Nicola Zingaretti e Matteo Salvini (foto LaPresse)

Serve un asse tra Lega e Pd non per il revenge porn ma per un'Italia maggioritaria

Claudio Cerasa

Perché maggioranza e opposizione devono dare agli elettori il diritto di scegliere un governo come accade per i comuni. La mossa necessaria di Zingaretti: senza maggioritario, il Pd che senso ha?

Dimentichiamoci per un attimo dei pettegolezzi, dei retroscena, degli scazzi, delle divisioni, delle frizioni, delle distanze, degli insulti e dei litigi e proviamo a ragionare su quello che sembra essere uno scenario molto difficile da credere ma che al momento è il solo che andrebbe considerato. Lo scenario in questione riguarda il futuro di questa legislatura e nonostante tra i due azionisti di maggioranza del governo ci sia un numero considerevole di dossier in cui Di Maio dice A e Salvini dice B è possibile e anzi è altamente probabile che la vita di questo Parlamento sia più lunga di quanto si creda oggi. Lo scenario possibile e forse altamente probabile è da prendere in considerazione per ragioni statistiche (nella storia della Repubblica italiana ci sono state solo tre legislature che sono durate meno di mille giorni, 722 l’undicesima legislatura, 732 la quindicesima legislatura, 755 la dodicesima legislatura, e a oggi i giorni trascorsi dall’inizio di questa legislatura sono appena 352), per ragioni economiche (il leader occulto di un partito di nome Movimento 5 stelle che riceve ogni mese sul conto corrente della sua associazione 300 euro da ciascun parlamentare prima di tornare a votare e ritrovarsi con un numero di parlamentari dimezzato ci penserà almeno due volte), per ragioni politiche (la distanza che c’è tra Di Maio e Salvini è considerevole ma è una distanza infinitamente più piccola rispetto a quella che esiste tra Salvini e Berlusconi), per ragioni tattiche (persino i partiti di opposizione non hanno alcun interesse ad andare presto alle elezioni: per essere competitivi serve tempo, bisogna far logorare chi governa, bisogna organizzarsi). 

 

E se accettiamo il fatto che questa legislatura possa durare ancora molto tempo è necessario provare a capire se esiste o no un qualche terreno più rilevante di una legge sul revenge porn su cui i parlamentari della maggioranza e dell’opposizione possono trovare un qualche punto di contatto per fare qualcosa di utile per il paese. Di cose giuste e utili da fare ce ne sarebbero molte ma i professionisti del populismo hanno purtroppo dimostrato di considerare sbagliate molte cose giuste e utili (impegnarsi per difendere l’affidabilità del paese, impegnarsi per tenere sotto controllo il debito pubblico, impegnarsi per sbloccare le infrastrutture, impegnarsi per abbassare le tasse, impegnarsi per creare lavoro, impegnarsi per combattere la decrescita). Eppure, a pensarci bene, esisterebbe un terreno di gioco sul quale buona parte della maggioranza e buona parte dell’opposizione potrebbero collaborare per dare un senso a una legislatura che fino a oggi un senso non ce l’ha. Quel terreno non è purtroppo economico ma è istituzionale e coincide con una legge che potrebbe aiutare un partito di governo a consolidare il suo potere e che potrebbe aiutare almeno un partito d’opposizione a consolidare il suo profilo alternativo a quello di governo. La legge di cui parliamo è l’unica che potrebbe dare all’Italia la possibilità di riconoscere quello che ormai è diventato un dato di fatto: la principale linea di demarcazione tra i partiti non è più quella di essere di destra o di sinistra ma è quella di essere a favore dell’apertura o a favore della chiusura.

 

La sinistra e la destra, come ha scritto giustamente il professor Sergio Fabbrini una settimana fa sul Sole 24 Ore, non sono sparite, ovviamente, ma il punto è che tale divisione è divenuta meno rilevante della frattura tra europeisti e sovranisti e per questo compito di una classe dirigente politica ambiziosa e con la testa sulle spalle dovrebbe essere provare a governare le nuove divisioni del mondo creando un sistema politico in grado di generare una maggiore competizione. Per farlo ci sono modi molto diversi ma al centro di tutto c’è una volontà che al momento non si vede all’orizzonte: semplificare il sistema politico e affermare il principio che l’Italia dei voti debba prevalere sull’Italia dei veti. I modi molto diversi sono le cinquanta sfumature di grigio previste dal sistema maggioritario – il doppio turno, il premio di maggioranza, il sistema uninominale secco – ma più che la formula ciò che conta è l’idea di fondo che un partito come la Lega e uno come il Pd, uno come forza Italia, in teoria, e forse anche uno come il M5s dovrebbero avere a cuore: scommettere sulla semplificazione del sistema elettorale e creare una competizione elettorale in grado di valorizzare le nuove divisioni del mondo e di rafforzare l’Italia. Può avere un senso per la Lega di Salvini, che sogna di emanciparsi dal vecchio centrodestra. Può avere un senso per il M5s, che sogna ancora di essere l’alternativa alla vecchia sinistra. Può avere un senso soprattutto per un Pd senza alleati che per tornare a essere competitivo e regalare un sogno ai suoi elettori non può che ripartire dal 4 dicembre del 2016, cercando di cancellare il giorno della vittoria del No al referendum costituzionale, quando è iniziata la tetra repubblica populista.

 

Andare a votare presto è la cosa migliore che possa succedere all’Italia per avere nel minor tempo possibile un Parlamento degrillizzato e governato da un vecchio bipolarismo. Ma se il Parlamento dovesse restare questo ancora a lungo il segretario del primo partito d’opposizione, ovvero Nicola Zingaretti, avrebbe il dovere di alzare il telefono, parlare con il leader della Lega e tentare di recuperare il progetto di un Pd a vocazione maggioritaria riappropriandosi dell’unico strumento che in prospettiva può aiutare a semplificare il sistema politico italiano: il ritorno del sogno maggioritario. Ossia il diritto degli elettori di poter scegliere un governo come accade per i comuni e per le regioni. E una volta che si concorderà sul principio, la formula tecnica si troverà.

  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.