Salvini tra il Cav., Meloni e Di Maio. Un piede in tre scarpe

Salvatore Merlo

Dopo la cena ad Arcore, il vertice a Roma. Così il centrodestra si mantiene su con gli spilli di una gentilezza bugiarda a coprire disamore e diffidenza

Roma. Alla Lega il candidato presidente della Sardegna, a Forza Italia quello del Piemonte e uno tra Basilicata e Abruzzo. “E noi? Così non può andare. Non può andare”, ripete Giorgia Meloni, confessando ai suoi compagni di partito che il troppo è troppo: “Truffata da Salvini” alle comunali di Roma, poi di nuovo alle regionali del Lazio, ieri mattina la leader di Fratelli d’Italia ha anche capito che il segretario della Lega e Silvio Berlusconi si sono già accordati su tutto, su tutto ciò che conta e senza aspettare d’incontrarla oggi, a Roma, nella riunione al vertice di un centrodestra che si mantiene su con gli spilli di una gentilezza bugiarda a coprire disamore e diffidenza. E allora Salvini va in televisione da Barbara D’Urso, si spertica nelle lodi del vecchio Cavaliere, poi lo incontra domenica sera ad Arcore e si mantiene deferente salvo far sapere a tutti che “non si è trattato di un incontro politico. Ma solo di una visita di cortesia”, come a minimizzare, un po’ per trattenere le ire di Meloni, un po’ perché i leghisti si sentono sicuri e maneggiano pensieri feroci: “Forza Italia non esiste. E Berlusconi ha già un piede fuori dalla politica”. 

   

E’ Giancarlo Giorgetti, il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, l’architetto di retrovia della Lega, ad avvertire Salvini, affinché eviti la tracotanza del barbaro (celtico) Brenno che, vincitore su Roma, gettò la spada sulla bilancia chiedendo più oro e pronunciando quelle due famose parole, che sono il contrario di una vittoria misurata: “Vae victis”. D’altra parte alla Lega ancora serve l’aiuto di Forza Italia, alle regionali, per vincere, in questo incrocio asimmetrico di alleanze: con il Movimento cinque stelle al governo a Roma, con il centrodestra nella periferia dell’impero. E così, trattando di Forza Italia e di Berlusconi, Salvini usa in pubblico e nei suoi incontri privati con il Cavaliere, quei riguardi, quelle particolari circospezioni e timorate cautele contro imprevedibili suscettibilità, che sono il segno della più sottile e spavalda condiscendenza. Ma poi Salvini parla con Luigi Di Maio, e l’altro proconsole del governo ne ricava l’idea che per il suo collega vicepremier Berlusconi sia l’uomo al crepuscolo, colui che personifica la potenza disfatta. “Berlusconi non si vuole nemmeno candidare alle europee. Sta bene. Ma è come rallentato”, raccontava ieri il segretario della Lega ai suoi colleghi di governo grillini, mentre una parte dei Cinque stelle rumoreggiava per questi tête-à-tête con il Caimano, e mentre Rocco Casalino – il portavoce del presidente del Consiglio Conte – s’impegnava anche lui a sminuire tutto, a ricondurre ogni cosa al fattore umano: “Si è trattato solo di una visita di cortesia”. Eppure l’incontro con Berlusconi, ad Arcore, è stato politico, non meno di quello che si terrà oggi a Palazzo Grazioli. “Evidentemente ci sono aruspici cui si sono attorcigliate le budella”, sorrideva Giorgio Mulè, il portavoce di Forza Italia, mentre veniva raggiunto dalle ricostruzioni della Lega: “A me la visita di Salvini non è sembrata tanto privata”. Patto sulle regionali, dunque, garanzie a difesa di Mediaset e del tetto pubblicitario minacciato dai Cinque stelle, accordo semi-chiuso anche sulla presidenza della Rai a Marcello Foa (ma il giorno della verità è domani, in Vigilanza Rai).

  

E si capisce che è tutto un gioco di specchi, ambiguo e suggestivo. Salvini, con un tono che testimonia la padronanza dell’orchestra, della scena e del pubblico, si tiene stretto Di Maio ma abbraccia pure Berlusconi, e a ognuno racconta una diversa mezza verità, uno spicchio del quadro più generale. Così permette ad Antonio Tajani di dire che “il governo non durerà”, ma consente anche ai Cinque stelle di fare congetture volgari sullo stato di salute di Berlusconi e sul dominio leghista del campo di centrodestra. Gioca su tutti i tavoli contemporaneamente, Salvini, con fortuna disinvolta. Nello stesso modo esatto con il quale si accorda con il Cavaliere sulle candidature alle regionali, e contemporaneamente però rassicura Giorgia Meloni, la terza punta del centrodestra, che invece è rimasta esclusa, ancora una volta, come quando, nelle ore decisive per la formazione del governo, Meloni aveva chiuso un patto d’onore con Salvini. “Va bene Matteo”, diceva Giorgia, “siamo d’accordo. Entriamo al governo. Parlane con Di Maio. Ma devi farmi una promessa solenne: o stiamo dentro insieme o stiamo fuori insieme”. E Salvini: “Te lo prometto”. Figurarsi. “Non ci casco più. Basta”, diceva ieri Meloni, la cui unica carta adesso è quella di minacciare una corsa solitaria alle regionali.

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.