Fontana provoca sulla legge Mancino, ma sulla natalità ha proposte interessanti

Sergio Soave

La denatalità è una pesante ipoteca sulla crescita italiana. Proprio per questo è un errore paragonare le politiche pro nascite alla “campagna demografica” fascista

Il ministro della Famiglia, Lorenzo Fontana, ha una tendenza a combattere battaglie ideologiche su posizioni che appaiono spesso provocatorie, mentre sul piano degli interventi concreti propone misure interessanti. Per rifiutare l’accusa di razzismo che secondo alcune testate coinvolgerebbe l’intero popolo italiano, propone di abrogare la legge Mancino, che finora è stata sicuramente interpretata in modo estensivo con il rischio di essere trasformata in una limitazione della libertà di espressione, ma che nella sua ispirazione originaria di rifiuto dell’antisemitismo fascista resta valida. Contro Fontana si è schierato anche il cosiddetto “partito dei diritti civili”, che lo accusa di non voler estendere le norme vigenti sulle unioni civili o sulla depenalizzazione dell’aborto. In realtà gli appigli di queste campagne sono fragili, Fontana ha confermato che non intende intervenire su queste leggi, ma solo applicarle.

 

Il compito che si è assunto, quello di intervenire per fermare la curva della denatalità, invece è apprezzabile, soprattutto perché è di assai ardua realizzazione. Tutti sanno che la crisi demografica è, in una prospettiva di medio periodo, la più pesante ipoteca sulla crescita italiana. Non è solo un fenomeno italiano, basta guardare i dati della Spagna o del Giappone per rendersene conto, ma questo non può certo consolare.

 

Naturalmente la scarsa natalità ha varie cause, a cominciare dalla crescente età in cui si celebrano i matrimoni o comunque si avviano le fasi di convivenza, il che riporta (anche ma non solo) alle tematiche dell’occupazione giovanile, e dalla scarsa partecipazione delle donne al mercato del lavoro, visto che, contrariamente a quanto ritiene il senso comune, in occidente risultano più fertili le donne che hanno un lavoro rispetto alle casalinghe. Naturalmente su queste dinamiche deve intervenire la politica economica generale, ma ci sono aspetti più specifici che possono essere affrontati da un ministero della famiglia. Fontana ha spiegato che il sistema fiscale, che penalizza le famiglie monoreddito, rende più difficile la procreazione, che la scarsità di servizi per l’infanzia e il loro costo eccessivo, a cominciare dagli asili nido per arrivare alle merci per l’infanzia, rappresentano un freno e possono spingere a scelte abortive.

 

Una consapevolezza culturale

Aiutare le donne a non scegliere l’aborto non è un attacco alla legge sull’aborto (che peraltro prevede consultori indirizzati ad aiutare le donne nella scelta, non a favorire l’interruzione di gravidanza che non è riconosciuta come metodo contraccettivo), al contrario è un tentativo di applicarla correttamente. Non c’è nessuna ragione per intervenire sulle leggi e sui cosiddetti diritti civili, ma si può, anche se è tutt’altro che semplice, rimuovere o almeno ridurre gli ostacoli obiettivi che condizionano negativamente la natalità.

 

L’investimento sulla natalità è un investimento a medio termine, ma risulta essenziale ed è importante che questo tema dell’emergenza demografica, troppo a lungo trascurato, venga rimesso al centro di una politica economica e sociale. Si tratta di una tematica che, oltre alle iniziative specifiche di tipo assistenziale e fiscale, richiede una consapevolezza culturale diffusa. Chi si diverte nel gioco di cattivo gusto di assimilare le politiche pro nascite alla “campagna demografica” fascista (peraltro innestata in una situazione di tipo esattamente opposto, quando la natalità eccessiva provocava immensi processi migratori), magari approfittando di qualche goffaggine di Fontana, come quella sulla legge Mancino, fa prevalere una agitazione propagandistica sull’esame oggettivo della situazione nazionale.

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