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Perché Di Maio e il Movimento 5 stelle non attaccano Paolo Gentiloni

Qualora questo governo dovesse implodere, ci sarebbe da trovare una maggioranza alternativa e per l'elettorato grillino l'ex presidente del Consiglio è uno dei politici meno sgraditi

30 Settembre 2018 alle 06:09

Perché Di Maio e il Movimento 5 stelle non attaccano Paolo Gentiloni

Foto Imagoeconomica

Roma. “Loro hanno causato lacrime e sangue per i comuni cittadini, ma hanno lasciato i vitalizi e le pensioni d’oro per i privilegiati. Con la Manovra del Popolo faremo esattamente il contrario. Aiutiamo i deboli e eliminiamo i privilegi dei potenti. La Fornero, Monti, Letta, Renzi sono solo un brutto ricordo”. Luigi Di Maio nel suo elenco di “potenti” da consegnare all’oblio vergato a Tweet unificati cita tutti gli ultimi governi – persino Letta – tranne uno: quello di Paolo Gentiloni. Non è un caso né una dimenticanza, ed è stata notata anche dai gentiloniani. L’ex presidente del Consiglio secondo un recente sondaggio Demos è al quarto posto per gradimento dietro Giuseppe Conte, Matteo Salvini e lo stesso Di Maio, ma quel che è più interessante è che, almeno fino a qualche mese fa, Gentiloni risultava in un sondaggio Ixè tra i leader avversari del M5s meno sgraditi all’elettorato a Cinque stelle (al secondo posto dietro, paradossalmente, Mario Draghi). C’è di più. L’ex capo del governo del Pd viene visto come un modello comunicativo per Conte dai comunicatori del M5s. D’altronde, come ha osservato una volta il costituzionalista Paolo Armaroli, “Gentiloni piace perché è un leader che non dà ansie”, al contrario di qualche suo predecessore. Le differenze fra i due, Conte e Gentiloni, sono certamente molte, a partire dal fatto che Conte non ha autonomia politica ed è guardato a vista dai suoi due vicepresidenti, mentre Gentiloni ha trovato pure il modo di discutere con Renzi, con il quale non c’è più un buon rapporto.

 

Quale sia il punto di caduta di queste “buone maniere” è facilmente intuibile (resta da capire però anche se sia fattibile). L’ipotesi principale è che qualora questo governo dovesse implodere, ci sarebbe da trovare una maggioranza alternativa. Magari composta da Pd e Cinque stelle. Prima però c’è da capire chi vincerà il congresso del Pd e quale linea prevarrà. Martedì, a Otto e Mezzo, Matteo Renzi ha attaccato Nicola Zingaretti, candidato al congresso, per la sua ambiguità nei confronti dei Cinque stelle. Gentiloni, invece, intervistato da Giovanni Floris a DiMartedì, ha usato toni più concilianti nei confronti dell’elettorato dei Cinque stelle e del suo successore Giuseppe Conte. “Pensi a chi ha votato M5s e si vede con un governo totalmente dominato da Matteo Salvini. Se chiedo ai miei ex colleghi leader europei chi guida il governo in Italia non citano purtroppo, e mi dispiace, l’attuale presidente del Consiglio, non citano il M5s: dicono che è il governo Salvini”. Dunque, “pensate agli elettori che hanno votato 5 stelle, un elettorato che in buona parte in buona fede credeva nell’occasione di cambiamento e si ritrova in un contesto che non era quello che voleva”. Floris gli ha poi chiesto, non a caso, se sia possibile un dialogo con il M5s. “Io ho sempre parlato con tutti – ha risposto l’ex presidente – anche negli ultimi mesi del governo, dopo aver perso le elezioni, ho parlato con Di Maio. L’ho chiamato spesso per alcune decisioni. Non ho nessun problema a parlare con Salvini”. Certo è che in tutta l’intervista l’ex presidente ha riservato al leader della Lega un trattamento più ruvido, quasi a distinguere i due alleati di governo (per esempio non ha menzionato il reddito di cittadinanza): “Ho sentito frasi come ‘molti nemici, molto onore’, ‘io tirerò dritto’”, ha detto a proposito di Salvini. “Non mi ricordano i governi del Pd, mi ricordano qualcosa di decenni prima. Non sto accusando Salvini di fascismo, non siamo ridicoli, ma se tu aizzi l’opinione pubblica contro i diversi, contro le minoranze, contro la Francia, la Tunisia, l’Ue quello che viene fuori non è un paese più sicuro ma in cerca di guai”.

David Allegranti

David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Su Twitter è @davidallegranti.

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