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Salvini obbedisce all’Europa. Ma i conti ancora non tornano

“Rispetteremo i limiti Ue e le regole che ci impongono”, dice il vicepremier. Ma su pensioni, lavoro e fisco la lista della spesa è ancora molto lunga

Luciano Capone

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capone@ilfoglio.it

6 Settembre 2018 alle 06:00

Salvini obbedisce all’Europa. Ma i conti ancora non tornano

Matteo Salvini (foto LaPresse)

Roma. Non si può dire con certezza se da sola abbia fatto diminuire lo spread di 30 punti, ma l’intervista di Matteo Salvini al Sole 24 Ore di sicuro ha agevolato la discesa del differenziale sui titoli tedeschi sotto i 250 punti. “Intendiamo presentarci ai mercati e all’Europa con una legge di Bilancio seria che faccia crescere l’economia di questo paese, nel rispetto di tutti i vincoli Ue”, ha detto il ministro dell’Interno. Una formula magica, in piena sintonia con il solco silenziosamente tracciato e tenacemente difeso dal ministro dell’Economia Giovanni Tria. Una frase che spazza tutte le uscite sullo “sforamento” che poi è diventato “sfioramento” del 3 per cento di deficit e che ora non sarà neppure quello, perché “l’obiettivo è di mantenere il rispetto dei vincoli e delle regole esterne imposte”. Rispetto di regole e vincoli esterni, puro “eurismo” avrebbero accusato i “sovranisti”, la negazione di quanto sostenuto finora.

 

Nonostante la marcia indietro sui progetti più incendiari, restano però molti interrogativi sulla fattibilità e veridicità di molte proposte offerte da Salvini su lavoro, pensioni e fisco.

  

Il primo punto della stabilità sarà, secondo il vicepremier, la controriforma della cosiddetta legge Fornero: “Quota 100 integrale, senza paletti”. Ovvero consentire l’uscita dal lavoro quando la somma dell’età e degli anni di contribuzione è pari a 100 (ad esempio 64 anni più 36 di contributi), o quando ci sono “41 anni di anzianità contributiva”, come recita il contratto di governo. Quanto costa? Salvini dice “dai 6 agli 8 miliardi”. Secondo l’Inps, che ha fatto varie simulazioni in base a diverse ipotesi sui limiti minimi di età e anzianità contributiva, una misura del genere costerebbe invece tra i 10-14 miliardi nel 2019 che salgono progressivamente fino ai 16-20 miliardi del 2028. Il vicepremier ha già messo le mani avanti, dicendo al Sole 24 Ore, che il governo non farà “affidamento sulle stime dell’Inps” – affermazione surreale, visto che l’Istituto dipende direttamente dal suo collega vicepremier e ministro del Lavoro Luigi Di Maio – perché “ultimamente più che di economia si occupa di politica” (il riferimento è, evidentemente, agli screzi con il presidente Tito Boeri).

   

Secondo Salvini la controriforma delle pensioni darà impulso all’occupazione perché “il diritto alla pensione di un 62enne vale un posto di lavoro e mezzo in più per un giovane”. Si rifà alla cosiddetta lump of labour fallacy, l’idea errata che i posti di lavoro siano fissi e che l’anziano che va in pensione ceda il suo posto di lavoro a un giovane. Già questa ipotesi è falsa, ma Salvini va oltre e dice che per ogni pensionato in più si crea non un posto ma uno e mezzo. E’ vero che nel breve periodo e in certe condizioni – recessione, salari fissi e sostituibilità tecnologica – può accadere che ci sia una parziale staffetta, ma con un rapporto di un giovane su tre pensionati e non di 1,5 giovani su un pensionato. Non tutti gli studi lo confermano. Paradossalmente chi ha trovato questo effetto parziale è proprio uno studio di Boeri (con Garibaldi e Moen), ma quando l’economia era in recessione e in condizioni diverse.

   

Sul fisco Salvini promette di evitare l’aumento dell’Iva, il taglio delle accise sulla benzina, il reddito di cittadinanza e la riduzione del cuneo fiscale. Il totale fa diverse decine di miliardi, quindi una somma ancora incompatibile con il proposito iniziale di rispettare i vincoli di bilancio “esterni” ed europei. Sulla flat tax, cavallo di battaglia leghista, Salvini dice di lavorare a una soluzione “a tre aliquote”. Ovviamente la flat tax ha, per definizione, una sola aliquota (altrimenti non sarebbe flat). Nel contratto di governo c’è scritto che sarebbe stata “a due aliquote” che ora diventano tre. Mancano solo due passaggi per arrivare alla “flat tax a cinque aliquote”, per la neolingua gialloverde sarebbe il nome perfetto per l’attuale Irpef.

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