Così è stato imposto il prof. Conte al Quirinale

Salvatore Merlo

Tra Salvini, Di Maio e i Dibba Mattarella è stato incastrato. La partita ancora aperta del ministero dell'Economia 

Roma. Arriva in taxi, teso di fronte ai carabinieri che gli fanno il saluto militare, lo sguardo basso, si abbottona la giacca, più una smorfia che un sorriso. Una piccola folla intanto lo applaude, su via XX Settembre: “Daje professò”, gli urlano. E qui un sospiro, forse un moto impaziente della testa che gli fa oscillare la ciocca a metà della fronte. Il professor Giuseppe Conte non ha fatto in tempo a varcare il portone del Quirinale che già su Facebook spunta la sua pagina ufficiale: bandiera italiana, foto da statista, sguardo proiettato sui vasti orizzonti. D’altra parte lo aveva già stabilito Luigi Di Maio, a inizio settimana: “Il presidente del Consiglio è Conte”. Sergio Mattarella forse ne era meno persuaso. Ma chi decide? 

   

Con il presidente della Repubblica, in privato, nello studiolo della vetrata, Matteo Salvini e Luigi Di Maio si sono sempre mostrati timidi, dandosi l’aria di tenersi subordinati, specialmente il grillino, che ogni volta che poteva, per riferirsi al capo dello stato utilizzava compunto come un abatino l’espressione “cortesia istituzionale”, ritenendola evidentemente pregna di chissà quale significato. Ma al giovane Di Maio bastava varcare il portone del Quirinale, ritrovarsi sulla piazza, di fronte all’obelisco, per ritrovare anche la sicumera: “Il presidente del Consiglio è Giuseppe Conte”, diceva, mentre poco prima aveva dato l’impressione di condividere alcune perplessità di Mattarella, il presidente che avrebbe preferito un premier politico, probabilmente lo stesso Di Maio, che però mai avrebbe potuto accettare senza mettere a rischio la sua alleanza di governo con Salvini. E allora il vecchio presidente, bianco di capelli, lungo d’ossa e con qualcosa d’impacciato nel gesto, si è trovato incastrato nella baldanza assertiva e a tratti minacciosa dei ragazzi Salvini e Di Maio, che sin dall’inizio di questa vicenda si sono mossi con l’aria di chi prende tutti i tori per le corna. Anche quelli più placidi. Nessuna alternativa. Un dettato. Così, mentre Mattarella prendeva tempo, riconvocava i presidenti di Camera e Senato per tentare di ristabilire una prassi costituzionalmente corretta, mentre i giornali riportavano vere e presunte perplessità presidenziali sul professor Giuseppe Conte, ecco che Alessandro Di Battista assumeva il tono di Al Pacino nel Padrino-parte III. “Questa maggioranza rappresenta gli italiani. Il presidente Mattarella ha prestato giuramento di fedeltà alla Repubblica ovvero ai cittadini ai quali appartiene la sovranità”, la premessa. Mentre lo svolgimento suonava così: “Il presidente della Repubblica non è un notaio delle forze politiche, ma neppure l’avvocato difensore di chi si oppone al cambiamento. Anche perché si tratterebbe di una causa persa, meglio non difenderla”. Allo stesso tempo, suo papà, Vittorio Di Battista, ex consigliere comunale missino rimasto famoso nel paesino in cui vive per aver dato un giorno uno schiaffo al sindaco, su Facebook evocava con sobrietà la Bastiglia e l’assalto agli “arazzi del Quirinale”.

  

     

  

Così, in questo clima così disteso e rispettoso della Costituzione, accolto il professor Conte al Quirinale col profumo triste di un caffè, Mattarella gli ha conferito l’incarico di formare un governo, chiedendo però – almeno – il rispetto minimo della prassi. Quindi incarico “con riserva”. E insomma da una parte il presidente della Repubblica, che si esprime nel modo segreto della sommissione, una specie di sonnolenza lontana che è in lui la maschera del senso d’ufficio, tutto un codice e un linguaggio che per Di Maio (ma pure per Salvini) non è meno incomprensibile dell’aramaico o del greco antico, e dall’altra questo professor Carneade, selezionato dai capipartito secondo logiche misteriose e adesso asceso al ruolo di premier “con riserva”, lui che lascia il Quirinale in taxi (ma con tre macchine di scorta attorno), dopo essersi definito, con legnosa allegria, “avvocato difensore del popolo”. Un po’ come l’incorruttibile Robespierre. Forse un passo avanti rispetto all’“amico del popolo” (Marat) evocato da Di Maio nei giorni scorsi.

  

Domani il prof. pres. Conte ritroverà la strada del Palazzo presidenziale per discutere quella lista dei ministri che invero già oggi ha consegnato al presidente della Repubblica, il quale l’ha accettata senza rispondere e pure senza deludere, scrupolosamente adempiendo a un dovere tutto professionale, e dal valore sedativo e calmante. Il ministro dell’Economia, in questa lista, è Paolo Savona, già ministro con Carlo Azeglio Ciampi, professore, economista stimato ma considerato anche troppo euroscettico. Non si sa bene perché, ma adesso – accettato Conte-Carneade – i bene informati del Quirinale dicono che invece sul nome del professor Savona il presidente della Repubblica si farà sentire.

  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.