Beppe Grillo (foto LaPresse)

Il grande bluff del grillismo vincente. Breve storia di una fake news

Claudio Cerasa

In Europa ogni alternativa alla casta dell’incompetenza populista viene premiata. Conviene non sprecare l’occasione

Ce li hanno descritti, finora, come un solido e compatto blocco politico, destinato da un momento all’altro a dominare l’Italia grazie alle fenomenali esperienze di governo dei suoi simpatici e competentissimi sindaci e alla indiscussa credibilità internazionale conquistata nel mondo da un webmaster di Pomigliano d’Arco finito in Parlamento grazie a 189 preferenze ottenute sul blog di un clown eterodiretto da un’azienda privata. Ce li hanno raccontati, finora, come se fossero nella magnifica scia di un’unica grande stella cometa destinata a illuminare presto l’Europa con i nuovi colori di un populismo sobrio, moderno, misurato e vincente – da Farage a Di Maio passando per Wilders e la Le Pen – pronto a esportare al governo un nuovo e meraviglioso modello di genuina e onesta lotta politica. Ce li ritroviamo invece oggi – a dieci anni esatti dal loro primo e romantico Vaffanculo day, “La politica sente l’odore del tornado che sta arrivando”, annunciò il clown il 14 giugno 2007 presentando il suo primo V-day – di fronte a un’Italia che nonostante la buona volontà di molti conduttori unici delle coscienze grilline, tra Palermo, Genova, Verona, Taranto, Padova, Parma, Catanzaro, L’Aquila, Monza, Lucca, Lecce, Piacenza, La Spezia, Alessandria, Pistoia, Como, Asti, Trapani, Cuneo, Rieti, Frosinone, Lodi, Belluno, Gorizia, Oristano, nelle ultime ore ha detto in modo molto chiaro che è disposta a votare una qualsiasi politica alternativa alla casta dell’incompetenza grillina. E i risultati di domenica scorsa, in qualche modo, sono lì a dimostrarlo.

 

Nelle principali città in cui si è andato a votare due giorni fa per le elezioni comunali, il Movimento 5 stelle non è arrivato a nessun ballottaggio (zeru tituli); ha visto diminuire i propri consensi rispetto alle elezioni del 2013 in modo più vistoso rispetto agli altri partiti (a Verona è passato da 34.316 a 10.417, a Genova da 112.124 a 39.971 voti, a Palermo da 105.714 a 26.115 voti, a Taranto da 28.276 a 8.702 voti, a Trapani da 13.307 a 3.754, a Catanzaro da 12.951 a 1.567 voti, a Piacenza è passato da 11.817 voti a 3.590 voti); e a un anno esatto dalle amministrative in cui si affermarono i “modelli” Raggi e Appendino ha visto realizzarsi la stessa maledizione con cui è stato costretto a fare i conti Podemos in Spagna tra il 2015 e il 2016: una volta sperimentato il governo populista gli elettori dicono no grazie. L’appeal delle forze anti sistema, come si sa, è direttamente proporzionale alla lontananza che le forze anti sistema hanno rispetto al sistema e una volta che gli elettori cominciano a sperimentare a piccole dosi la qualità del governo populista l’unica strada possibile non resta quella che votare chiunque altro offra un’alternativa plausibile.

 

Nel 2015, in Spagna, Podemos conquistò alle elezioni amministrative città molto importanti (tra cui Madrid e Barcellona, che non valgono meno di Roma e di Torino) e appena un anno e mezzo dopo, alle elezioni politiche, nelle stesse città conquistate alle amministrative, riuscì a perdere la bellezza di 190.204 voti, confermando un trend magnificamente perdente che finora non ha mai dato scampo a nessuna delle forze anti sistema che avrebbero dovuto inesorabilmente guidare l’Europa. Il flop dei populisti all’amatriciana è dunque evidente, e lineare, e non è un flop troppo diverso rispetto a quello osservato negli ultimi mesi in Francia con il Front national e in Olanda con Geert Wilders. Se non fosse per un dettaglio sul quale vale la pena però soffermarsi un istante e che riguarda il giusto termine da utilizzare per inquadrare quantomeno in Italia la non trionfale marcia grillina. Un flop indica la discesa verso il basso di qualcosa che era salito molto in alto. Ma non essendo il grillismo mai arrivato troppo in alto (finora è arrivato sempre tre) è complicato descrivere la caduta di un qualcosa che non ha mai spiccato il volo (delizioso ieri su Twitter Gianfranco Rotondi: “La prova che il Movimento 5 stelle non è una forza politica è nel fatto che non c’è nessuno che possa dimettersi da qualcosa dopo il disastro di ieri”). Più che di flop, dunque, sarebbe opportuno cominciare a parlare di grillismo utilizzando un’altra espressione forse più appropriata che ci sembra essere la parola bluff. E’ un bluff il grillismo di governo, e gli elettori a poco a poco se ne stanno accorgendo. Così come è un gigantesco e pericoloso bluff la formula utilizzata per provare a conquistare il paese esplicitata in modo sempre più chiaro dai principali esponenti del 5 stelle. Il grillismo non è solo stolta sprovvedutezza al governo (Raggi, Appendino) ma è un mix più complesso e sempre più visibile in cui vivono come in un unico fotogramma immobilismo, populismo, sovranismo e anti europeismo, che si legano tra loro grazie a una combinazione perfettamente esplicitata la scorsa settimana da Beppe Grillo all’interno di due frasi che andrebbero volantinate.

 

Frase numero uno: “Possiamo essere incompetenti, ma mai falsi”. Frase numero due: “La gente ha tutto il diritto di essere violenta quando gli porti via i diritti, la salute, tutto”. La trasformazione della competenza in un valore perfettamente negoziabile e la legittimazione della violenza (speriamo solo verbale) in un’arma da utilizzare in modo spregiudicato per distruggere la reputazione degli avversari sono le fotografie giuste per capire cosa è davvero il grillismo: un immobilismo cosmico travestito da rivoluzione che prova a nascondere l’incompetenza di una presunta classe dirigente dietro a una non proposta rappresentata da un vaffanculo galattico. A Palermo, Grillo ha ricordato che i grillini possono essere incompetenti, sì, ma mai falsi. Alle amministrative, gli elettori hanno invece ricordato a Grillo che i partiti possono essere anche in crisi (e lo sono) ma che al momento sono disposti a votare chiunque non sia sostenuto da Grillo pur di non essere guidati da un blog solo al comando eterodiretto da un’azienda privata che (a) spaccia il maoismo digitale per una nuova forma di democrazia (Genova), che (b) espelle dal proprio partito chi denunciando le contraddizioni del maoismo prova semplicemente a governare (Pizzarotti) e che (c) il massimo della classe dirigente che questo blog riesce a produrre è un candidato premier che non conosce il congiuntivo e un sindaco che non riesce a ripulire dai topi la capitale d’Italia. Gli elettori, forse, hanno cominciato a capirlo. E chissà che prima o poi non si accorgano del bluff anche tutti coloro che hanno tentato di descrivere il grillismo come un meraviglioso modello di genuina e patriottica nuova forma di lotta politica. In Europa ogni alternativa alla casta dell’incompetenza populista ormai viene premiata con costanza. Oggi è così, domani chissà. Conviene non sprecare l’occasione.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.