cerca

La riforma sulle intercettazioni non ci trasformerà nella Turchia di Erdogan

Un gran baccano per nulla. Repubblica dorma tranquilla

7 Novembre 2017 alle 06:11

La riforma sulle intercettazioni non ci trasformerà nella Turchia di Erdogan

Una scena del film "Le vite degli altri"

Roma. “Intercettazioni, per i giornalisti spunta il carcere fino a tre anni”. E’ l’allarme lanciato con la solita enfasi da Repubblica domenica scorsa. Secondo la giornalista, Liana Milella, il paese deve fare i conti con “il primo frutto avvelenato” della riforma sulle intercettazioni varata dal governo: un vero e proprio bavaglio per i poveri cronisti, che non potrebbero pubblicare alcuna registrazione considerata irrilevante dai pubblici ministeri ma “rilevantissima invece per la notizia che contiene”. Pena un’incriminazione per rivelazione di segreto d’ufficio, in concorso con il pubblico ufficiale che ha fornito la notizia, un reato che prevede da sei mesi a tre anni di reclusione. L’articolo non lascia margini di dubbio al lettore: l’informazione italiana deve fare i conti con una stretta autoritaria sul modello Turchia di Erdogan, con tanto di manette per i giornalisti. Ma la situazione è proprio come raccontata da Repubblica? Non proprio.

 

Intanto, la riforma sulle intercettazioni ancora non è effettiva: il decreto emanato dal governo dovrà passare dalle due commissioni Giustizia di Camera e Senato per ottenere i pareri e poi tornare in Consiglio dei ministri. Ma a parte questo, Repubblica sembra fare un gran baccano per nulla: i giornalisti italiani non devono fare i conti con nessun nuovo reato istituito dalla riforma sulle intercettazioni. In realtà, il decreto non fa altro che affidare al pm la responsabilità sulla riservatezza delle intercettazioni, raccolte durante le indagini, ritenute irrilevanti e inutilizzabili. Queste intercettazioni finiscono nell’archivio segreto del pm: è chiaro che chi lo viola, o ne istiga la violazione (come potrebbe avvenire nel caso dei giornalisti), incappa nel reato di violazione di segreto d’ufficio, già previsto dal codice penale (articolo 326). Un giornalista della Stampa, ad esempio, lo scorso luglio è stato indagato dalla procura di Torino per violazione di segreto d’ufficio per aver pubblicato un’intercettazione che inizialmente si pensava non fosse stata neanche trascritta, e dunque fosse segreta. Il caso, poi, è rientrato: si è scoperto che il pm titolare dell’indagine aveva autorizzato il rilascio del materiale su richiesta di un avvocato. Le intercettazioni, dunque, non erano più segrete, ma fino a quando si è pensato che lo fossero il giornalista è stato indagato per concorso in violazione di segreto d’ufficio.

 

Nessuno scoop, quindi. Leggendo l’articolo, come se non bastasse, il lettore viene a scoprire che già esiste un reato che riguarda specificatamente l’attività giornalistica – quello di pubblicazione arbitraria di atti di un procedimento penale (art. 684 c.p.) – e si rende conto paradossalmente che questo non viene mai applicato nei confronti dei giornalisti, che da sempre pubblicano atti coperti da segreto o di cui, pur non essendo segreti, è vietata la pubblicazione. In altre parole ci si lamenta di un presunto nuovo reato (che non è tale) pur facendo notare indirettamente che i giornalisti già violano sistematicamente un altro reato, già esistente, senza subirne le conseguenze. Ciò che stupisce più di tutto, però, è la visione assolutista che Repubblica sembra avere del diritto di cronaca, concepito come una sorta di diritto che domina su tutti gli altri diritti esistenti, in maniera totalitaria e illiberale. Una visione, peraltro, che finisce per danneggiare il buon andamento della giustizia, che pur si sostiene di voler difendere strenuamente con indignate campagne contro le riforme sulle intercettazioni. A quanto pare, non lo si fa per la buona giustizia, ma solo per la libertà di sputtanamento.

 

La Corte europea dei diritti dell’uomo, lo scorso giugno, con due sentenze diverse ha confermato le condanne che erano state comminate in Francia e in Svizzera contro due giornalisti colpevoli di aver pubblicato atti giudiziari coperti da segreto di indagine, sottolineando che la pubblicazione di questo materiale, oltre a determinare una pericolosa colpevolizzazione delle persone coinvolte, comporta il rischio di influire pesantemente sull’andamento delle indagini. Secondo la Corte, la pubblicazione di atti coperti da segreto “danneggia il buon andamento della giustizia, il diritto dell’indagato ad avere un giusto processo e il diritto alla privacy dell’indagato, delle vittime e delle altre persone coinvolte”. Insomma, l’esercizio di uno solo dei tanti diritti esistenti nella società, quello di cronaca, in questi casi finisce per fare tabula rasa di tutti gli altri diritti. E questa sarebbe la campagna di civiltà di Repubblica?

Lascia il tuo commento

Condividi le tue opinioni su Il Foglio

Caratteri rimanenti: 1000

Servizi