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Indagine sulla bizzarra giravolta anti sindacale di Di Maio

“Riformatevi o lo facciamo noi”, è una formula consunta e rivela che il M5s è una Babele anche sul Lavoro. Parla Ichino

8 Ottobre 2017 alle 06:00

Di Maio

Luigi Di Maio a Cernobbio

Roma. Nell’idea di Luigi Di Maio di “riformare i sindacati” confederali non c’è niente di nuovo. “O i sindacati si autoriformano o, quando saremo al governo, faremo noi la riforma”, ha detto sabato. E nemmeno è una novità la reazione di Susanna Camusso, segretario generale della Cgil. “Linguaggio autoritario!”. La cosa insolita, probabilmente, sta nella scelta del premier designato del Movimento 5 stelle di parlare al plurale – “…o lo faremo noi” – in quanto sembra dare per scontato ci sia concordia all’interno del M5s su come trattare con i sindacati dei lavoratori. Cosa voglia dire quel “noi” l’abbiamo chiesto al senatore del Pd, Pietro Ichino. E’ perplesso anche lui.

   

“L’ho chiesto a una collega senatrice. Mi ha risposto: ‘Su questo punto nel nostro movimento ci sono molte idee: quando sarà il momento decideremo’. Ma immagino – dice Ichino – che il movimento di Beppe Grillo avrà qualche problema a darsi una linea in questa materia, perché negli ultimi anni, in Parlamento, ho sentito dai suoi parlamentari discorsi diversissimi tra loro, in perfetta sintonia ora con Sinistra Italiana, ora con la Lega”. Questa svalutazione del sindacato è anche una posizione già usata dal centrodestra e dal centrosinistra renziano. A che pro viene esternata oggi da Di Maio, secondo lei? “Può essere che il nuovo leader del M5s, sulla base di elaborazioni della Casaleggio e Associati, stia incominciando un percorso di allineamento con la Lega: tra le due forze politiche ci sono effettivamente affinità più che sufficienti, soprattutto sul tema cruciale del sovranismo, per pensare a una possibile alleanza di governo futura. Ma può anche essere, più banalmente, che il vicepresidente della Camera abbia inteso farsi interprete di un anti-sindacalismo epidermico, che serpeggia nell’opinione pubblica maggioritaria”.

   

Di Maio non è stato così diverso, nei toni tonitruanti, dalla “rottamazione” dei sindacati di Matteo Renzi, il quale dopotutto aveva ottenuto reazioni simili (da “allarme democratico”) da parte della Cgil. Cosa c’è di diverso nel linguaggio ma, soprattutto, nella sostanza? “Nel linguaggio non so dire. Ma nella sostanza la differenza è profonda. Renzi, quando è stato presidente del Consiglio, in materia di politica del lavoro ha dato attuazione con grande coerenza a un programma molto preciso e articolato, col quale si era presentato alle primarie del 2012, perdendole, e poi a quelle del 2013, stravincendole. Un programma fatto di contenuti molto incisivi, sui quali il Pd aveva discusso intensamente anche lungo tutta la legislatura precedente. Non mi risulta – dice Ichino – che nel M5s ci sia mai stato un dibattito serio in tema di politica del lavoro e sindacale. E si vede: in questi ultimi anni in Commissione e in Aula, in Senato, abbiamo sentito molti senatori 5 Stelle tuonare contro la politica del lavoro del governo Renzi con accenti sovrapponibili a quelli di Sinistra Italiana e della Cgil, per poi sentire sabato Di Maio assumere toni minacciosi verso il sindacato”. Insomma, altra svolta, dopo quella sull’uscita dall’euro, a credibilità nulla. Come votano i 5 Stelle nelle Commissioni? “Il più assiduo è il senatore Sergio Puglia, le cui posizioni in materia di lavoro, argomentate con la competenza di un consulente del lavoro, sono largamente sovrapponibili con quelle della Cgil. Stesso discorso per la senatrice Sara Paglini, con due differenze: che le manca la competenza specifica, e che in Commissione la si vede raramente. Discorso diverso per la senatrice Nunzia Catalfo, molto attenta alle ragioni avversarie. Fra di loro, comunque, al momento del voto i senatori 5 Stelle in Commissione si coordinano. Ma se si esce dalla Commissione, e si raccolgono le opinioni dei parlamentari grillini in materia di politica del lavoro, si trova una Babele”.

