“Il partito unico del centrodestra è già nato, va solo formalizzato”. Parla Marcello Pera

David Allegranti

La guida spetterà alla Lega. “Speriamo solo che assorba un po’ di linfa liberale da Forza Italia” 

Roma. Dice Marcello Pera, filosofo, già presidente del Senato, che il partito unico di centrodestra c’è già nell’elettorato prima ancora che in parlamento e nelle sedi politiche. Va solo formalizzato. Resta però da capire quale sia l’effettiva identità del centrodestra oggi. “Un tempo l’identità del centrodestra era vagamente liberale. Adesso invece è assai più nazionalista. C’è solo da sperare che, assorbendo zone estese di Forza Italia, la Lega assorba anche una linfa liberale, ma al momento non è il caso. La Lega insiste sul nazionalismo, che è una fonte di ricchezza elettorale, si alimenta con questo. C’è l’avversario europeo”. Quando nacque il centrodestra non era così. “Al tempo nostro c’erano alcuni euro-scettici che segnalavano l’incongruenza dell’Unione europea. Adesso ci sono gli euro-avversari. Molto è cambiato. Ma l’aumento del nazionalismo in Europa può produrre solo disastri, perché vuol dire andare a toccare dei nervi che non si possono toccare. Abbiamo una discreta tradizione di guerra in Europa che sarebbe meglio dimenticare”. Dunque, dice Pera, “è possibile che l’elettorato di Forza Italia che sta entrando nella Lega, date la sua composizione sociale e anche le sue esigenze, renda questa spinta nazionalista un po’ più liberale di quanto non lo sia adesso. E siccome la Lega ha una composizione elettorale prevalentemente del nord e prevalentemente produttiva, io penso che questo potrebbe accadere. E cioè che una volta assorbita Forza Italia, la Lega assorba anche qualche suo carattere, qualche sua caratteristica tipica. Questa rivoluzione nazionalista mi preoccupa ma penso che potrebbe essere contenuta proprio sulla base oggettiva delle zone in cui la Lega prende i suoi voti. L’elettorato produttivo del nord ha bisogno di fare la guerra all’Europa ma sa anche fare i conti. E l’Europa è un elemento di stabilizzazione e di ricchezza sociale”.

 

Prima o poi questo partito unico nascerà, dice Pera, “perché è già nato nell’elettorato da anni, elezione dopo elezione. Forza Italia si è ridotta, sul territorio è scomparsa. La guida toccherà alla Lega. D’altronde, un partito non può sopravvivere senza sedi, senza discussioni, senza rappresentanti che non siano parlamentari eletti mediante la bilancia o il gradimento del capo. Se uno viene in periferia lo vede. Il partito, Forza Italia, non esiste più. Lucca, dove vivo, è un fenomeno strano. Era una città democristiana, poi quell’elettorato è stato assorbito da Forza Italia, adesso si è disperso o è prevalentemente leghista, che pure è qualcosa di lontano dalla mentalità della città, oppure non vota perché non trova rappresentanza. Una parte certo aveva sperato nel Renzi prima maniera, ma poi è stata delusa. Anche la rivoluzione di Renzi è finita malamente. La Lega è dunque diventata un rifugio necessario”.

 

