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Conte, gli avvocati che si fanno avvocati del popolo, le istituzioni, l'eversione

Maurizio Crippa

Il primo tribuno della plebe fu Mario, per fortuna c’era Silla. Da allora la plebe, in Italia, ha sempre il suo perché: ragioniamo per caste

Per trovare il primo avvocato del popolo che ha provato a prendersi Roma bisognerebbe risalire al 120 avanti Cristo, si chiamava Mario e la sua carica istituzionale si chiamava, più precisamente, tribuno della plebe. Di tempo ne è passato, ma la plebe, in Italia, ha sempre il suo perché: ragioniamo per caste, come gli indù. Il tribuno della plebe era un istituto antico quasi quanto l’Urbe, ma era organo di giustizia e non politico. Mario però era un popolano tosto, ci prese gusto alla contrapposizione tra plebe ed élite, e quando divenne console intraprese la famosa guerra (civile) contro la casta. La casta erano i senatori e l’aristocrazia, lui difendeva la plebe, chissà se si riteneva un populista. Finì piuttosto male – c’è sempre qualcuno più bravo di te nelle liste di proscrizione, quando lo scontro è senza mediazione e invece di limitarsi a governare si pretende di cambiare le regole della repubblica. E Silla era un aristocratico, sì, ma notoriamente anche figlio di una buona donna. Avercene, verrebbe da dire.

 

Risalendo per li rami, ne abbiamo visti a frotte di geni e maghi, di avvocati del popolo, di tribuni della plebe, di amici del popolo (l’Amico del popolo era Marat: un tagliagole prestato al giornalismo). Un aspetto curioso è che tanti erano avvocati, di professione. Il parossismo fu probabilmente la Rivoluzione francese, dove la concentrazione di legali fu tale da rasentare l’ingorgo. Fu una vera rivoluzione della categoria, si può dire, forse solo i Cinque stelle vantano una percentuale più alta di avvocati mancati. Robespierre era un nobile togato di provincia, Saint-Just un avvocaticchio fallito, letteralmente uno scappato di casa. Danton pure, ma aveva un vocione da tenore e divenne il più abile oratore del popolo. Desmoulins era avvocato pure, ma balbuziente, oggi lo avrebbero confinato sul Blog. Tutti avvocati del popolo, tutti dalla loro parte. Il problema qual è? Che assumere la difesa d’ufficio del popolo, come fece Mario quando smise di fare il magistrato per fare politica, come fecero Robespierre e Danton (ma pure Castro veniva da una laurea in legge) applicato alle istituzioni diventa un atto sovversivo (nel senso di rivoluzionario). Da sindacalisti di una parte in causa, si diventa potenziali eversori della sovranità, del ruolo del potere esecutivo e legislativo (il Parlamento, una scatola di tonno).

 

Così quando il nostro Uomo Nuovo, l’avvocato (per l’appunto) Giuseppe Conte, dopo la convocazione al Quirinale si presenta: “Mi propongo di essere l’avvocato difensore del popolo italiano”, e annuncia di voler “dar vita a un governo dalla parte dei cittadini”, i casi sono due: o è inconsapevole della venatura eversiva dell’espressione (Robespierre in nome dell’avvocatura popolare mozzava le teste e decideva le leggi), il che è anche probabile se si è prestato a un tale papocchio politico. Oppure sa benissimo che essere presidente del Consiglio non è essere l’avvocato di una parte (lesa?) contro qualcun altro. Ma è esattamente essere il qualcuno che rappresenta tutti, il popolo le istituzioni e persino le élite, e dovrebbe cercare di lavorare per il bene generale. Dire il contrario è prendere la divisione dei poteri e buttarla al macero.

 

Che non sia l’unico a non essere consapevole della posta in gioco, è evidente. Matteo Renzi ha risposto a Conte via Twitter: “Egli si è proposto come l’avvocato difensore del popolo italiano: noi ci costituiamo parte civile”. Scambiare la parte civile per l’opposizione, non solo non è un buon affare: è un disastro politico. Accettare o prendere per buona la metafora della politica come scontro in tribunale significa legittimarla. Mentre si dovrebbe pretendere di ripristinare le regole, e il rispetto dei ruoli, e dei giochi di ruolo: tribuno, avvocato, presidente dell’esecutivo. (Notaio della Repubblica, anche no).

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  • Maurizio Crippa
  • "Maurizio Crippa, vicedirettore, è nato a Milano un 27 febbraio di rondini e primavera. Era il 1961. E’ cresciuto a Monza, la sua Heimat, ma da più di vent’anni è un orgoglioso milanese metropolitano. Ha fatto il liceo classico e si è laureato in Storia del cinema, il suo primo amore. Poi ci sono gli amori di una vita: l’Inter, la montagna, Jannacci e Neil Young. Lavora nella redazione di Milano e si occupa un po’ di tutto: di politica, quando può di cultura, quando vuole di chiesa. E’ felice di avere due grandi Papi, Francesco e Benedetto. Non ha scritto libri (“perché scrivere brutti libri nuovi quando ci sono ancora tanti libri vecchi belli da leggere?”, gli ha insegnato Sandro Fusina). Insegue da tempo il sogno di saper usare i social media, ma poi grazie a Dio si ravvede.

    E’ responsabile della pagina settimanale del Foglio GranMilano, scrive ogni giorno Contro Mastro Ciliegia sulla prima pagina. Ha una moglie, Emilia, e due figli, Giovanni e Francesco, che non sono più bambini"