  

Pensa che questa sia una questione implosiva per il partito di Grillo? “Non so se, il giorno in cui si aprirà davvero un dibattito tra i suoi parlamentari, prevarrà il conformismo rispetto alla linea che verrà enunciata dal capo; ma se le posizioni esistenti verranno allo scoperto prevedo qualche altro flusso di parlamentari in uscita. Del resto, a Torino e a Roma le giunte pentastellate si sono schierate con i sindacati dei settori trasporto e rimozione rifiuti; e in generale, nelle grandi vertenze che si sono svolte in questi anni, il modello sindacale che il M5s è parso prediligere è sempre stato quello dei Cobas”. Probabilmente decideranno gli iscritti con la piattaforma Rousseau: immaginiamo come potrebbe andare. “Non riesco neppure a immaginare come delle scelte su di un tema così complesso possano essere compiute attraverso una battaglia di clic su quella piattaforma”. In senso opposto rispetto all’ultima esternazione di Di Maio c’è la questione del “reddito di cittadinanza”. “Il M5s sta tenendo un po’ il piede in due staffe – dice Ichino – Alla televisione e nelle piazze il partito di Grillo parla di ‘reddito di cittadinanza’, che significa erogazione incondizionata di una somma a tutti i cittadini, per il solo fatto che sono cittadini. Invece in Parlamento e nei convegni di studio parla di un ‘reddito di inserimento’, solo per i disoccupati in difficoltà, condizionato alla loro disponibilità a cercare lavoro e partecipare ai corsi di riqualificazione e alle altre iniziative per la ricollocazione: qui prevale la maggiore ragionevolezza di Nunzia Catalfo, che infatti è la prima firmataria del disegno di legge contenente questo progetto. Ma le due cose sono tra loro logicamente inconciliabili”.

   

Al di là delle intemerate di Di Maio, ci sono problemi oggettivi in sospeso. Il testo unico sulla certificazione della rappresentanza pare inefficace: dopo tre anni di applicazione solo il 20 per cento delle imprese è stato censito. “Sì, il testo unico varato con l’accordo interconfederale del 2014 stenta a essere effettivo, perché in quattro quinti dei casi manca il dato relativo al tesseramento sindacale, che dovrebbe far media con il dato elettorale. Per superare l’ostacolo, basterebbe aggiungere una clausola: quando il dato relativo al tesseramento sindacale manchi, si fa riferimento soltanto al dato elettorale”. Perfino la Banca centrale europea insiste sul fatto che “i sindacati cercano non tanto di aumentare i salari quanto di garantire la stabilità dei posti di lavoro”, quando il ciclo positivo suggerirebbe di fare il contrario. Quale priorità hanno? “ Tutti, a parole, sono d’accordo sul punto che non si devono difendere le strutture produttive obsolete, che l’obiettivo deve essere quello di sostenere efficacemente i lavoratori dal vecchio lavoro, meno produttivo, al lavoro nuovo, più tecnologicamente avanzato e quindi più produttivo, capace di assicurare retribuzioni migliori. Però, al dunque, ogni volta che un’azienda minaccia di chiudere, tutti si precipitano a ‘difendere i posti di lavoro’, anche a costo di tagli alle retribuzioni e di sovvenzioni a strutture produttive che sarebbe giusto chiudere. E intanto – dice Ichino – si registrano mezzo milione di posizioni di skill shortage, cioè di posti di lavoro che restano permanentemente scoperti per mancanza di persone che abbiano le competenze necessarie per ricoprirli. Non abbiamo la capacità di promuovere efficacemente la transizione dal vecchio al nuovo, e quindi, in molti casi, neanche la fiducia nella possibilità stessa di questa transizione”, conclude. 

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