Fico e i giacobini organizzati

Tanto più, osserva Pera, che dall’altra parte l’avversario sono i Cinque stelle, più che il Pd. “Il Pd non fa paura a nessuno, è inesistente come Forza Italia. I Cinque stelle invece sono l’avversario per quell’elettorato moderato, democristiano, produttivo, borghese. Per questo i voti di Forza Italia vanno alla Lega e non a Beppe Grillo. Avrebbero potuto essere del Pd di Renzi ma non c’è più nemmeno quello”. Nel centrosinistra invece il caos regna sovrano, dice il filosofo-senatore. Da quelle parti si cercano improbabili alleanze con i Cinque stelle. “Mentre nel centrodestra vedo un travaso di voti, una storia che continua seppur con altri protagonisti e con nuove idee, quelle della Lega, dall’altra parte vedo una rivoluzione, quella dei Cinque stelle, che è a tutti gli effetti giacobina. Non è populista, non è sovranista, non è nazionalista. E’ giacobina. Tanti indizi o prove lo dimostrano. Intanto la composizione sociale. Sono borghesi piccoli piccoli, sono i disoccupati organizzati del sud. E’ ‘jacquerie’, rivolta popolare. Oppure basta guardare i personaggi del M5s: canaille, come li chiamavano Voltaire o Marx. Questa è la loro rivoluzione. E il giacobismo sta nel loro modo di operare: se c’è un problema politico che non è stato risolto, dicono, allora c’è un responsabile che ha lucrato, che ha complottato, e chi è considerato responsabile di quel problema deve essere eliminato o abbattuto. ‘Via Renzi’, ‘via Benetton’, ‘via Fornero’. La personalizzazione, nella figura di un colpevole, di un problema politico che va oltre l’individuo è un metodo giacobino. Ho trovato l’avversario, gli taglio la testa e ho risolto il problema”. Altra forma di giacobinismo, dice Pera, è “ignorare le procedure dello stato di diritto. Oppure considerarle decadute. Così allora si nazionalizza Autostrade o si revocano le licenze, senza guardare alle procedure concrete. Ancora meglio, si supera il parlamento. Tutte queste proposte le facevano i giacobini. Se poi guarda ai singoli personaggi dei Cinque stelle stelle, io trovo il giacobinismo nel loro atteggiamento, nei loro volti. L’acredine, la bava alla bocca, il risentimento, vedo il desiderio della vendetta. Questo è un altro fenomeno che per ragioni del tutto contingenti si è unito alla destra di Salvini. Al fondo però Lega e Cinque stelle non sono compatibili per ragioni di carattere sociale. La ‘jacquerie’ non va d’accordo con il piccolo-medio produttore”. Pera è “stupito per il fatto che nel Pd ci sia qualcuno che voglia l’accordo con i Cinque stelle. Sono evidentemente in stato confusionale, non hanno chiaro chi sono, oppure pensano che chiunque si oppone al governo sia un loro alleato. Quando nel Pd dicono che quello del M5s è un pezzo del loro elettorato, di protesta, vuol dire che il Pd già aveva un elettorato di tale natura e che non sono riusciti a educarlo. L’elettore deluso berlusconiano va con Salvini, ma questi che stanno nel M5s non sono elettori delusi del Pd. Semplicemente, stavano dentro il Pd ma hanno altre intenzioni e caratteristiche, come quella di tagliare le teste. Sono cresciuti con i comizi di Grillo e hanno pensato che una volta arrivati al governo si potesse far davvero. Sono per il superamento della democrazia. Sono giacobini, oppure sono bolscevichi, che peraltro erano figli dei giacobini”.

 

La confusione sui “fondamentali”

Dunque, si chiede Pera, che c’azzecca Roberto Fico con il Pd? “Fico è il tipico rappresentante dei disoccupati organizzati del sud. Che c’entrano i borghesi piccoli piccoli con la sinistra riformista? Che c’entra il giacobinismo di Fico con la democrazia? Il Pci ci ha messo un po’ di tempo ad abbracciare la democrazia, adesso perché nasce Fico si dimenticano della loro storia? E’ il segno di una enorme confusione sui fondamentali, come lo stato di diritto e la democrazia rappresentativa. In politica queste sono le precondizioni per discutere. Se vuoi il giacobinismo invece puoi andare in piazza con Fico o con Alessandro Di Battista, che non hanno il problema di governare, non devono acquistare competenze per risolvere problemi. Hanno casomai il problema di abbattere, anche ora che sono al governo. Guardi il caso Autostrade, che è tipico. La prima reazione è stata: ‘Benetton è il nostro nemico’. Va messo in piazza, sputato e messo alla ghigliottina”. Ma questo è un altro fenomeno rispetto alla contaminazione nel centrodestra fra Forza Italia e Lega, sottolinea Pera. “L’elettorato di Forza Italia che si sposta nella Lega ha una avversione spontanea per i Cinque stelle e quindi rafforza la Lega per eliminarli, per spaccare la coalizione. Nel caso del centrosinistra invece mi stupisco che ci sia chi si candida alla guida del Pd con la base politica del dialogo con i Cinque stelle. Si torna abbastanza indietro, prima della svolta di Salerno. E siccome l’antirenzismo non basta più, stanno dicendo che Renzi ha sbagliato anche perché non ha accolto l’invito di Fico, che era: ‘Mettetevi d’accordo e andate anche voi sotto la ghigliottina’”. Tanti auguri.

  • David Allegranti
  • David Allegranti, fiorentino, 1984. Al Foglio si occupa di politica. In redazione dal 2016. È diventato giornalista professionista al Corriere Fiorentino. Ha scritto per Vanity Fair e per Panorama. Ha lavorato in tv, a Gazebo (RaiTre) e La Gabbia (La7). Ha scritto cinque libri: Matteo Renzi, il rottamatore del Pd (2011, Vallecchi), The Boy (2014, Marsilio), Siena Brucia (2015, Laterza), Matteo Le Pen (2016, Fandango), Come si diventa leghisti (2019, Utet). Interista. Premio Ghinetti giovani 2012. Nel 2020 ha vinto il premio Biagio Agnes categoria Under 40. Su Twitter è @davidallegranti.