Matteo Renzi vota al congresso del suo circolo (foto LaPresse)

Il vero dibattito che manca alle primarie

Claudio Cerasa

Per capire la corsa del Pd bisogna affrontare un grande tema: la differenza tra un paese che scommette sul ballottaggio e uno che punta sul modello Pomicino. La rimozione del candidato premier (vero Renzi?) e lo spasso dell’Italia che dice boh

Viene da ridere. A poche ore dalle primarie del Partito democratico (domenica 30 aprile) e a pochi giorni dal secondo turno delle elezioni francesi (domenica 7 maggio) una buona parte degli osservatori del nostro paese ha scelto di raccontare a se stessa una balla grande come una casa rimuovendo dal vocabolario della politica italiana una parolina che nel bene e nel male è la vera protagonista sia del congresso del Pd sia delle elezioni francesi. Avete presente “il ballottaggio”? Ecco. Se la finissimo di prenderci tutti in giro bisognerebbe avere l’onestà di ammettere due banali verità che ci potrebbero aiutare persino a guardare più in profondità la sfida Macron-Le Pen e la sfida Renzi-Orlando-Emiliano. La prima verità coincide con quattro numeri: 24-21-20-19. La seconda verità coincide con due numeri: 13.431.842 e 19.420.271. I primi numeri sono le percentuali raggiunte dai quattro candidati (Macron, Le Pen, Fillon, Mélenchon) che si sono meglio piazzati al primo turno delle elezioni francesi e sono quattro numeri che ci dicono una cosa semplice: se il filotto 24-21-20-19 fosse stato registrato nel contesto italiano, il notista politico collettivo sarebbe impegnato notte e giorno a descrivere interminabili consultazioni tra gli ambasciatori dei partiti e sarebbe costretto a studiare non le qualità dei programmi dei candidati ma i possibili spiragli per trovare le giuste “geometrie variabili” e provare così a dare un governo al paese.

 

Se tutto questo non succede, in Francia, è perché nel 1962 il generale De Gaulle introdusse nella Costituzione un articolo (il numero 7) che prevede che il Capo dello stato venga eletto a maggioranza assoluta dei voti espressi, “e se tale maggioranza non viene conseguita al primo scrutinio si procede a una nuova votazione dove possono presentarsi solo i due candidati che hanno ottenuto più voti al primo turno”. Senza ballottaggio ci sarebbe stato il disordine. Con il ballottaggio, il disordine diventa ordine. E grazie al ballottaggio (e a un sistema monocamerale) non vedremo mai un Macron costretto a consultarsi con il Wwf o il Touring club Francia per studiare la giusta combinazione per arrivare all’Eliseo. E’ chiaro? E’ chiaro.

 

I secondi numeri – 13.431.842 e 19.420.271 – sono i numeri che cinque mesi fa (il 4 dicembre) hanno impedito al nostro paese di avere un sistema costituzionale speculare (non simile, speculare) a quello francese, e che a sua volta avrebbe reso possibile la presenza di un modello elettorale a doppio turno per l’elezione del premier, non del capo dello stato. Massimo D’Alema, che tesoro, cinque mesi fa ha detto che in caso di vittoria del No al referendum costituzionale ci sarebbe stato lo spazio “per fare una riforma limitata, chiara, di tre articoli”, per ridurre il numero dei parlamentari, creare un rapporto di fiducia del governo solo con la Camera dei deputati, dar vita a un sistema americano, e può sempre darsi che tra trenta giorni il Parlamento approvi il suo Dalemellum. In mancanza della riforma dalemiana (ci avevamo creduto, davvero) il sistema che abbiamo oggi è quello che è. Che c’entra tutto questo con le primarie italiane? C’entra perché il combinato disposto (ooops) tra “no al monocameralismo” e “no al doppio turno alla francese” ha avuto sulle primarie del Pd (e non solo) un effetto devastante al quale bisogna rassegnarsi, ma senza disperarsi. Nell’epoca della vocazione maggioritaria, uscita piuttosto ammaccata dal risultato del 4 dicembre, le primarie erano un tassello di un mosaico più grande in cui tutto si teneva insieme: il leader scelto ai gazebo non era solo il capo di un partito ma era anche il candidato premier, e in un paese che ambiva a importare il meglio della cultura politica maggioritaria i due ruoli non potevano che coincidere (per questo l’occasione della selezione della leadership non poteva che eccitare più di quanto non ecciti oggi). Nell’epoca del Pomicinellum (smack), invece, bisogna ammettere con serenità che il quadro è del tutto diverso, che il leader che verrà eletto domenica 30 aprile sarà il leader di un partito che dovrà fare i conti con un sistema elettorale che delega più al Parlamento che agli elettori il compito di selezionare il giusto mediatore (che difficilmente può coincidere con la figura del rottamatore) che sappia tenere insieme i tasselli del governo – e fa sorridere che a denunciare, ohibò, “la crisi delle primarie” siano gli stessi politici e gli stessi osservatori (fatece Tarzan) che sostenendo il No al referendum costituzionale hanno tolto ai gazebo la loro cornice naturale.

