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Il gran ritorno dei rottamati viventi

Governo, nomine, nuovo Parlamento, alleanze insospettabili. Che caratteristiche avranno i volti sui quali le forze anti sistema scommetteranno per costruire un establishment anti sistema? Indagine sulla discontinuità ai tempi del populismo

11 Aprile 2018 alle 06:16

 Matteo Salvini e Luigi Di Maio

Foto via Pixabay, CC0 Creative Commons

A prescindere da quale maggioranza riuscirà a mettere insieme Sergio Mattarella per provare a far nascere un governo, c’è una domanda importante alla quale dovranno presto rispondere i principali azionisti di questo Parlamento: con quali criteri verranno scelti i nomi che daranno un volto alla nuova classe dirigente populista? O se volete, per essere ancora più chiari: che caratteristiche dovranno e non dovranno avere i nomi sui quali le forze anti sistema saranno chiamate a scommettere per costruire un nuovo establishment che sappia essere in discontinuità con il vecchio sistema?

 

A queste domande, Matteo Salvini e Luigi Di Maio risponderanno non solo nel caso in cui arrivassero al punto di stilare una lista di ministri per un prossimo governo, ma dovranno necessariamente farlo quando il prossimo governo dovrà decidere a chi assegnare i 350 posti in scadenza da qui alla fine dell’anno nelle 79 società controllate direttamente o indirettamente dal Tesoro. E il problema non è di secondo ordine: come diavolo si fa a scommettere su un nuovo sistema che possa essere compatibile con la retorica anti sistema? Individuare un filo conduttore preventivo capace di anticipare le future mosse di potere dei partiti anti establishment non è facile. Ma da qualche tempo a questa parte i nuovi campioni della politica italiana si sono ritrovati in modo forse persino inaspettato ad avere degli alleati di sistema che potrebbero aiutare i partiti populisti a non essere del tutto sprovvisti di volti spendibili da proporre in vista delle nomine future. E se il lavorio che anticipa la preparazione alle nomine future dovesse essere descritto come se fosse un film, il titolo della pellicola non potrebbe che essere questo: il ritorno dei rottamati viventi. Proviamo a essere chiari.

 

Tra il 2014 e il 2018, durante gli anni in cui il Pd renziano ha dato le carte, la rottamazione ha colpito in modo quasi millimetrico tre categorie di soggetti: i consiglieri di stato (tra i capi di gabinetto l’unico che ha resistito è stato l’inossidabile Roberto Garofoli al Mef), i diplomatici di professione (chiedere a Stefano Sannino, sostituito nel 2014 da Renzi come rappresentante permanente a Bruxelles non da un diplomatico della Farnesina ma da un esponente del suo governo), le figure di potere riconducibili in qualche modo ad ambienti vicini al prodismo, al tremontismo o al bazolismo (chiedere all’ex ad di Cdp Giovanni Gorno Tempini).

 

Nella nuova scacchiera del panorama politico italiano, per uno strano gioco di equilibri, l’essere stati presi di mira dalla rottamazione del Pd – a queste categorie vanno poi aggiunte anche quelle dei magistrati del Tar e della Corte dei conti – potrebbe essere una condizione non sufficiente ma certamente necessaria per avere una seconda chance all’interno dell’Italia post renziana. Non è detto che essere stati “epurati” dal renzismo sia una caratteristica capace di inserire un pezzo di classe dirigente italiana nello Zeitgeist del nuovo mondo ma è probabile che la presentabilità delle nomine future verrà misurata anche con la distanza che ciascuna scelta avrà dai criteri utilizzati nel passato dai rottamatori fiorentini. E’ anche per questo che la possibilità che sia il manager Francesco Caio (non confermato da Renzi nel 2017 alla guida di Poste) a prendere in mano le redini di Saipem non è stata accolta dai grillini e dai leghisti con un’ondata di buu. E’ anche per questo che una futura Cassa depositi e prestiti a trazione grillina-leghista potrebbe accettare di ascoltare i consigli del presidente della Repubblica e di scommettere su manager stimati ma non protagonisti dell’èra renziana come Massimo Tononi (manager, ex sottosegretario del governo Prodi) e Fabrizio Palermo (chief financial officer in Cdp dai tempi di Gorno Tempini). Ed è anche per questo che la prossima Cdp non farà fatica a dialogare nel cda di Tim con alcuni dei volti sui quali ha scelto di scommettere il fondo Elliott per dare una nuova governance alla vecchia Telecom (da Luigi Gubitosi, non confermato da Renzi alla guida della Rai, a Fulvio Conti, non confermato da Renzi alla guida di Enel).

 

Non sappiamo insomma che governo nascerà, che maggioranza nascerà, che legislatura ci sarà. Ma sappiamo che quando i nuovi azionisti del Parlamento dovranno mettere le mani sulla partita delle nomine si ritroveranno di fronte a una domanda non semplice da risolvere: come si fa a essere anti sistema nelle partite di sistema? Essere in discontinuità con i criteri di selezione renziani potrebbe essere una prima risposta. Che sia giusta o che funzioni ovviamente è tutto un altro discorso.

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