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Sara Marcozzi, “la Ferragni del teatino” che vuol vincere l’Abruzzo

Candidata del M5s alla presidenza della Regione, avvocato di buoni studi e contatti trasversali (e dall’eloquio non salviniano)

2 Febbraio 2019 alle 06:00

Sara Marcozzi, “la Ferragni del teatino” che vuol vincere l’Abruzzo

Sara Marcozzi con Beppe Grillo (foto Imagoeconomica)

Roma. “La forza gentile”, come si autodefinisce la candidata Cinque stelle alla presidenza della Regione Abruzzo Sara Marcozzi, che oggi (2 febbraio ndr) sarà a Chieti con Luigi Di Maio e Alessandro Di Battista in vista delle elezioni del 10 febbraio, a un certo punto l’ha dovuto dire: i toni di Matteo Salvini sono molto diversi dai nostri. E si vedeva, mentre Lilli Gruber (in tv, a Otto e mezzo, nel dicembre scorso), le chiedeva se per caso non fosse anche colpa del M5s se l’Italia si ritrovava nello specchio l’immagine “imbarbarita” di sé, che Marcozzi, “forza gentile” (anche antico adagio 2011 dell’ex sindaco di Milano Giuliano Pisapia), non soltanto non si riconosceva – lei che è stata soprannominata “la Chiara Ferragni del teatino”, per via dell’aspetto elegantemente patinato (nei manifesti, ma anche dal vivo, non compare mai e poi mai senza il rossetto vermiglio come lo smalto e il soprabito di ottima fattura).

 

 

  

Non si riconosceva, no, Marcozzi, avvocato quarantunenne di eloquio non rustico come quello delle eroine a cinque stelle d’antan (vedi Roberta Lombardi e Paola Taverna). Anzi: se ci si distrae, c’è il rischio, lì per lì, di scambiarla per una non-cinque stelle, al punto che non parrebbe strano, un giorno, vederla altrove, tanto più che Marcozzi, come Chiara Appendino a Torino, ha frequentato trasversalmente la buona società d’Abruzzo (il padre è un noto ingegnere di Chieti; lei stessa ha fatto pratica forense nello studio di Giovanni Legnini, oggi suo avversario di centrosinistra nelle corsa a governatore regionale e ieri sottosegretario nei governi Letta e Renzi e vicepresidente del Consiglio superiore della magistratura). E si vede che ci tiene, Marcozzi, ad apparire diversa non soltanto dal “truce” Salvini, ma anche da quelli che, nei Cinque stelle, sono noti per emulazione del metodo vaffa: noi non usiamo il turpiloquio, dice la candidata, gli italiani sono incattiviti per via della crisi economica, si è arrivati a una specie di “lotta tra poveri”, ma tra M5s e Lega ci sono “profonde differenze”.

 

Sia come sia, Sara Marcozzi, che in questi giorni gira per mercati e piazze distribuendo personalmente volantini a persone che sovente la conoscono o la riconoscono (“saluta papà”, le dicono persino, quando non si presentano come madri di qualche compagna di scuola), è stata già candidata governatore nel 2014, in nome della lotta ai vitalizi e ai termovalorizzatori. Si descriveva nelle biografie, allora, come avvocato capace di parlare inglese, amante della lettura, dello sport, del cinema e dei viaggi (e chi non? avrebbero potuto dire i maligni, ma Marcozzi ad altro pensava). Non vinceva, allora, la candidata cui oggi viene saltuariamente ricordato il pasticciaccio delle regionarie sospese (a un certo punto, l’estate scorsa, il voto su Rousseau era stato interrotto d’ufficio, e la questione è tuttora una delle tipiche questioni a cinque stelle: più non chiarite che chiarite). Ma entrava in Consiglio regionale, Marcozzi, e questo era intanto sufficiente a mettere un punto. Il resto arriva, oggi, dopo anni di gavetta (per così dire) all’opposizione, ma con consolidamento dei buoni contatti con la nomenclatura del M5s ora di governo: stimata da Di Maio e dal ministro della Salute Giulia Grillo, compagna di Giorgio Sorial, ex deputato e vice capo di Gabinetto al Mise (in Abruzzo, invece, c’è chi già prefigura per il futuro uno scontro interno con Enrica Sabatini, già consigliera comunale a Pescara e plenipotenziaria di Davide Casaleggio in tema di piattaforma Rousseau). La candidata a governatore cita volentieri, sul suo sito, Ghandi, Mandela e Casaleggio (padre), ma in passato non disdegnava Benedetto Croce. Nel video pre elettorale su Facebook, invece, dice che “il futuro è già cominciato”, citando forse per assonanza inconscia l’omonimo libro anni Sessanta di Robert Jungk. Poi accusa un candidato pd di averle copiato il volantino – e pazienza per il suddetto slogan (il suo), di non proprio inedita ispirazione.

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini

Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.

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