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Il servizio pubblico è fuori dalla Rai

Claudio Cerasa

La partita televisiva più importante riguarda più i concorrenti della Rai che la Rai. Dopo aver asfaltato le strade del populismo, oggi chi avrà il coraggio di combattere i professionisti del rancore? La grande occasione (antisfascista) della tv privata

L’algoritmo del rancore populista avrà presto una straordinaria cassa di risonanza che coinciderà con il perimetro del servizio pubblico e al di là di quella che sarà la scelta finale per la presidenza della Rai (uno normale no), un minuto dopo aver definito i vertici della più grande azienda culturale italiana la partita televisiva che andrà seguita con attenzione riguarda paradossalmente più i concorrenti della Rai che la stessa Rai. L’occupazione del servizio pubblico da parte di chi ha vinto le elezioni non è una novità attribuibile al governo del cambiamento – il cui unico cambiamento prodotto finora in realtà è quello della curva dell’occupazione, che a giugno, in coincidenza con la nascita del governo gialloverde, è calata di due decimali, lasciando per strada circa 49 mila lavoratori – e una volta compreso in che misura la Rai proverà a fare concorrenza a Russia Today la domanda intorno alla quale occorrerà ragionare suona così: gli avversari della Rai, dopo aver contribuito ad asfaltare le autostrade percorse oggi dai nuovi mastini di governo, vorranno imboccare o no una nuova traiettoria? In altre parole: sceglieranno di presidiare con fierezza il terreno del populismo antisistema portando acqua al mulino del moralismo anti casta o sceglieranno di occupare con intelligenza uno spazio diverso contribuendo a creare alternative ai mostri creati?

 

Nelle ultime settimane, all’editore de La7 e all’editore di Mediaset non sarà sfuggito che alcuni protagonisti del cambiamento populista sembrano usciti direttamente da una Gabbia di Gianluigi Paragone (che da La7 è arrivato in Parlamento con il M5s), da un talk di Paolo Del Debbio (che per mesi ha coccolato come divinità gli anti euro della Lega Borghi e Bagnai) o da un servizio delle Iene sul #metoo (le accuse per molestie contro il regista Fausto Brizzi ieri sono state archiviate dalla procura di Roma e il giornalista protagonista dei famosi servizi “denuncia”, Dino Giarrusso, ha provato senza successo a sfruttare l’onda per candidarsi in Parlamento con il M5s). E riavvolgendo il nastro dei talk-show degli ultimi anni chissà quante volte sarà venuto in mente a Urbano Cairo e a Pier Silvio Berlusconi (e forse anche al Cav.) cosa sarebbe successo alle ultime elezioni se il palinsesto della tv fosse stato costruito in modo tale da non ingrossare l’industria dell’allarmismo, la fabbrica della paura, la macchina della gogna. Inseguire i professionisti del rancore per guadagnare qualche punto di ascolto potrebbe essere una tentazione persino naturale ma solo a condizione di non capire la vera sfida che hanno oggi i concorrenti della Rai: fare quello che l’opposizione non riesce a fare fino in fondo, far crescere volti alternativi al populismo anti europeista, smetterla di giocare con la paura e provare a rappresentare in modo plastico quel 50,1 per cento di elettori che non si riconosce nel lessico e nella grammatica del sovranismo di governo (Lega e m5s alle elezioni hanno preso il 49,9 per cento).

 

L’operazione non sarà semplice – anche se qualcosa a La7 e soprattutto a Mediaset comincia a muoversi, e sarà interessante capire se Rete 4 riuscirà a diventare davvero una rete anti sfascista – ma se già oggi si dovesse costruire un primo palinsesto anti populista il materiale non mancherebbe. Basterebbe invitare in studio qualche imprenditore colpito dai decreti punitivi sul lavoro che hanno tolto dignità alle imprese. Basterebbe invitare in studio qualche precario diventato disoccupato grazie ai decreti che, combattendo la flessibilità piuttosto che la disoccupazione, hanno tolto dignità ai lavoratori precari. Farlo non sarebbe difficile. Ma prima di farlo occorrerebbe prendere una decisione importante: avere il coraggio di essere intolleranti con i campioni della chiusura e con i professionisti del rancore. Il futuro del servizio pubblico in fondo passa da qui, e un giorno forse potrebbe passare anche lontano dalla Rai.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.