foto LaPresse

Ordinario weekend di grillismo, con contraddizioni bestiali tra Roma e Torino

Marianna Rizzini

Il rinvio a giudizio di Raggi, il bilancio bocciato a Roma, gli scontri a Torino e le linee diverse dei M5s su manifestanti e forze dell'orfine. Cosa accade tra i Cinque stelle?

Roma. Che il soporifero fine settimana d’autunno sarebbe stato da inserire, presso il quartier generale a Cinque stelle, nella serie dei tranquilli weekend di paura o in quella dei classici weekend di ordinaria follia, lo si era capito prima che la settimana scivolasse verso il giorno di festa. Già dal giovedì, infatti, era giunta la notizia della richiesta di rinvio a giudizio per il sindaco di Roma Virginia Raggi (per falso in atto pubblico). E già dalla Rete saliva il grido degli attivisti puristi contro il grido degli attivisti di mondo, quelli convinti che valga ormai il nuovo regolamento presentato e messo ai voti sul blog di Beppe Grillo a inizio 2017: l’avviso di garanzia e quello di conclusione delle indagini non certificano automaticamente una condotta da sanzionare. Ma il giovedì nero si tramutava presto in venerdì ancora più fosco: piombava infatti sul tavolo di Raggi un’altra (forse più grave) notizia: l’Oref, Organismo di revisione economico e finanziaria, bocciava il bilancio consolidato del Comune di Roma, definendolo nientemeno che “non veritiero e non corretto”. E hai voglia a rispondere, come lì per lì è stato risposto, che era tutto un “giudizio politico”, come diceva l’assessore al Bilancio Gianni Lemmetti. O che “ci si aspettava una relazione, non un parere…”, come diceva il deputato Alfonso Bonafede. Quel bilancio bocciato veniva ad aggiungersi alla tensione creatasi tra Raggi e il ministro dello Sviluppo Economico Carlo Calenda, che nei giorni precedenti aveva invitato il sindaco a rispondere al suo invito al tavolo di rilancio per Roma. Raggi aveva tardato a rispondere, Calenda aveva minacciato di sconvocare l’incontro (poi rimesso in agenda per il 17 ottobre), e l’impressione generale, il sabato, era quella di una Roma a Cinque Stelle avvitata su se stessa, con le antiche sicurezze (“noi puri, gli altri no”, “noi in grado di salvare la città, gli altri no”) che rotolavano una dopo l’altra sul pavimento del Campidoglio (ci si metteva anche la frase del neocandidato alla Regione Lazio, deputata di M5s e non fan di Raggi Roberta Lombardi: “Il nostro codice è chiaro, se condannata Raggi deve lasciare”).

 

Ma non si faceva in tempo a dire “mamma mia”, che altre cattive nuove giungevano da Torino, dove, in occasione del G7 alla Reggia di Venaria, si vedevano scontri tra manifestanti e polizia, con arresto di un leader del centro sociale Askatasuna, cariche e fantocci ghigliottinati di Matteo Renzi e del ministro Giuliano Poletti in mezzo alla strada. E lì il problema del doppio binario si poneva al sindaco di M5s Chiara Appendino: che fare, essendo esponente di un movimento di piazza ma anche la persona che governa la città? E Appendino, la domenica, dopo aver accolto i sette grandi (già di per sé cosa disdicevole presso l’ala più anti-Bilderberg-anticasta-anticapitalista del Movimento), dava la propria solidarietà alle forze dell’Ordine, mentre il sindaco di Venaria Roberto Falcone, Cinque stelle di area No Tav, pur non essendo andato in piazza, ribadiva l’intenzione di “capire” i motivi della protesta (forse anche perché in piazza molti attivisti a Cinque Stelle s’erano recati).

 

Ma il peggio (per Appendino) era connesso alle diversità di linea interna alle Giunta: il vicesindaco Guido Montanari, infatti, veniva messo sotto accusa per un fantomatico post (rimosso), giudicato troppo “simpatizzante” nei confronti dei manifestanti. Poi il vicesindaco denunciava le violenze, ma le sue parole risaltavano, per contrasto, rispetto al silenzio dei giorni precedenti di Appendino, evidentemente preoccupata di apparire troppo poco “di governo”. “I ministri di governi che attaccano i diritti dei lavoratori e precarizzano il lavoro si trovavano insieme per concordare le loro politiche distruttive”, diceva il vicesindaco, “non è forse giusto manifestare democraticamente il rifiuto di queste politiche e organizzarsi per riconquistare diritti e contratti? È questa la volontà di chi oggi ha manifestato pacificamente. Nonostante la presenza di gruppi di provocatori e di delinquenti…”.

 

Quanto ad aporie programmatico-politiche, andava peggio a Roma o a Torino? Non si faceva in tempo a scegliere, ché il candidato premier di M5s Luigi Di Maio se ne usciva con una frase a suo modo a effetto: “Il sindacato cambi o ci pensiamo noi”. (E meno male che poi arrivava il lunedì).

  • Marianna Rizzini
  • Marianna Rizzini è nata e cresciuta a Roma, tra il liceo Visconti e l'Università La Sapienza, assorbendo forse i tic di entrambi gli ambienti, ma più del Visconti che della Sapienza. Per fortuna l'hanno spedita per tempo a Milano, anche se poi è tornata indietro. Lavora al Foglio dai primi anni del Millennio e scrive per lo più ritratti di personaggi politici o articoli su sinistre sinistrate, Cinque Stelle e populisti del web, ma può capitare la paginata che non ti aspetti (strani individui, perfetti sconosciuti, storie improbabili, robot, film, cartoni animati). E' nata in una famiglia pazza, ma con il senno di poi neanche tanto. Vive a Trastevere, è mamma di Tea, esce volentieri, non è un asso dei fornelli.