 

Matteo Renzi, comprensibilmente, dice il contrario, e anche ieri sera durante il dibattito televisivo con i suoi rivali ha provato a motivare gli elettori a votare non solo per il segretario del Pd ma anche per il candidato premier. Ma la verità oggi la conosciamo tutti (e dovrebbe conoscerla anche Giuliano Pisapia, che continua a invitare Renzi a fare alleanze prima e non dopo le elezioni). Ed è una verità con cui anche il prossimo leader del Pd dovrà fare i conti nei prossimi mesi: in un sistema sul modello francese, i leader di partito possono arrivare a guidare il paese grazie ad alleanze che maturano tra gli elettori alla luce del sole; in un sistema sul modello italiano, incentrato sul Pomicinellum, i leader di partito devono rassegnarsi a giocare più la partita del kingmaker che la partita del candidato premier e devono sapere che potranno arrivare al governo solo grazie ad alleanze che matureranno in Parlamento, al buio delle consultazioni.

 

La rimozione culturale dell’importanza strategica del ballottaggio ha fatto dimenticare a molti che la frammentazione politica esiste in tutto il mondo e che la scelta che ciascun paese può fare è se governare la frammentazione o farsi governare da essa. L’Italia, con 19.420.271 voti, ha scelto di farsi governare dalla frammentazione e per quanto siano accorati e sinceri gli appelli di Sergio Mattarella (fate presto, cambiate la legge elettorale) sappiamo tutti quello che ci aspetterà: l’Italia del boh sarà la conseguenza naturale dell’Italia del no, l’ingovernabilità diventerà la cifra di un paese che ha scelto di rinunciare a un sistema simile a quello francese, la volontà di non far vincere una persona porterà al risultato che nessuno vincerà le elezioni e il patto tra centrodestra e centrosinistra verrà probabilmente replicato in Italia con una modalità diversa rispetto a quella registrata in Francia. Un sistema che punta sulla governabilità costringe a costruire alleanze per cambiare un paese. Un sistema che boccia la governabilità porta a costruire alleanze per governare un paese. Si tratta di un nuovo mondo, è naturale. Un nuovo mondo che bisogna mettere a fuoco per capire in che condizioni domenica prossima maturerà il Renzi 2. Un mondo non alternativo ma opposto a quello francese. E in questo mondo, piccolo dettaglio, ci hanno portato però le stesse persone che dopo aver buttato via l’occasione di somigliare un po’ alla Francia oggi si lamentano che la politica è in crisi e che magari, signora mia, avercelo un sistema come la Francia. Vedrete: sarà uno spasso, l’Italia del boh.

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  • Claudio Cerasa Direttore
  • Nasce a Palermo nel 1982, vive a Roma da parecchio tempo, lavora al Foglio dal 2005 e da gennaio 2015 è direttore. Ha scritto qualche libro (“Le catene della sinistra”, con Rizzoli, “Io non posso tacere”, con Einaudi, “Tra l’asino e il cane. Conversazione sull’Italia”, con Rizzoli, “La Presa di Roma”, con Rizzoli, e "Ho visto l'uomo nero", con Castelvecchi), è su Twitter. E’ interista, ma soprattutto palermitano. Va pazzo per i Green Day, gli Strokes, i Killers, i tortini al cioccolato e le ostriche ghiacciate. Due figli.