sul km vero. Lo so, è molto complicato e anche ambasciatore di cattive notizie, vedi alla voce difficoltà e problematiche della globalizzazione.

  

Il sindaco che vuole curare la sua terra, non invoca l’uomo forte ma si impegna a capire la procedura per  collaborare con l’Europa

Tuttavia, il problema è che se noi rimaniamo ancorati alla Ruviano di un tempo, con quella mentalità, poi lo scopo della nostra vita non sarà più costruire un prodotto complesso o guarire un paziente moribondo in sala operatoria, ma sbraitare contro il proprio vicino. Che è un po’ misera sia come procedura sia come obiettivo di lungo termine. Vuoi mettere collaborare in sala operatoria, dai c’è più soddisfazione. Allo stesso modo, se un tempo Lucio Dalla poteva cantare Milano vicino all’Europa, ora possiamo dire Ruviano vicino all’Europa, e L’Europa magari va a Ruviano: e se non è progresso questo, allora mettiamoci d’accordo su cosa sia il progresso.

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