“D'Alema è uno dei tanti”. Ma lui lo sa?

Salvatore Merlo

I giovani collaboratori di Pisapia parlano del vecchio Max, e fanno scongiuri

Roma. Il rifacimento di sé (D’Alema) alle spalle di un altro (Pisapia) è una revisione che s’impone di più del revisionismo. E dev’essere per questo, come se anche lui avvertisse un pericolo, un’ombra o un brivido, che Marco Furfaro, trentasette anni, uno dei volti più impegnati nella costruzione della nuova sinistra vagheggiata da Giuliano Pisapia, uno dei suoi collaboratori più giovani, a un certo punto pronuncia queste parole, “spero che D’Alema stia dentro… con umiltà”, dice. “D’Alema è uno dei tanti”, aggiunge riferendosi al vecchio coi baffi. “Il leader è Pisapia, e noi lavoriamo per una politica non rancorosa, e senza il torcicollo di chi guarda sempre verso il passato. Non si vince andando contro qualcuno, non si vince coltivando pulsioni di vendetta nei confronti di Renzi. Si vince parlando al paese”.

   

E poiché la crudele betoniera del tempo non cessa mai di rigirare e rimescolare sempre gli stessi poveri ingredienti della politica, poiché insomma c’è sempre Massimo D’Alema che di nuovo esibisce il piglio del leader, e s’immagina ancora socio di maggioranza di una coalizione dove la fa da padrone e grazie a Pisapia regola i conti con Renzi, ancora una volta – come accadeva ai tempi dei Ds e dell’Unione – la sua ingombrante presenza è una questione e un problema, provoca colpetti di tosse, sollevamenti di sopracciglia, timori e retropensieri. E ovviamente non si sa mai come maneggiarlo, il vecchio D’Alema, per il quale tutto questo trasformarsi, questo nascondersi sotto il fard chiamato Pisapia (“a me gli occhi”), è un colpo di teatro, equivale per lui a ricorrere alla spavalda e sperimentata politica della furbizia, quella che già vent’anni fa lo spingeva ad abbandonarsi alle battutine di superiorità, con l’idea sottintesa di disanimare e dissanguare tutto ciò che è pulsante, come quando diceva di aver fornito a Prodi una barca, “con la speranza che ora la sappia portare”, lui creatore di effimeri sovrani, burattini nelle sue agili mani. Un uomo la cui antica biografia non è un compendio istituzionale, ma da circa quarant’anni è una sequela di sarcasmi e di cadaveri politici, uno che dove lo tocchi rischi di pungerti, e che forse per questo adesso va esorcizzato, con una scrollata di spalle, facendo lo stesso genere di scongiuri cui si abbandonano i turisti napoletani in gita al museo delle mummie egizie di Torino. “D’Alema è uno dei tanti convenuti in un campo politico aperto, non è mica il padrino politico di Pisapia”, dice allora Alessandro Capelli, trent’anni, il portavoce del Campo progressista, un ragazzo che tutti a Milano definiscono il braccio destro di Pisapia. E d’altra parte presto si porrà un problema complicato: D’Alema chi lo candida? Chi se lo prende?

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  • Salvatore Merlo
  • Milano 1982, vicedirettore del Foglio. Cresciuto a Catania, liceo classico “Galileo” a Firenze, tre lauree a Siena e una parentesi erasmiana a Nottingham. Un tirocinio in epoca universitaria al Corriere del Mezzogiorno (redazione di Bari), ho collaborato con Radiotre, Panorama e Raiuno. Lavoro al Foglio dal 2007. Ho scritto per Mondadori "Fummo giovani soltanto allora", la vita spericolata del giovane Indro Montanelli.